"Vivere per lavorare, o lavorare per vivere", cantava Lo stato sociale in "Una vita in vacanza"sul palco del Teatro Ariston in gara al Festival di Sanremo 2018. Ah, quanta verità. Dopo 8 anni oggi siamo a scrivere un articolo sulla medesima tematica: la Gen Z e i millenial sono sempre fermi qui. Alla ricerca di una vacanza, certo, ma dal mondo del lavoro. Abbiamo un ennesimo spoiler per voi: no, i giovani non hanno più voglia di vivere per lavorare, ed è arrivato il momento di farsene una ragione. Non chiamatela pigrizia o mancanza di ambizione, perché la realtà è l'esatto contrario. Anche questa volta, cari genitori, vi battiamo. Si tratta di una lucida, quasi terapeutica, presa di coscienza collettiva.

Oggi gli under 30 stanno tracciando una vera e propria linea di confine (anche con se stessi) netta. Il lavoro deve essere uno strumento al servizio della vita, non il contrario. Un'esigenza, su tutte: riappropriarsi del proprio tempo e delle proprie energie. Inutile dire che il messaggio è chiaro: non si fanno più sconti a nessuno.



Ok la busta paga, ma se l'ambiente è tossico l'unica opzione è il ghosting

Iscriviti al canale Whatsapp di Cosmopolitan Italia

Un fenomeno, questo, che trova conferma anche nei numeri che stiamo per fornirvi. Secondo i dati emersi dalla seconda fase della ricerca internazionale "Footprints. Young People: Expectations, Ideals, Beliefs" infatti, realizzata insieme all'istituto di sondaggi Gad3 coinvolgendo oltre novemila ragazzi tra i 18 e i 29 anni in nove Paesi del mondo, parlano chiaro. La Gen Z e i millenial non stanno rifiutando l'idea di darsi da fare (attenzione!!), ma stanno boicottando un modello che copre ogni spazio interiore. Il dato che dovrebbe far riflettere qualsiasi HR è questo. Quasi un giovane su due mollerebbe un lavoro stabile e ben pagato se l'ambiente venisse percepito come tossico. Una percentuale che tra le ragazze supera addirittura il 50%.

Cos'è lo stipendio emotivo

Certo, il salario economico resta importante per pagare le bollette (e lo sappiamo bene), ma da solo non basta più a trattenere i talenti. Ecco perché si parla dunque di «stipendio emotivo» (ne avremmo bisogno tutti, diciamolo!). Una macedonia (ora arriva pure la stagione) di benessere mentale, qualità delle relazioni umane, riduzione dello stress, burnout, no ansia e meno tecnologia (+ vita reale). Questa rivoluzione culturale si legge chiaramente nelle parole che i ragazzi associano oggi al concetto di impiego. In cima ci sono "passione", "carriera", "ascolto" e "responsabilità". Termini come "sacrificio" e "dovere", ad esempio, sono scivolati drasticamente in fondo alla classifica. Sarà un caso? No, non proprio.

Una domanda importante che dovremmo farci...quale?

Certo, navigare nel mercato attuale non è una passeggiata. La precarietà e la mancanza di opportunità reali restano i principali ostacoli per l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Eppure, la voglia di formarsi e crescere è altissima. Basti pensare che l'87% considera l'università uno strumento decisivo per svoltare la propria carriera. Eppure le vere competenze che la Gen Z ritiene fondamentali per il domani non sono solo regole, bensì le doti umane. Resta forte anche il valore delle radici, con il 62% dei giovani che indica la famiglia come la bussola principale per pianificare il futuro. La vera battaglia quotidiana, però, è contro l'ansia da prestazione e l'obbligo di restare continuamente performanti.

Smart working e isolamento: il lato oscuro della flessibilità

Il 90% degli under 30 considera il riposo sacro per una vita equilibrata, eppure oltre il 60% ammette di subire la pressione sociale che spinge a produrre anche quando le energie sono totalmente azzerate. Persino lo smart working, che ha coinvolto il 71% del campione, si è rivelato un'arma a doppio taglio. Vi permette di lavorare in qualsiasi posto e dà flessibilità, sì, ma il 40% denuncia isolamento e un peggioramento dei rapporti nel team. E sembra un paradosso, ma sì: è proprio questa generazione (cresciuta con la connessione permanente nelle vene) a chiedere soprattutto qualche respiro in più per non andare in burnout. Chi riesce a trovare una vera "vocazione professionale", insomma, si definisce felice il doppio delle volte rispetto agli altri (55% contro 27%).

La vera rivoluzione della Gen Z è rimettere la vita al centro

«Molti giovani non ereditano più automaticamente la fede, ma continuano a cercare senso. In diversi Paesi le domande spirituali dei ragazzi sembrano oggi più vicine a quelle dei nonni che a quelle delle generazioni adulte cresciute nella secolarizzazione», fa sapere Narciso Michavila, presidente di Gad3. Potremmo dire dunque che la richiesta della Gen Z, alla fine dei conti, è tanto semplice quanto rivoluzionaria. Rivendicare il diritto di capire quanto spazio resti, dentro l'orario di lavoro, per continuare a sentirsi persone. Forse, dovremmo tornare a farci questa domanda. Ora te la faccio io, ringraziandoti per aver terminato di leggere questo articolo: e tu, come ti senti?