La prima volta che ho taggato il mio nome per strada l'ho fatto durante un date – il primo con questo ragazzo –, uno di quelli da cui ne esci inevitabilmente alticcia, completamente innamorata, ma da cui non per forza si deve poi sviluppare un amore. La sagoma di un cuore e due firme viola sbombolettate su un muro di un palazzo a Milano nord: mi sembrava, durante quella primavera piovosa, l'atto più romantico che avessi mai condiviso con qualcuno. Più che altro, perché anche politico: scrivere sui muri è sempre politico, amare, per me, è anche politico.
Il mio interessamento alla street art – da quel giorno in avanti, ma mentirei se non dicessi che è da quando ho degli occhi per vedere che più che guardare dove cammino, sui marciapiedi delle città, mi perdo nelle parole e nelle immagini che vestono le case – ha coinciso, un po' per caso un po' per fascino, con la nascita di un sentimento importante, la condivisione di una vibe – per dirla alla Sally Rooney in Intermezzo, l'impressione di trovarsi nello stesso campo –, l'instaurarsi di una connessione genuina, l'insorgere di un bene disinteressato (quando ci riesce). Uno che mi consente di desiderare, per la maggior parte del tempo, solo il meglio per un altro essere umano, un po' come quello di cui parlano Kendrick Lamar e SZA in «luther», brano dell'ultimo disco appena pubblicato dal rapper, GNX: «Voglio solo che tu vinca». E siccome, per me, l'amore è politico, la politica è amore e l'arte è chiaramente la terza variabile di questa equazione che mi è successa in strada, il mio avvicinamento alla street art non poteva di certo fermarsi qui, doveva continuare ad essere approfondito. Doveva essere più mia, anche perché mi da sempre fastidio quando una cosa che mi piace è principalmente un male dominated field.
Sfogliando il volume 5 (2024) di Metallo & Cemento, ricercando negli archivi più nascosti del web, come nel film del 1983 Wild Style, considerato da molti il migliore sulla cultura hip hop mai realizzato, e forse anche il primo, mi sono imbattuta nella figura di Lady Pink, artista di graffiti e murales tra le più rinomate di New York e a livello internazionale. Il caso ha voluto che uno degli articoli maggiormente cliccati – oppure c'entra il mio algoritmo – riguardanti la writer nata in Ecuador nel 1964 e cresciuta negli Stati Uniti, pubblicato su Artnet, portasse proprio questo titolo: "I Was a Feminist and I Didn’t Know It": How Lady Pink Made a Space for Herself in the Boys Club of New York’s Graffiti Scene. Il puzzle della mia ossessione era quasi completo: mi sembrava che tutti i pezzettini di cartocino si stessero incastrando, l'uno accanto all'altro, senza opporre alcun tipo di resistenza. Un disegno finale che univa l'amore, l'arte, la politica, il femminismo e il dissenso.
Durante una seduta notturna di scrolling compulsivo, infine, mi sono imbattuta in un'immagine di Sandra Fabara (nome all'anagrafe di Lady Pink) da giovane. Sulla sua canottiera bianca, una scritta in stampatello nero catturava l'obiettivo: «Abuse of power comes as no surprise». Chimicamente – everything is a sign if you are crazy enough –, la stessa frase che l'indomani mattina avrei ritrovato sul feed di un profilo Instagram che seguo senza riserve, quando non viene bannato dalla piattaforma. Quello di una ragazza e componente del collettivo romano Amar3, realtà che pratica la street art attraverso l'attacchinaggio artistico e le cui immagini di corpi scomodi ridefiniscono il senso e le strade delle città.
Quell'amore primaverile magari non si sarà sviluppato, i nostri nomi sulle pareti di Milano nord probabilmente saranno stati coperti, col passare delle stagioni, da altri spray di cittadini innamorati, oppure incazzati, ma tutto ciò mi ha consentito, ad oggi, sia di provare un sentimento così puro sia di conoscere e conversare con chi attraverso colla, pennelli, scope, rulli, balaclava, manifesti, immagini, emozioni ed energia porta le istanze transfemministe nelle città, riappropriandosi di spazi troppo spesso sottratti dalle dinamiche del patriarcato. Se Amar3 è attivo principalmente a Roma, Emanuela Auricchio, artista poliedrica e autrice del progetto di street art Cassandra Parla lo è nelle vie di Napoli. Abbiamo parlato con loro per capire come si manifestano, nel 2024 e 2025, l'arte e la strada, l'affissione abusiva di poster, la politica e l'amore: parametri irrinunciabili, concreti ed eterni del Femminismo 4.0. Come nel documentario del 2021 di Alexandra Henry, ecco cosa ci hanno raccontato le nostre Street Heroines.
