Mentre si avvicina il 25 novembre, la Giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, si continua a discutere del nuovo disegno di legge sull'educazione sessuale (in realtà si intitola "Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico") presentato dal ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara. L'Italia è uno dei pochi Paesi europei dove l'educazione sessuale non è obbligatoria nelle scuole, ma il disegno di legge non mira ad introdurla, al contrario Valditara vuole assicurarsi che qualsiasi attività scolastica che riguardi temi legati alla sessualità, alle scuole medie e superiori venga proposta solo con il consenso scritto e preventivo dei genitori. Il ministro aveva proposto anche di proibire l'educazione sessuale alle scuole medie, ma questa disposizione è stata cancellata con un emendamento. Rimane, invece, quella che limita l'educazione sessuale alle elementari ai soli aspetti biologici e riproduttivi negando quindi ogni discorso affettivo e relazionale.

Il Ddl ora è alla Camera e va in una direzione opposta rispetto a quella indicata dall'Organizzazione mondiale della sanità, dall'UNESCO, dalla Convenzione sui Diritti dell’Infanzia e da altri enti internazionali che vedono l'educazione sessuo-affettiva come un diritto umano, fondamentale per la crescita e salute di bambini e ragazzi. Ma si discosta anche dalla posizione di chi si occupa di violenza di genere. Quando si parla di femminicidi, infatti, più delle misure securitarie che non sempre funzionano, sarebbe cruciale agire sulla prevenzione e quindi anche e soprattutto su un'educazione sessuale e affettiva scolastica che insegni il valore del rispetto e del consenso, la gestione delle emozioni e aiuti a smantellare la visione oggettificata della donna come possesso. Ne abbiamo parlato con Alessandra Campani, referente Gruppo prevenzione di D.i.Re – Donne in Rete Contro la Violenza, la più importante rete di centri antiviolenza in Italia.



25 novembre perché contro la violenza serve l'educazione sessualepinterest
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Che legame c'è tra educazione sessuo-affettiva nelle scuole e violenza di genere?

«L’educazione sessuo-affettiva nelle scuole è strettamente legata alla violenza di genere e negarla nelle scuole significa negare le radici stesse del fenomeno. Infatti, anche l’articolo 14 della Convenzione di Istanbul – parte integrante del nostro ordinamento – è chiaro: l’educazione alla parità, al rispetto e alla non violenza è uno strumento di prevenzione irrinunciabile. La scuola ha, tra gli altri, il dovere e la responsabilità di formare. E la formazione è necessariamente rivolta a tutta la sua utenza, un’utenza diversificata in primo luogo per genere. Un’educazione sessuo-affettiva adeguata all’età contribuisce a promuovere comportamenti relazionali sani, a prevenire fenomeni di bullismo, uso distorto dei media digitali, e a rafforzare le competenze emotive e sociali di bambini/e e adolescenti e può contribuire concretamente a una efficace prevenzione della violenza di genere».

C’è modo, quindi, di risolvere il problema senza passare per l’educazione sessuo-affettiva?

«Secondo la nostra esperienza, posso dire di no. La sfera sessuo-affettiva è parte integrante della corporeità e della personalità e non dovrebbe mai esserne disgiunta, né posta in secondo piano, quasi nascosta, rispetto all’intero tema della formazione. In realtà, se questo tema, che potremmo anche definire “percorso di autoconoscenza e di autocontrollo relazionale”, venisse inteso a tutti gli effetti come una branca della formazione stessa della personalità, dovrebbe potersi avvalere di figure competenti, in grado di uscire dalla strada segnata della conoscenza teorica per frequentare il vissuto reale di bambini e bambine, ragazzi e ragazze».

Che tipo di argomenti sarebbe importante trattare nelle scuole per limitare la violenza di genere?

«Gli argomenti che si possono affrontare sono i più disparati nelle diverse materie scolastiche, purché inducano all’emozione, alla curiosità, all’ascolto e al racconto di sé; persino a provocare e ad attirare l’attenzione su di sé, se necessario. Strumenti del linguaggio verbale e corporeo possono farsi altri linguaggi, come la musica, la poesia, la danza, la mimica, il gioco, il silenzio stesso. Tutto ciò che ha a che fare col pensarsi, il dirsi, il mettersi in gioco, il cedere e prendere spazio e parola serve a sciogliere nodi interiori che, se trascurati, diventano sempre più stretti e dolorosi fino a poter sfociare in rabbie incontrollate e in violenza verso l’altra da sé, magari proprio verso colei dalla quale si vorrebbe invece essere visti, ascoltati, capiti».

A che età bisognerebbe iniziare?

«A partire dalla prima infanzia. Dai primi momenti di socializzazione nella scuola dell’infanzia, si dovrebbe cominciare ad allenare bambini e bambine a sentirsi bene con se stess*, col proprio corpo nella sua interezza e motricità anche attraverso semplici esercizi psicomotori, magari favoriti dall’ascolto di ritmi, suoni, rumori, silenzi e/o favoriti da libere posture. E mentre ciò avviene, si dovrebbero guidare all’ascolto del proprio corpo, fermo e in movimento, all’utilizzo delle parole per spiegare scelte o non scelte, allo scambio di pensieri, all’esternazione di sensazioni ed emozioni attraverso il gioco».

L’educazione sessuale a scuola può aiutare le ragazze anche a parlare di violenze subite o che rischiano di subire?

«L’educazione sessuo-affettiva a scuola dovrebbe avere rilievo e importanza adeguata; ha quindi bisogno di un contesto classe preparato (un microcosmo), in cui ci si sa ascoltare, rispettare, comprendere, dove ci si aspetta che si parli dei propri corpi e delle proprie emozioni in modo non solo rispettoso, ma accogliente ed empatico, perché il limite della differenza con l’altro/a da sé possa essere svelato. Un luogo in cui ci si può fidare e lasciarsi andare. E se questo c’è, una ragazza, come un ragazzo, può sentire il bisogno di confidarsi, di liberarsi di un peso sempre più insopportabile, come un agito violento o che si rischia di subire, affidandolo a compagne e compagni per portarlo insieme. E se questo accade, se si ascolta e si guarda all’altra riconoscendone pienamente la differenza nella parità, allora possiamo dire che l’educazione sessuo-affettiva può veramente incidere in modo positivo sul processo formativo delle giovani generazioni».

Che problematiche e preoccupazioni aprono le nuove limitazioni che il governo vorrebbe introdurre?

«La proposta del Ddl istituisce il principio del consenso informato al suo svolgimento con l’unico scopo evidente di burocratizzare, limitare, scoraggiare la trattazione dell’argomento. Nel primato educativo della famiglia si delegittima il carattere pubblico dell’educazione, poiché l’educazione sessuo-affettiva riguarda l’intera collettività nell’ottica di una cittadinanza più etica e consapevole. Dalle parole raccolte nelle classi emerge come il discorso della sessualità (nel senso olistico come suggerito dalle linee Unesco 2018) sia ancora un tabù in molte famiglie per inerzia, ignoranza o distanza generazionale. Ci preoccupiamo per tutte quelle famiglie dove un padre propone un modello di maschilità violento».