In uno dei miei giri notturni negli abissi e nei thread della rete – TikTok, Instagram, X, Reddit, you name it –, mi sono imbattuta, come sarà successo a tantissime, in un meme che, in un primo istante, non credo aver capito del tutto, ma per cui ho pensato, immediatamente e senza riserve: no vabbé io. "We're all camgirls in a surveillance state", era la scritta che si leggeva, bianca e luminosa, impacchettata in un font disadorno ma riconoscibile, sopra a estetiche visive nostalgiche, pop, infiocchettate e femminili. Dai tempi della girl math e della girl dinner è qualcosa che succede sempre più spesso alle ragazze online: riconoscerci, consapevoli e divertite allo stesso tempo, in un pezzetto carino di internet.



Ma ci capita poi di riflettere anche sul come succeda e perché proprio a noi – la risposta spesso implica logiche di mercato, dinamiche di controllo e di potere, interessi sociali ed economici – e per questo abbiamo da ringraziare Woman in Retrograde di Isabel Castro, l'articolo pubblicato su The Cut nel 2023 che, fra le altre cose, sigillava quello come "L'anno delle ragazze" (The Year Of The Girl). Da quel momento in avanti, infatti, abbiamo iniziato tutte a ossessionarci dalla cultura digitale che ci riguarda, sì, ma che ci punisce anche e in modo subdolo; dai suoi lati identitari, che ci consentono vie di riappropriazione della narrazione di genere, ma anche dei limiti e delle insidie, delle controversie che queste pratiche nascondono.

Sono una ragazza che abita in un società che è quella che è e adoro performare, offline con i miei beauty e fashion look, online con le foto che mi scatto per il feed. Sono una camgirl in uno stato di sorveglianza: lo so che la performance aderisce a delle contraddizioni che non potrei mai non condannare: sguardo maschile, adesione (più o meno esplicita) a canoni di bellezza irrealistici, retorica individualista, iper-consumismo, over-produzione, iper-produttività, (davvero) you name it. Aderire a tutto ciò significherebbe negare a me e a tutte le altre la libertà di essere chiunque vogliamo essere, che io voglio, sia chiaro; eppure non riesco a non rivedermi in quella camgirl. Sono io e mi piace anche un po' esserlo. Mi manda in crisi tutto questo.

Cliccando e ricliccando pagine, condivisioni, tag e like, risalgo all'origine della fonte (probabilmente una delle). Si chiama @weareallgirlsonline, ed è un profilo Instagram, che è anche un programma di ricerca (The Girl Online, We Are All Girl Online), con un'obiettivo specifico: studiare come le utenti usino i social media in modi che potrebbero non essere stati previsti dalle Big Tech (le grandi aziende tecnologiche), osservare come queste creino qualcosa che si avvicini, anche solo un po', a uno spazio di liberazione, per eludere il sistema o anche solo per provare a navigare la complessità irriducibile dell'identità, delle emozioni, delle connessioni. E come provino a farlo, al di fuori delle logiche di profitto e guadagno, di algoritmi e database, share e mi piace, che la vita ci offre in questo stadio tardo del capitalismo (e che non ha molto senso ignorare). Come riescano a connettersi con altri essere umani sia on che offline, per istruirsi a vicenda su rischi e pericoli, per tutelarsi insieme, avere cura collettiva e divertimento.

«Abbiamo iniziato ad affrontare questo tema intorno all'uscita del film Barbie nel 2023» – mi raccontano Sophie Publig, internet archaeologist che esplora gli ecosistemi digitali presso il Weibel Institute for Digital Cultures alla University of Applied Arts di Vienna (la sua ricerca e il suo insegnamento si concentrano sulle dinamiche delle culture digitali e sul post umanesimo critico) e Charlotte Reuß, ricercatrice e docente presso il medesimo ateneo, dove lavoraall'intersezione tra arte, tecnologia e cultura digitale (la sua ricerca esplora come ci muoviamo negli spazi online plasmati dal tardo capitalismo, pur continuando a immaginare una via d'uscita). Loro sono le studiose owner del progetto che dichiara, con grande consolazione e sollievo da parte mia, che siamo tutte ragazze online. «"L'anno delle ragazze" ci è sembrato sia una scintilla culturale che un'apertura accademica: un punto di convergenza tra discorso popolare, attenzione mediatica ed esperienza vissuta; – continuano – come ricercatrici, docenti e anche come migliori amiche, abbiamo percepito un'ondata di interesse e persino la necessità di esplorare più a fondo questa figura della ragazza online, soprattutto perché molti dei nostri studenti ne erano già attratti».

La ragazza, secondo loro, incarna una particolare potenzialità e una capacità di connettersi, risuonare ed essere recepita in diversi contesti, in particolare in relazione all'agency dell'utente negli ambienti digitali. Con loro abbiamo quindi chiacchierato per capire, nella nostra società, cosa significa davvero "essere una ragazza", o esserlo online; in che senso "siamo tutte ragazze online"; come possiamo fare per navigare internet in modo safe e costruttivo, senza compromettere l'esperienza del femminile, ma anzi, facendo comunità; se possiamo davvero liberarci come donne nell'era digitale e quali sono i nostri meme preferiti.