L'attacchinaggio artistico come pratica di femminismo contemporaneo: l'intervista al collettivo romano Amar3
Che cos'è Amar3?
«Il nome Amarə è come le parole crittografate nella settimana enigmistica, un po' suona bene, un po' non ha piacevolmente senso, ma se ti concentri e dischiudi i significati trovi Roma tra le righe, trovi l’amore senza i confini del genere e trovi l’amarezza e la rabbia di vivere in tempi di guerre e neofascismi, ma anche l’amaro buono, quello punk, che ti restituisce un gusto crudo inaspettato nonostante l’indigestione e il pugno allo stomaco. Ma al di là del nome che ci siamo date e che ci piace tanto, siamo delle donne in carne e ossa, corpi allo sbaraglio in una città isterica, violentata ma bellissima. Non veniamo tutte da Roma né abbiamo tutte qui dimora ma è questo il punto da dove abbiamo deciso di partire, e non è un caso. I problemi di questa città sono i nostri, intervenendo su di essa, nello spazio pubblico e senza chiedere il permesso, agiamo direttamente sulle nostre vite. Migliorandole. Siamo diverse per provenienza, età, storie di vita e interessi. Essere donne per noi non significa esserlo biologicamente, pratichiamo il transfemminismo e donna la intendiamo come soggettività storica ricevente abusi di potere ma include, oggi, come categoria, tutti coloro che indipendentemente dagli organi sessuali si ribellano pubblicamente contro le discriminazioni e le violenze patriarcali. Dare voce ai muri è quello che facciamo: l’arte, che sia la fotografia, o la pittura, è il mezzo. Le donne e la loro rappresentazione, dalla nudità alla potenza della lotta, sono i nostri soggetti. Ciò che ci tocca da vicino è ciò di cui parliamo con le immagini. E "vicino" può essere un’immagine di corpi scomodi colti nella protesta in Palestina, Libano e Iran, così come una scritta pro aborto di fronte al Vaticano. Tutto questo ci riguarda».
Perché l'attacchinaggio? Quali messaggi volete trasmettere?
«Attacchinaggio è un termine bellissimo che non esiste per l’Accademia della Crusca, ma che amiamo usare. L’attacchinaggio, cioè, tradotto in borghese, l’affissione abusiva di poster politici per strada, è una pratica apparentemente semplice ma che richiede tecnica e organizzazione (due cose che non abbiamo ma che stiamo imparando), soprattutto se fatta di notte e con i tempi stretti per non trovarsi qualcuno alle calcagna. Noi ci complichiamo ulteriormente la vita prediligendo stampe enormi, più sono grandi e più siamo felici. Abbiamo iniziato con foto scattate da fotografe che conosciamo personalmente e successivamente abbiamo coinvolto artiste locali e internazionali che ci hanno generosamente dato la loro fiducia e le loro opere per regalare un senso collettivo e pubblico ai loro lavori e per renderli non più una passeggiata da galleria d’arte contemporanea, bensì un simbolo e un dialogo con qualcosa di più grande. Ecco forse è questo il punto: dare vita pubblica all’invisibile che urla per essere espresso. Restituire giustizia narrativa a ciò che viene raccontato male dai media mainstream, dai politici e dai social. L’invisibile sbattuto in faccia per strada, senza troppe parole a spiegarne il significato. Così il concetto e la teoria diventano figlie della pratica e dell’immagine, che parla da sé».
Come strutturate le vostre azioni? Ci sono delle linee guida che dovete seguire durante?
