L’autrice, attivista e giornalista Rebecca Solnit nel suo libro Ricordi della mia inesistenza scrive che le ragazze «devono combattere per trovare una poetica che celebri la loro sopravvivenza e non la loro sconfitta, per trovare una voce per farlo, o almeno un modo per sopravvivere in mezzo a un sistema di valori che prova piacere nella loro scomparsa o nel loro fallimento». Nel libro, Solnit parla del tentativo, diretto o indiretto, di silenziare le donne tramite discriminazioni, molestie, minacce e violenze che rendono estremamente faticoso trovare la propria voce e riuscire a farle spazio. Nella nostra società le voci femminili contano tuttora meno di quelle maschili e questo non solo è evidente nell’esperienza concreta di tantissime donne, ma è anche un problema radicato nel mondo dei media. Secondo il report The Chilling, uno studio globale commissionato dall'UNESCO, la violenza online contro le giornaliste è una una delle minacce globali più gravi alla libertà di stampa. Guardando all'Italia, è evidente che le giornaliste hanno ancora poco spazio: secondo il monitoraggio dell’associazione GiULiA (GIornaliste Unite LIbere Autonome), ad esempio, dal 10 al 15 febbraio 2025 sui principali quotidiani italiani gli articoli in prima pagina sono stati firmati da 1060 uomini contro 331 donne, gli editoriali, i commenti e le analisi sono stati in 195 casi a firma maschile e solo 32 a firma femminile, nel caso delle interviste si parla di 217 uomini e 67 donne.
Nel 2019 uno studio della Federazione nazionale della stampa italiana riportava che, di oltre 1100 giornaliste intervistate, l’85% dichiarava di aver subito molestie sessuali almeno una volta nel corso della vita professionale. Ora una nuova inchiesta, firmata dalle giornaliste Francesca Candioli, Stefania Prandi e Roberta Cavaglià, si è occupata dei casi di molestie che avvengono nelle scuole di giornalismo italiane convenzionate con l’Ordine dei giornalisti. Insieme alla giornalista Alessia Bisini, hanno fondato il collettivo Espulse. La stampa è dei maschi allo scopo di indagare il problema delle molestie e degli abusi di potere nel giornalismo italiano che rappresenta una minaccia per la sicurezza delle giornaliste e per la stessa libertà di stampa.
«Ci siamo rese conto di come il problema degli abusi e delle molestie sul posto di lavoro, venga sempre raccontato senza che il giornalismo riconosca le sue stesse mancanze all’interno delle redazioni» spiegano le autrici dell'inchiesta, intitolata Voi con queste gonnelline mi provocate, a partire dalla frase pronunciata da un formatore di una scuola di giornalismo. Hanno preso in esame le testimonianze di 239 studentesse e studenti e di quattro fonti interne alle scuole di giornalismo e sono emerse molestie e abusi, contatti non richiesti, avances, frasi maschiliste, commenti misogini. «La metà delle interviste raccolte», spiegano le giornaliste a Cosmopolitan, «è di persone che hanno subito o testimoniato molestie sessuali durante la scuola e/o gli stage ad essa legati».
Che testimonianze avete raccolto complessivamente?
«C’è chi ci ha riferito di episodi di stalking, ricatti, molestie sessuali e verbali, atti persecutori, tentate violenze sessuali, discriminazioni di genere e sessismo. Abbiamo raccolto quasi 250 testimonianze da parte di studenti e studentesse che hanno frequentato una delle dieci scuole di giornalismo, riconosciute dall’Ordine in Italia, negli ultimi dieci anni e ogni testimonianza è stata sottoposta ad una lunga fase di fact-checking. Tra le persone contattate c’è anche chi ha preferito non raccontare, alcune studentesse hanno preferito lasciarsi il passato alle spalle, altre semplicemente non hanno ritenuto opportuno darci la loro fiducia. È un processo normale in un’inchiesta di questo tipo, che verte su questioni delicate che rischiano di essere rivittimizzanti se chi si ha di fronte non è ben disposto a parlare».
Che fascia di età avevano le persone che avete intervistato?
«Per frequentare una scuola di giornalismo, che è a tutti gli effetti un master, serve almeno una laurea di primo livello. Quindi tutte le ragazze interessate avevano un minimo di 21-22 anni, fino ad arrivare ad un massimo di 35 anni. Subire molestie quando si è così giovani, può portare alcune ragazze (e in diversi casi è successo) a non iniziare nemmeno la carriera giornalistica e a cambiare strada una volta finita la scuola di giornalismo. Un percorso che, lo ricordiamo, può variare da un costo di 9 mila euro fino ad arrivare ad oltre 20 mila euro per conseguire il biennio».
In che modo le molestie finiscono per svalutare la professionalità e la voce stessa delle donne?
«La violenza sul lavoro è uno dei meccanismi sociali decisivi per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini. Secondo il recente report dell'Istat Le molestie: vittime e contesto, relativo al biennio 2022-2023, circa due milioni di donne hanno subito molestie e ricatti in ambito lavorativo durante la loro carriera lavorativa. Nella fascia delle giovani lavoratrici, tra i 15-24 anni, il 21,2% ha dichiarato di essere stata vittima di molestie.
