Parlare di casa senza parlare delle persone che ne fanno parte è utopia per me. Più cresco, “più divento grande”, più mi rendo conto che casa è la mia famiglia, ma soprattutto le persone scelte come tali. Le persone, le amiche, le donne che mi accompagnano lungo il mio percorso di vita. Raggianti e vitali, mi tengono la mano non facendomi sentire mai sola. Questo sentimento lo condivido con Loveth Omoruyi pallavolista ventiduenne della Nazionale Italiana, e una delle protagoniste dell’ inchiesta sul significato di “casa” e “diventare grandi” dalla Feeling Issue di Cosmopolitan Italia, ora in edicola.

Fra una vita dedicata allo sport, alla famiglia, e al costante bisogno di tenere in equilibrio le due cose, Loveth Omoruyi ha oggi 22 anni e gioca come pallavolista nella Nazionale Italiana. Qui si racconta tra consapevolezze e desideri mentre cresce in giro per l’Italia, riconoscendo la parola casa nelle sue origini, quanto negli sguardi delle sue compagne di viaggio.

Quando hai iniziato a giocare a pallavolo?

«Ho iniziato a giocare a pallavolo all’età di cinque anni, ispirata da mia sorella più grande. Avevamo una palestra vicino casa, e quello che è iniziato come puro divertimento è diventato il mio lavoro. Un lavoro che ad oggi mi ha dato, e mi da tanto».

Sei nata e cresciuta nella cittadina di Lodi, da genitori nigeriani. Lodi è la città dove hai vissuto fino all'adolescenza, quando ti sei trasferita Milano e poi in altre città italiane. Com’è stato nascere a crescere nella cittadina lombarda? Cosa ti porti di quella che è stata la tua prima casa?

«Lodì è una città piccola, familiare, gli amici di infanzia li fai a scuola e a meno che non cambi città te li porti a vita. Cresci in maniera tranquilla, incontri persone, crei un quotidiano, è una città piccola, a cui però sono legata».

Seppur piccola, Lodi, è il luogo in cui i tuoi genitori hanno messo radici prima di trasferirsi a Birmingham nel regno unito dove vivono ora. Com’è stato vivere a metà tra due culture, con un’identità che si definisce giorno dopo giorno?

«Sicuramente in certi momenti è stato sfidante ma sono sempre riuscita a mantenere un bilancio tra la mia molteplice identità. Lodi è una città abbastanza multiculturale, sono cresciuta con tante persone di nazionalità diverse, a partire dai miei compagni di scuola».

Person in a black blazer and jewelry against a clear skypinterest
Karim El Maktafi

Come vivi oggi il rapporto con la tua famiglia?

«I miei hanno vissuto in Italia per più di vent’anni, ne hanno fatto la loro casa. Mescolando due culture, due mondi, e facendo sì che io le amassi in ugual misura. Siamo molti legati, a loro devo l’amore per la cultura nigeriana, come per quella italiana, un amore che oltrepassa la distanza e ci unisci seppure ad oggi siamo in due paesi diversi».

La permeabilità di due culture che quando unite si trasformano in un valore aggiunto, un filo rosso che tiene insieme le persone sotto un tetto invisibile. Una casa oltre lo spazio. Cos'è per te, "casa"?

«Per me casa è la mia famiglia, seppure lontana, c’è questo calore, questo affetto immisurabile che ci lega, mi sostiene. Allo stesso tempo, facendo questo lavoro, essendo un’atleta, la mia casa sono anche le mie compagne di viaggio. Diverse ogni anno, ma ogni anno importanti in qualche maniera. Per me loro sono portatrici di sicurezza, di condivisione, pilastri importanti in quello che ho scelto per la mia vita».

Hai vinto le Olimpiadi di Parigi con una nazionale visivamente “multiculturale” capitanata da Paola Egonu. In un’Italia che con fatica inizia a unire pezzi multiculturali da sempre frammentati, cosa significa per te essere parte di questo sisma sociale che sta finalmente avvenendo?

«Nello sport, siamo portate a essere aperte, a confrontarci con persone diverse ogni singolo giorno; quindi, avere una nazionale multiculturale ne è un prodotto naturale. Le differenze quando ci sono diventano un valore aggiunto».