I registri che contengono gli elenchi elettorali in Italia sono l'emblema del binarismo di genere. A vederli pare di avere davanti dei quaderni per bambini anni 50: quello azzurro per i maschi, quello rosa per le femmine. Va da sé che solitamente gli scrutatori creano due file: una con su scritto "Uomini", l'altra con scritto "Donne". Poco importa che da anni si parli del fatto che questa divisione crea disagio nelle persone non binary e trans, anche quest'anno è risultato chiaro che il problema è ancora lontano dal risolversi.

Per le elezioni europee di questo weekend, alcuni comuni come quelli di Milano, Bologna, Udine e Padova hanno provato a trovare una soluzione: i sindaci hanno fornito un vademecum non obbligatorio ai presidenti dei seggi per sconsigliare le due file divise per genere che obbligano le persone trans a mostrare la propria identità in una sorta di coming out forzato. Eppure non solo la maggior parte dei comuni italiani non ha seguito lo stesso principio, ma molti elettori delle città dove è stato emesso il vedemecum hanno notato che nulla era cambiato rispetto agli anni precedenti. Alcuni presidenti dei seggi, infatti, hanno ignorato la comunicazione, altri hanno effettivamente eliminato la doppia fila, ma, una volta davanti al banco della registrazione, hanno mantenuto due postazioni, una per gli uomini e l'altra per le donne, creando di fatto il medesimo problema.

il problema delle file divise per genere ai seggi elettoralipinterest
miguel medina
I registri con le liste elettorali

L'unica soluzione per non mettere in difficoltà le persone trans che ancora non hanno avuto accesso alla riassegnazione di genere a livello anagrafico o che semplicemente non vogliono mostrare pubblicamente il genere assegnato sui documenti, sarebbe infatti quella di prevedere un'unica fila per consegnare al presidente il proprio documento e la tessera elettorale. A quel punto dovrebbe essere il presidente a smistare con discrezione i documenti agli scrutatori dei registri competenti in base al genere. Il problema, infatti, nasce proprio dai registri che, però, sono tali per legge.

C'è infatti una norma del 1947 che, pur essendo stata parzialmente modificata nel 2003, continua a stabilire che gli elenchi elettorali debbano essere divisi per genere, uno rosa e uno celeste (e non, ad esempio, in ordine alfabetico). È la stessa legge che prevede che nelle liste elettorali le donne siano identificate anche con il cognome del marito, anche se non l'hanno mai aggiunto al proprio e spesso persino dopo il divorzio. Da anni ormai si parla di abrogare la legge e aumentano le segnalazioni messe a verbale durante le votazioni per chiedere che le cose cambino. Nel 2022 le ex deputate del Partito democratico Giuditta Pini e Angela Schirò, avevano presentato un disegno di legge per modificare la norma, ma l'iter si è fermato a causa dello scioglimento anticipato delle Camere. Nel mentre lo scorso aprile la Cassazione si è espressa sul caso di due persone non binary alla corte d’Appello di Bologna, stabilendo che la divisione delle liste elettorali in due elenchi separati non lede il diritto di voto delle persone trans. «Il senso di disagio e di imbarazzo lamentato dai ricorrenti nel corso delle operazioni elettorali non si vede a quale previsione normativa sia ricollegabile», hanno spiegato i giudici, «lo svolgimento di tali operazioni, che ben potrebbe essere diversamente organizzato, non prevede in alcun modo una ostensione o distinzione, fisica o visibile, degli elettori in base al genere risultante dalle liste elettorali». La strada per cambiare le cose sembra, dunque, ancora lunga.