Il Festival di Sanremo non è solo una gara canora, ma un vero e proprio rito collettivo che inizia molto prima che il primo artista scenda la scala del Teatro Ariston. Il segnale che tutto sta per iniziare, che l'Italia si fermerà per una settimana tra fiori e polemiche, è racchiuso in pochi secondi di musica: la sigla. Alcune sono diventate inni di una generaione, altre esperimenti che avremmo preferito non ascoltare mai. E lasciare nel dimenticatoio.
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Da Welo ai grandi classici: il battito del Festival suona così
Per la 76esima edizione della manifestazione canora di mamma Rai il compito di aprire le danze spetta a Welo, il giovane rapper che con il jingle basato sul brano "Emigrato" firma la colonna sonora di Sanremo 2026. È un tocco urban che strizza l'occhio alla contemporaneità, ma la storia delle sigle sanremesi è davvero lunga e attraversa decenni di costume italiano.
Se si pensa a Sanremo, il primo pensiero corre inevitabilmente a quel «PARAPPAPAPAPPAPA» che dal 1995 ha cambiato tutto. "Perché Sanremo è Sanremo", composta dal maestro Pippo Caruso con Sergio Bardotti, è la sigla per eccellenza. Legata all'era di Pippo Baudo, questa melodia ha saputo giocare sull'autoironia, ammettendo candidamente che, nonostante i "fiumi di parole", alla fine ci si innamora sempre di un "ritornello scemo". È l'essenza stessa della manifestazione: un'allegra malattia che ti entra nelle orecchie e non ti molla più. Speriamo che quest'anno Carlo Conti possa riutilizzarla per omaggiare Pippo Baudo dopo la sua scomparsa.
Tuttavia, non tutte le ciambelle escono col buco. Se facciamo un salto indietro nel tempo, troviamo esperimenti bizzarri. Nel 1981, Claudio Cecchetto dominava la scena con il suo "Gioca Jouer". Non era solo una sigla, era un manuale di istruzioni per un ballo di gruppo che ha venduto mezzo milione di copie, trasformando l'Ariston in una gigantesca discoteca all'aperto. Un successo travolgente che ancora oggi infiamma i matrimoni, ma che all'epoca divise chi cercava la "canzone impegnata".
L'anno successivo, nel 1982, fu la volta di Pippo Franco con "Che fico!". Un brano che, pur avendo raggiunto la top ten delle classifiche, oggi viene ricordato con un sorriso nostalgico e spesso con un pizzico di imbarazzo.
Cadute di stile e ritorni al futuro: il caso Baglioni e Gabry Ponte
Nella lunga lista delle sigle, esistono capitoli che molti fan vorrebbero cancellare dalla memoria. Un esempio recente risale al 2019, l'anno della direzione artistica di Claudio Baglioni. Il brano, dal titolo "Un giorno qualunque" ma diventato tristemente noto solo come "Popopopo", non ha mai convinto del tutto. Anzi. Nonostante l'intenzione di Baglioni fosse quella di mettere la musica al centro, il motivetto risultò per molti terribile e ripetitivo. Quel ritornello martellante, basato proprio sulla ripetizione infinita di "Popopopo", finì per essere ricordato come una delle sigle più deboli e irritanti. A dir poco cringe.
Al contrario, lo scorso anno abbiamo assistito a una piccola rivoluzione elettronica. Gabry Ponte, con la sua "Tutta l’Italia", ha saputo fondere il folklore nazionale (mandolini e fisarmoniche) con i beat della musica dance internazionale. È stata una sigla in grado di unire le generazioni, trasformando l'inno di Sanremo 2025 in un viaggio sonoro che celebrava l'essenza del nostro Paese senza risultare polveroso (anche se poi all'Eurovision Song Contest dello scorso anno, in rappresentanza di San Marino, si è piazzato all'ultimo posto).
Tra le altre sigle storiche non possiamo dimenticare l'eleganza di Loretta Goggi nel 1986 con "Io nascerò" o la potenza lirica di Luciano Pavarotti che nel 1988 reinterpretò "Nel blu dipinto di blu".
Tornando al presente, la scelta di Carlo Conti per il 2026 cade ancora una volta su un suono che parte dal basso. Il jingle di Welo, nato da una intuizione durante la finale di Sanremo Giovani, rappresenta la vittoria del racconto onesto della periferia che diventa musica istituzionale. In pochi secondi, "Emigrato" dovrà condensare l'attesa di milioni di telespettatori, ricordandoci che, nonostante le mode cambino e i jingle passino, alla fine... Sanremo è Sanremo.