«Le nostre azioni sono caratterizzate da un alto margine di instabilità a tutti i livelli, da quella emotiva tra di noi a quella del trabattello che ci deve sostenere quando saliamo a vari metri da terra. In più sono illegali. Che si tratti di chiesa (una volta dei parroci hanno chiamato la polizia perché disturbati dall'immagine di corpo nudo non conforme che stavamo affiggendo) o di forze dell’ordine (con le quali abbiamo avuto incontri ravvicinati), ma anche di Instagram che ci ha bannate, la scomodità ci contraddistingue. Questo ci rende più che altro fiere. Chi apprezza e partecipa ai nostri interventi sono invece le persone più disparate, da artisti di strada a giovanissime donne che ci hanno conosciute ai cortei di Non Una Di Meno, il 25 aprile a Quarticciolo, o in piazza per la Palestina. Le linee guida durante i nostri attacchinaggi sono sopravvivere, non farsi prendere dalla polizia, avere la colla sempre fatta e affiggere le immagini dritte. In teoria ci sarebbe anche essere il più silenziose possibile, ma saremmo disoneste a dire di esserci mai riuscite».
Che soggetti rappresentate? La dimensione politica e quella artistica hanno lo stesso peso nelle vostre azioni?
«Pensiamo che l’arte, nella misura in cui si esprime per le strade, sia di fatto già politica, in quanto diviene immediatamente una cosa comune, un patrimonio collettivo da proteggere o distruggere o coprire, in base alla storia delle citta e alla sensibilità di chi guarda e vive quell’arte. Essendo arte esposta nelle strade, diviene visceralmente più complessa e più conflittuale dell’arte "chiusa" in musei o gallerie. Non sarebbe corretto dire che scegliamo dei soggetti da attacchinare; innanzitutto la scelta parte sempre da un’istanza che ci preme esprimere, da un bisogno di rappresentare qualcosa che ci attorciglia le viscere (come il femminicidio o l’attacco al diritto all’aborto). Ma nel dare vita a queste istanze sui muri non scegliamo immagini che ritraggono le persone come vittime bensì colte nel loro grido di riscatto. Anche le immagini più dolci che abbiamo affisso, come quella a Palermo delle due donne nude che si abbracciano, restituiscono potenza e dignità, non sono mai soggettività sommesse e inermi. Poi c’è la scelta del muro che è parte integrante dell’opera. Non solo la grandezza e la qualità, che sono aspetti tecnici, ma anche e soprattutto la visibilità e la centralità; indipendentemente dalla città che scegliamo potremmo dire che si punta a disturbare la "normalità" dell'estetica urbana».
Come riceve Roma le vostre immagini? Com'è Roma vista dagli occhi del collettivo amar3? Roma ha spazio per amar3?
«Roma è come il Cthulhu, il mostro inventato da Lovecraft, dalla forza immensa e dall’immenso potenziale, che però vive imprigionato in dilaniante attesa del risveglio da uno stato di sonno simile alla morte, un’entità blasfema adorata dai popoli degenerati che vive in un’interminabile condizione di limbo. Ecco, diciamo che noi proviamo – nel caos di una città piena di città al suo interno, nevrotica, santa e blasfema allo stesso tempo, piena di ingiustizie e contraddizioni – di risvegliare il Cthulhu sopito; di rianimare il potenziale di questa strana antica città che tarda a esprimersi. Roma è diversa dalle altre capitali europee, nonostante la gentrificazione violenta e il turismo sregolato di massa che ne sta inghiottendo voracemente il centro storico, sopravvive in lei un’identità irriducibile, una crudezza ancestrale dura a morire. Il punto è come trasformare questa durezza da nostalgico revanscismo retrogrado, a spinta per costruire un’idea di città nuova. Roma ha spazio e tempo per noi e per tante altre realtà che si esprimono per strada, i nemici però sono tanti e non solo tra le istituzioni; molto di ciò che facciamo investe la sfera privata dei rapporti e delle relazioni facendoli vacillare pericolosamente. Come dicevano i femminismi del secondo dopo guerra in Italia, il personale è politico, ed è ancora vero oggi».
Che cos'è per voi il femminismo nel 2024/2025?
