Si preannunciano già critiche e polemiche e c'è già chi parla di «Propaganda gender all’interno di un ateneo italiano» dopo che all'Università di Torino è nato il primo corso di Queer Studies. A partire dal secondo semestre dell’anno accademico 2024-2025 il corso verrà inserito nel piano Global Law and Transntional Legal Studies nel dipartimento di Giurisprudenza, ma sarà accessibile a tutti gli studenti dell'ateneo. Si parlerà di teoria queer, stereotipi sessuali e di genere nei media, disabilità, sessualità e abilismo, medicina di genere, ma anche rapporto tra cristianesimo e omosessualità. «In Italia in questo momento ci sono molte discussioni su questi temi, spesso cannibalizzate da logiche politiche di parte che rischiano di banalizzare e non far comprendere la complessità», ha spiegato a Repubblica Antonio Vercellone, docente di diritto privato e titolare del corso, «Così vogliamo portarle a un livello alto, scientifico, per formare studenti che entrano nel mondo del lavoro, capaci di pensiero critico.
L’idea è quella di un laboratorio interdisciplinare che riunisca diversi numerosi studiosi che all’Università di Torino si occupano di questi temi. Nel mondo anglosassone i Queer Studies sono diffusi dagli anni 70 (il primo corso di laurea triennale negli Stati Uniti sugli studi LGBTQ è nato all’ Università di Berkeley nella primavera del 1970) e si occupano di argomenti relativi all'orientamento sessuale e all'identità di genere, solitamente concentrandosi sulla storia e la cultura LGBTQIA+ con approccio interdisciplinare. In Italia non esistono gli Studi di Genere all'Università e di questa lacuna si sta parlando solo negli ultimi anni per fare chiarezza su temi di cui spesso si sente parlare a sproposito. Il corso di Torino sarà in lingua inglese e riunirà accademici provenienti da diverse facoltà, ma anche personalità della società civile, laica e religiosa.
«La teoria del gender non ho capito cosa sia», dice Vercellone rispondendo alle critiche di chi parla di «indottrinamento», «Sono termini che non esistono nel dibattito accademico. È un’etichetta vaga, usata per fini politici, che non ha un’identità specifica culturale. Invece la teoria queer si è sviluppata in modo transdisciplinare, e prova a vedere con approccio critico il rapporto che intercorre tra eteronormatività, ossia condotte normate dalla società, e pulsioni alternative. Studia come ciò possa essere affrontato in chiave inclusiva, anche a fronte di altre teorie su emarginazione, razziali, disabilità, povertà per elaborare teorie e pratiche contro visioni egemoniche e rendere il sistema socio-culturale più inclusivo».