Girlhood e cultura digitale: cosa significa essere una ragazza online e navigare internet in modo sicuro e femminista

Che cos'è secondo voi la girlhood? Che cos'è una ragazza? Cosa significa che tutti – e forse tutto – possono essere una ragazza?

C: «Per noi è sia un comportamento che una cosa che riguarda la nostalgia, un ricordo della propria storia personale. È un insieme di estetica, riferimenti, eventi canonici e ferite profonde. È anche un concentrato di amicizia e senso di comunità. Detto questo, a girl is a girl is a girl: nel nostro progetto We Are All Girls Online, non consideriamo la "ragazza" come un'identità di genere, ma come un insieme di strumenti per dare un senso alla vita contemporanea online. In questo senso, le ragazze attingono a molti attributi e interessi "femminili", come la cultura pop, l'estetica femminile, la nostalgia degli anni 2000, ed è anche una questione di giocosità e umorismo. L'idea che siamo tutte "ragazze online" si rifà al testo di Alex Quicho, Everybody Is a Girl Online, pubblicato su Wired nel 2023. L'autrice traccia un filo conduttore che collega la vita online alla lunga storia delle donne e delle ragazze come superfici di proiezione dei desideri altrui, passando per l'eredità del cyberfemminismo, fino ad arrivare ai modi in cui adattiamo il nostro comportamento per diventare "ragazze" alla ricerca di riconoscimento, soprattutto sui social media. In questo senso, la ragazza non è un'identità di genere, ma un potenziale plasmato da strutture digitali, dove i desideri vengono costantemente proiettati su di noi attraverso algoritmi, raccomandazioni e logiche di piattaforma. Online, tutte noi occupiamo la posizione di chi recita per essere viste, apprezzate e desiderate. La ragazza diventa una superficie desiderabile. Assumiamo questo ruolo ogni volta che curiamo un feed, pubblichiamo una storia o condividiamo un meme».

Cosa significa per una ragazza oggi muoversi negli spazi digitali?

C: «Essere una ragazza online può essere impegnativo, soprattutto quando si è giovani. Mentre agli albori, Internet era più decentralizzato, basato su homepages individuali, il passaggio al Web 2.0 negli Anni 2000 ci ha condotti al panorama attuale, che è uno dominato dalle piattaforme. Le Big Tech ci sottopongono tutti a logiche algoritmiche, costringendoci in un sistema intrinsecamente consumistico da cui è difficile sfuggire. Come diceva Simone de Beauvoir, "Essere donna significa esibirsi", e lo stesso vale per noi, le utenti di oggi, che ci esibiamo per gli algoritmi alla ricerca di visibilità e diffusione».

Che cos'è una ragazza online, sia come concetto che come pratica? Cosa significa che "siamo tutte ragazze online"?

C: «In sostanza, la ragazza online cerca di far funzionare le infrastrutture algoritmiche a proprio vantaggio, di non farsi catturare subito dallo sguardo algoritmico, ma di mantenere il vantaggio, anche se solo temporaneamente e in modo precario».

S: «La pratica è sempre una negoziazione. L'algoritmo vuole incasellarti in una categoria – pensa a una "bimbo", a una "tradwife" o ancora a una "alt girl" –, perché un tipo riconoscibile è più facile da monetizzare. La ragazza online resiste rimanendo in movimento: cambiando estetica, alimentando la macchina quel tanto che basta per rimanere visibile senza essere completamente inglobata. È una conformità parziale. Dai all'algoritmo ciò di cui ha bisogno per circolare, ma cerchi di rimanere un passo avanti al momento in cui ti inghiotte completamente. Il problema è che la macchina impara in fretta e ogni tattica alla fine viene assorbita e rivenduta come tendenza. Quindi è più simile a una libertà a rate».

Quali sono i vostri meme sulle ragazze preferiti? Cosa amate delle ragazze online?

    C: «Onestamente, provenendo da un mondo accademico più tradizionale e classico dove la ricerca può sembrare un po' arretrata e spesso esclusiva, Girl Online rappresenta un aggiornamento atteso da tempo. Poiché intendiamo la ragazza principalmente come una forma di comportamento, questo influenza anche la nostra pratica di ricerca: teoria, estetica e giocosità vanno di pari passo, consentendo un approccio più inclusivo, accessibile e attento all'umorismo e ai segnali visivi».

    S: «Il meme della girl math è genuinamente uno dei miei preferiti. In apparenza sembra una battuta sulla spesa irrazionale, ma in realtà è una critica molto precisa di come le donne abbiano sempre dovuto negoziare i propri desideri all'interno di sistemi che non erano stati creati per loro: trovando scappatoie, riformulando la logica, adattandola. È anche abbastanza consapevole di sé da sapere di fare proprio questo, ed è ciò che lo rende acuto e non solo carino».