«Crediamo che non esista un solo femminismo, come fosse un unico sentimento. Esistono molti femminismi, molte pratiche femministe e altrettante teorie che si differenziano a livello storico e geografico. Ma in generale potremmo dire che essere femministe, o meglio transfemministe, oggi, significa indossare un certo paio di occhiali per guardare il mondo, non significa parlare dei problemi delle donne tra donne, anzi, una postura femminista dovrebbe essere applicata a tutte le questioni private, politiche e sociali come punto di vista imprescindibile per osservare la realtà. Non è una questione di quote rosa né di essere donne biologicamente intese, né di applicarsi agli studi di genere, che sono tutte formule neutralizzanti del femminismo liberale, quello che vuole far strategicamente rientrare la quota donna nei discorsi aziendali e in Parlamento per poter ripulirsi il volto quando comprime i diritti sociali e politici. Giorgia Meloni, che diciamo non essere proprio la nostra migliore amica, è donna e si autodefinisce una femminista liberale, anche se nemmeno le correnti interne al suo partito hanno saputo accettare di avere una donna al potere, cosa che speriamo affosserà l’attuale governo. Gisèle Pelicot in Francia ha portato all’esposizione pubblica una delle storie più drammatiche del nostro tempo, un fallimento umano che nasconde in sé strati di patriarcato feroce e di eterosessualità fragile pronta a riappropriarsi del proprio ruolo con bestialità; nonostante il trauma subito, Gisèle ha decretato più importante portare alla luce del dibattito internazionale la sua storia come simbolo di una violenza intrinseca da combattere, che ritirarsi dalla scena per affrontare anni di ripetuti abusi. Questa, secondo noi, è la differenza tra pink washing e transfemminismo».
La street art politica e l'attacchinaggio a Napoli: Emanuela Auricchio, autrice del progetto Cassandra Parla
Chi o che cos'è Cassandra Parla?
«Cassandra Parla – che si chiama così solo perché era il nome con cui volevo chiamarmi da piccola – nasce all’incirca a fine settembre 2022, in un momento di vuoto, diciamo di sospensione artistica. Una vera e propria crisi in realtà. Dopo essermi formata tre anni all'Accademia di Belle Arti in pittura, mi sono spostata per la magistrale a Bologna, per studiare arti visive; volevo una preparazione multidisciplinare. Quest’esperienza, tuttavia, non mi ha aiutato e non mi è piaciuta molto, così sono ritornata a casa. Fino a quel momento avevo lavorato a un corpus di dipinti in cui sperimentavo con il ritratto e con la relazione tra le persone, tra gli individui: proprio da questi quadri, oltre che dalla mia esigenza artistica, è nata Cassandra. Ho scelto la street art un po’ dietro consiglio e un po’ perché mi affascina tanto, come persona e come artista - avevo già lavorato un po' per strada, facendo appunto l’artista di strada. La street art sollecita ancora di più l'incontro con l'arte, con un pubblico che è ovviamente diverso rispetto a quello dell’arte istituzionalizzata; la strada ti dà modo di ricevere tutta una serie di feedback in più, ti dà la possibilità di interfacciarti con un setting diverso. Se da un lato avevo questo gruppo di dipinti, a cui avevo iniziato a scattare foto per poi attaccarne i poster per strada, dall’altro non mi piaceva che ci fossero solo loro. Così è nata l'idea di metterci anche le frasi; l'utilizzo del dialetto napoletano è stata proprio una scelta politica, di consapevolezza rispetto a quello che è il mio background, da dove viene la mia arte e che tipo di persona sono, ma anche per restituire a Napoli una certa importanza culturale».
Che messaggi vuole comunicare il progetto?
«Il progetto ha come fulcro la lotta per i diritti e per la parità di genere, quindi, c’è anche un discorso di sensibilizzazione contro la violenza di genere. Essendo la sua matrice transfemminista, Cassandra abbraccia tante cause proprio perché l'approccio è intersezionale: non si possono fare proprie le istanze femministe senza comprendere anche, ad esempio, la lotta palestinese o quella antirazzista, per le persone queer o per quelle con disabilità. Non c’è una lotta che ne escluda un’altra. Dietro a questo progetto c'è un incontro multidisciplinare: dal mio studio artistico alle mie azioni di attivista, o di persona che comunque si interessa a certi fermenti sociali e che poi li riporta in ambito accademico. Cassandra è coerente, infatti, con il tipo di persona che sono: si interessa di tutta una serie di circostanze sociali e politiche, dove per politiche intendo, della vita quotidiana - tutto ciò che facciamo è politico, nel senso che manda un messaggio e ci definisce come esseri umani. Dietro Cassandra c'è anche sicuramente tanta rabbia, tanta voglia di trovare un mezzo attraverso cui veicolare questa emozione. Si tratta di una sensibilità mia, ma anche di una rabbia condivisa, il che la rende ancora più vera, più sentita. Dietro Cassandra c’è anche l’intenzione di creare rete».