Il mondo del giornalismo è particolarmente maschilista. I media italiani sono luoghi a comando maschile. Su 10 giornali, ci sono 8 direttori e due direttrici; su 10 periodici, 8 sono direttori e 2 direttrici; su 9 Tg, 9 sono direttori. Su 9 testate radiofoniche, 7 sono capitanate da direttori e 2 da direttrici.
Attraverso le molestie e le discriminazioni, che rappresentano una vera e propria discriminazione di genere, le donne vengono costrette ai margini. Basta ascoltare una qualsiasi rassegna stampa italiana per rendersi conto che il dialogo sulle notizie principali e sulle questioni che nel mondo contano è quasi esclusivamente tra maschi che parlano di quasi tutti maschi».
Che conseguenze ha, a vostro parere, il fatto che queste molestie avvengano all’inizio della carriera, in un momento di fragilità a livello professionale?
«Spesso la natura delle molestie è di origine sessista, più che sessuale, ed è legata a relazioni di potere. Essere giovane e all’inizio della carriera ti rende automaticamente più predisposta ad essere vittima di comportamenti di questo genere.
Le molestie possono avere conseguenze devastanti sulla vita delle persone. Oltre ad incidere a livello lavorativo, sociale ed economico, possono avere anche conseguenze psicofisiche. Alcune delle ragazze intervistate che hanno subito questo tipo di comportamenti sono state costrette ad andare in terapia psicologica, altre hanno abbandonato definitivamente la strada del giornalismo, mettendo da parte sogni e talento, altre ancora non hanno mai più dimenticato ciò che è loro accaduto. Mentre altre hanno dovuto modificare i loro comportamenti (dal vestiario all’evitare alcune aule o alcuni professori o giornalisti, oltre a rinunciare ad alcune occasioni per la loro carriera). Le molestie non sono “solo” un fenomeno sociale-culturale, ma hanno delle conseguenze rilevabili anche nelle vite private delle persone e nei futuri rapporti di lavoro».
La carriera nel mondo del giornalismo è spesso molto desiderata e romanticizzata. Che ruolo giocano la competizione e la mancanza di tutele, purtroppo tipiche di questo ambito, nella normalizzazione delle molestie?
«La precarietà e l’assenza di tutele rendono il sistema particolarmente feroce, ma non c’entrano direttamente con la normalizzazione delle molestie che è il risultato dell’ideologia patriarcale nella quale siamo immerse e immersi.
Anche l'idea che le donne debbano competere tra loro nel mercato del lavoro e non allearsi fa parte dell’ideologia patriarcale. Quante volte sentiamo ripetere che le donne non sono capaci di fare squadra, che sono delle invidiose, smorfiose, antipatiche capaci soltanto di fare le scarpe alle altre. Col nostro collettivo Espulse, con il lavoro che facciamo insieme e che portiamo avanti anche con altre giornaliste, che sono diventate nostre alleate, dimostriamo anche nella pratica delle nostre attività che la solidarietà e l’alleanza esistono, sono facili, sono possibili quando ci si libera da certe credenze e stereotipi».
Come hanno reagito le scuole di giornalismo a seguito dell’inchiesta?
«Tutte le scuole di giornalismo hanno accolto la nostra richiesta di confronto, la stragrande maggioranza con incontri che hanno richiesto una disponibilità di tempo non scontata. Crediamo che questo sia un buon segnale perché dimostra che, nonostante quel che è emerso dalla nostra inchiesta, esiste la possibilità di un cambiamento al quale tutti e tutte possono contribuire.
Poco dopo l'uscita della nostra inchiesta l’Ordine nazionale dei giornalisti ha convocato tutti i direttori e le direttrici delle scuole per parlare del tema, ed ha redatto un Codice etico e di comportamento nelle scuole di giornalismo. Il testo contiene alcune novità importanti come un canale di segnalazione anonimo con l'obbligo riportare le segnalazioni tempestivamente al Consiglio dell’ordine, il canale di whistleblowing del Consiglio dell’Ordine messo a disposizione sul sito ufficiale e un corso di formazione di due ore sulla tematica delle molestie, previsto nelle scuole per tutti gli studenti e le studentesse.
Apprezziamo lo sforzo e come dalla nostra inchiesta sia nato un documento, ma rimangono ancora degli aspetti da chiarire. Per sentirsi sicure nel denunciare situazioni delicate servono ambienti protetti e persone con una formazione specifica, ma non direttamente collegati al mondo del giornalismo, che è un settore chiuso e anche piccolo, dove è difficile mantenere un vero e proprio anonimato».
Quali sono gli obiettivi futuri di Espulse?
«Il nostro prossimo obiettivo primario è realizzare una seconda parte dell’inchiesta, ma concentrandoci sulle redazioni. Abbiamo lanciato una campagna di crowdfunding, attualmente in corso, per poterla realizzare. Per noi è fondamentale continuare a fare giornalismo d’inchiesta di qualità e soprattutto un giornalismo libero da molestie sessuali, discriminazioni di genere e abusi di potere, dove l’informazione sia davvero plurale e inclusiva e le giornaliste che hanno subito le conseguenze di questo sistema non si sentano mai più sole».