      Che letture teoriche consigliereste a chi vuole approfondire il tema?

      C: «Ce ne sarebbero tantissime, ma restringendo il campo: il già citato saggio Everyone Is a Girl Online by Alex Quicho; Are You a Software Update?, pubblicato a inizio anno da Aksioma; tutto quello che ha scritto Mark Fisher su nostalgia, pop culture e hauntology, e il libro più cute di tutti, Cute Accelerationism di Maya B. Kronic e Amy Ireland».

      S: «Amiamo anche le letteratura del movimento cyberfemminista degli Anni '90, come Zeroes+Ones di Sadie Plant o il Cyberfeminist Manifesto di VNS Matrix. Il saggio di Donna Haraway, A Cyborg Manifesto, è un classico per quanto riguarda il potenziale dei progressi tecnologici per il femminismo. Allo stesso modo, Xenofeminism, del collettivo Laboria Cuboniks sostiene che la tecnologia può essere uno strumento di liberazione per il femminismo queer. Infine, Glitch Feminism di Legacy Russell è una lettura davvero interessante sugli errori e i glitch come possibilità per abbattere le barriere patriarcali».

      Che cosa significa invece il meme "We're all camgirls in a surveillance state"? Che significato possiamo attribuirgli durante la vita di tutti i giorni?

      S: «Questa espressione ribalta quello che un tempo era un lavoro stigmatizzato, trasformandolo in una condizione universale sulle piattaforme. Una camgirl si esibisce per un pubblico che sa di star guardando, la transazione è esplicita, lo sguardo è consensuale. Ora lo facciamo tutti, solo senza lo stipendio. Ogni volta che modifichi una didascalia in base all'engagement o curi la tua estetica, stai offrendo un'intimità a una piattaforma che ti monetizza, che tu lo voglia o no. Il consenso c'è, ovviamente, ma è nascosto da qualche parte nei termini di servizio che nessuno legge. La metafora della camgirl non è un'offesa. Il sogno di diventare virali, di trasformare i propri contenuti in un reddito, è la logica del sistema pienamente interiorizzata. Abbiamo tutti accettato di essere osservati e abbiamo tutti iniziato a ottimizzare la nostra immagine per attirare lo sguardo. L'unica differenza è che la maggior parte di noi lavora gratis».

      Come possiamo noi ragazze muoverci in sicurezza negli spazi digitali con consapevolezza politica, ma anche con leggerezza e divertimento?

      C: «Prima di tutto dobbiamo riconoscere il nostro coinvolgimento nel capitalismo avanzato. Non c'è un vero e proprio rifugio esterno, solo forme di ignoranza privilegiata. Ma questo non è un motivo per arrendersi o cadere nell'apatia; è semplicemente il punto di partenza. La ragazza online non promette la salvezza. Piuttosto, la sua pratica si confronta con queste condizioni: reindirizzando la cattura algoritmica assecondandola, agendo come una sorta di cavallo di Troia. Questa pratica crea anche spazio per la leggerezza e il gioco: l'unica via d'uscita è attraverso».

      S: «Questo riconoscimento condiviso è importante perché i pericoli sono reali e in aumento: revenge porn, deepfake, cyberbullismo sono solo alcune delle minacce che colpiscono in modo sproporzionato le donne e che la maggior parte delle istituzioni non riesce ancora ad affrontare. Il fatto che le discussioni su questi argomenti avvengano online, negli stessi spazi in cui si verificano i danni, e che possano passare fluidamente dalla condivisione di risorse legali ai meme ai thread di solidarietà, è un vero punto di forza. The Girl Online ha imparato a conciliare l'urgenza politica e l'umorismo collettivo, e questa oscillazione è di per sé una forma di resilienza».

      Secondo voi il web può essere davvero uno spazio di liberazione per le ragazze?

        C: «Forse dobbiamo superare questa domanda. Rinunciare non è un'opzione praticabile, quindi il compito è far funzionare il tutto, anche se si tratta sempre solo di approssimazioni e piccoli passi».

        S: «Credo che la domanda più onesta non sia se il web possa essere libero, ma se la libertà sia effettivamente il quadro di riferimento giusto. Il web non è mai stato uno spazio neutrale in attesa di essere liberato, è stato progettato per estrarre attenzione e dati. Ma al suo interno, sì, accadono cose concrete: comunità che si formano attorno a esperienze condivise, conoscenze che circolano al di fuori dei filtri istituzionali, ragazze che si istruiscono a vicenda su diritti, pericoli ed estetica in modi che prima non erano possibili. Non è poco. Semplicemente non è libertà nel senso puro ed emancipatorio del termine. È più come imparare a muoversi all'interno di un sistema che non è stato progettato per te, trovare le crepe e costruire qualcosa di provvisorio al loro interno. Il che, onestamente, è ciò che le ragazze hanno sempre dovuto fare».