Perché proprio l'attacchinaggio?
«Ho iniziato con Cassandra per mettermi discussione, anche solo artisticamente. È stato uno slancio, l’arte mi ha trascinato, così come il fattore emotivo. Ho razionalizzato tutta una serie di verità che ci sono dietro l'attacchinaggio; in generale io vorrei fare anche graffiti, murales, ma per me è complicato. Ci sono alcune "regole non regole" dello stare per strada che uno deve provare a rispettare. Soprattutto, io mi sono resa conto che anche per la quantità di volte che mi hanno stracciata, che mi hanno imbrattata o cose così, che il fatto che si tratti di un poster mi fa passare la rabbia più facilmente. Mi spiego: so che un poster lo posso ristampare uguale velocemente, per poi riattaccarlo, se si trattasse di un qualcosa di più permanente non ce la farei a vederlo rovinato il giorno dopo, anche se comunque vorrei iniziare ad approcciarmi ad altri tipi di arte e materiali. L’attacchinaggio è in realtà una forma a sé di resistenza, perché è in grado di far resistere questo progetto, per tutto il discorso di ri-attacchinaggio. E farlo esistere, ad oggi, è stata una sfida per un anno e mezzo. Sono stata molto perseverante, sia in strada, ad attaccare poster per settimane, che a curare poi il progetto via social. C’è da dire che mi diverto anche tanto: attaccare è divertente e in generale la scena underground è molto simpatica da vivere».
Che cosa rappresenti? La dimensione politica e quella artistica hanno lo stesso peso nella tua street art?
«Si tratta appunto del mio corpus di dipinti: da pittrice sviluppavo una ricerca sul volto e su certe relazioni; quindi, dietro Cassandra ci stanno persone vere che ho conosciuto o che mi hanno dato qualcosa. Un po' a caso mi sono trovata ad avere tutta una serie di volti di donne, ma il fatto di dare così tanta visibilità al volto femminile, inteso come riconoscibile socialmente in quello di una donna, non esclude in realtà nessuno che sia più o meno oppresso dal privilegio dell'uomo maschio e bianco. Non è una questione di genere suddivisibile in determinate categorie binarie. Quello che rappresento, la mia rabbia, è un pretesto per mandare un messaggio politico più forte, che è proprio quello della lotta alle ingiustizie sociali e a tutto il malato sistema patriarcale. Per me, ma in generale, la dimensione politica è fondamentale nella street art, che nasce proprio per denunciare i privilegi, in contesti di quartieri poveri e minoranze. Dal momento in cui ho capito che volevo fare il rumore che volevo fare, attaccare senza politica per me non è più stato contemplabile, così come attaccare senza le frasi».
Come si struttura nella pratica l'attacchinaggio? Ci sono delle linee guida da seguire? Ci parli della dimensione dell'illegalità?
«Io non sono anonima: sulla pagina di Cassandra Parla non faccio mai vedere il mio volto, però il mio nome, Emanuela Auricchio, è pubblicamente legato al progetto di Cassandra. Solitamente gli street sono anonimi per ovvie ragioni; inizialmente mi ero fatta questo problema anche io, poi sono uscita allo scoperto, tanto si sa chi sono, non mi copro nemmeno e, finché non mi colgono con le mani nel sacco, io rischio. Rischiamo tutte e tutti; è una cosa che uno sa quando decide di fare street art. Idealmente dovrei attaccare la notte, alle due o alle tre di notte, e un paio di volte l'ho fatto. È bellissimo anche farlo all'alba, però ormai lo faccio sempre con un gruppo di persone che mi tutelano: essendo donna, lo devo fare sempre in compagnia perché, quando l’ho fatto da sola, ho vissuto delle brutte esperienze. Una volta un signore mi ha inseguita e mi voleva picchiare – sono sicura che se fossi stata un uomo non mi sarebbe successo. Mi hanno aggredita un paio di volte verbalmente; ho ricevuto tanti insulti telematicamente e da vicino. Conosco delle colleghe che ricevono gli stessi tipi di insulti, cosa che, neanche a dirlo, non capita agli uomini (e ne conosco di più di colleghi maschi – è un ambiente, come spesso succede, governato da una presenza e pensiero fortemente maschili, infatti vedo anche alcune cose che non mi piacciono particolarmente). Quando attacco mi stampo le mie cose sulla mia carta, mi preparo la mia colla, un pennello, una scopa; intingo, attacco e scappo. Fine. Certo, in compagnia è più divertente, passa più facilmente il tempo e si rischia di meno perché c'è la cosiddetta persona che mi guarda le spalle, ma sì, quello che faccio può portare con sé un po' di conseguenze. Siamo sotto al cielo, però secondo me, è anche questo il bello: trovare un manifesto in un posto che non ci si aspetta. Ci sono delle persone che se ne fregano, tipo me, e quindi lo fanno lo stesso».
Come riceve Napoli i tuoi poster? Com'è la Napoli di Cassandra Parla? Napoli ha spazio per lei?
«Ad oggi, posso dire che Napoli ha accolto molto bene il progetto. Oltre al fattore più estetico, che può piacere, in realtà è diventato conosciuto e apprezzato ampiamente anche per il messaggio. È stato difficile farlo affermare, le cose sono iniziate a cambiare quando è successa la vicenda del Muro di Port'Alba. Di base io attaccavo i manifesti un po’ ovunque per la città, massimo uno o due negli stessi luoghi. Su questa Via Port'Alba, che collega piazza Bellini e Piazza Dante, c’era una parete enorme, totalmente libera a parte per alcune pubblicità. Io attaccavo anche lì come nelle altre zone della città: puntualmente, ogni settimana, notavo che mi avevano stracciato il poster. Succedeva anche nelle altre zone, li rimettevo ovunque, ma un giorno proprio a Port'Alba ho trovato anche delle scritte che invocavano al fascismo, con appellativi offensivi nei miei confronti. Mi sono arrabbiata tanto che ho deciso di occupare tutto il muro, un intero spazio, con i miei poster. Visto che me ne strappi uno, ne appendo venti. Era una sorta di vendetta. Cassandra è scoppiata così: molte persone hanno iniziato a farsi le foto davanti a quella specie di murales, le guide turistiche a proporlo durante i loro giri e così via. Il muro, che con il tempo è diventato un po' il Muro di Cassandra, non è mio ovviamente, ma di tutte e tutti; però sì, ci sono tutti i miei manifesti e ogni volta che ne faccio uno nuovo lo metto sempre prima là: è come se quella parete raccogliesse tutto il mio lavoro. Penso che Napoli sia stata un ottimo trampolino di lancio per questo progetto, non solo per la verve che c'è dietro alla lingua napoletana, ma proprio a livello di rabbia, che è una che parte dal sud, di istanze di cui riappropriarsi, di lotte contro l'anti-meridionalismo. Napoli, ma in generale tante altre città hanno bisogno di progetti come questo, io sono sempre alla ricerca di colleghe».
Secondo te cos'è il femminismo nel 2024/2025?
«Ognuno lo fa a modo proprio, ma credo che non essere transfemministi in un'epoca in cui la disuguaglianza agisce su così tanti livelli credo che voglia dire non esistere. Se non ci si impegna, nel proprio piccolo, a cambiare, a denunciare e a mettere mano e bocca sulle ingiustizie del mondo, credo che non si sia cittadini di questo tempo. Per me essere attivista, ad oggi, vuol dire essere coerente con quello che vediamo e viviamo. E mi dispiace che si debba sempre urlare ed educare; abbiamo bisogno di una rabbia e di una mobilitazione comune, credo che l'obiettivo del futuro sia quello di coinvolgere veramente tutti e tutte e tutto. Spero, infine, che questo progetto possa fungere da motore per generare rabbia, consapevolezza e per capire i tanti modi attraverso cui il dissenso crea cambiamento».















