Ci piace immaginare le relazioni come qualcosa di bianco o di nero, in cui si decide di stare insieme oppure no, di amarsi oppure no, di fare progetti insieme oppure mollarsi per sempre. Invece la vita vera ci mette continuamente davanti a una scala di grigi e situazioni limbo in cui non è netto l'amore, non è chiaro cosa si prova e il percorso che si vuole intraprendere insieme a chi ci piace è poco cristallino. Nel 2017, una giornalista di Cosmopolitan America, Carina Hsieh, ha dato per la prima volta un nome a questo modo di stare nelle relazioni: situationship. E così, nominando l'innominabile, abbiamo capito che ci sono storie che traballano per anni in equilibrio precario, tra incertezze e (a volte sì, pure) sofferenze, per poi finire con l'imboccare due strade: quella del niente di fatto o del lieto fine. La prima più frequentemente della seconda, perché la vita vera è questa, non quella che ci ha raccontato Heated Rivalry (purtroppo).

La citazione del titolo della serie tv del momento non è casuale: lo show con Connor Storrie e Hudson Williams ha letteralmente cambiato i connotati alle situationship, almeno agli occhi degli spettatori. Le ha innalzate a yearning, quindi a desiderio puro, perché sono il prezzo da pagare per ottenere ciò che, in fondo, si vuole veramente: la stabilità sentimentale. I fan sono innamorati della storia dei due protagonisti, ma qualcuno non ha potuto fare a meno di notare la "situationship propaganda" insita nella trama, ovvero il sottile (ma neanche poi tanto) riferimento al fatto che una relazione nata da premesse instabili che va avanti per anni senza etichette, vincoli o progetti comuni può, a un certo punto, diventare amore. Ma è davvero così, o siamo solo infatuati di un'idea costruita a tavolino da scrittori di romance e sceneggiatori?



La situationship a lieto fine di Ilya e Shane ci ha illuso?

Ilya e Shane di Heated Rivalry, a 18 anni, iniziano una relazione intima che rimane nel limbo della situationship per quasi un decennio. Nel mezzo entrambi vedono altre persone, intrattengono altre relazioni, negano il fatto che la loro intimità, da fisica, sia diventata anche emotiva.

C'è una scena, nel quarto episodio della prima stagione, in cui il personaggio interpretato da Hudson Williams esprime tutta la sua frustrazione per la situationship in un ascensore, anche se non sa bene come inquadrarla. Va detto che la storia di Heated Rivalry ha come fulcro anche il tema dell'orientamento sessuale dei due protagonisti, che non possono fare coming out per non mettere a rischio la propria carriera nell'hockey professionistico. Anche per questo si vedono in segreto per anni e anche per questo Shane è frustrato dalla situazione: non sa letteralmente in che acque sta navigando. È la scena in cui Hollander scrive un messaggio a Rozanov dopo un bollente incontro in una suite di Las Vegas e un'altrettanto intensa reunion in un bagno pubblico. Dopo aver accusato Ilya di averlo ghostato per mesi (gli sms sono praticamente l'unico modo in cui comunicano tra una stagione e l'altra), Shane cede all'attrazione per il suo rivale e poi, nell'ascensore, consumato il rapporto, comincia a scrivergli un messaggio: «Non ci siamo nemmeno baciati». Non lo invia, ma tanto basta per comprendere quanto quella situationship senza confini e senza prospettive cominci a stargli stretta e lo fa soffrire. (Passeranno ancora anni, da questo momento, prima che i due protagonisti si dichiarino il reciproco amore).

È a questo punto del percorso narrativo di Heated Rivalry che gli spettatori si rendono conto di cosa stanno facendo Ilya e Shane: si piacciono, certo, si desiderano, ma per motivi variegati - su tutti la necessità di non divulgare il loro rapporto perché sono rivali in campo e sono campioni di uno sport a prevalenza eterosessuale - rimangono sul filo senza dirsi cosa pensano davvero l'uno dell'altro. Tutto questo per dieci, lunghi anni. Come si sopportano 10 anni di situationship senza sapere se avrà mai una fine e soprattutto se finirà bene o male? In Heated Rivalry questa narrazione funziona e commuove ma, è, appunto, tutto finto, il frutto della mente di Rachel Reid, l'autrice che ha scritto la saga Game Changers.

Shane cede per primo ai sentimenti anche se è Ilya, per fortuna sulla sua stessa lunghezza d'onda, a dire cosa prova ad alta voce (in russo, ma tant'è). E al cottage, nel finale di stagione, quando il primo propone al secondo di essere sinceri l'uno con l'altro e di dirsi cosa sentono senza filtri, esplode la magia: la situationship è finita, tutto è bene quel che finisce bene. Titoli di coda (nel caso di Heated Rivarly, bellissimi) e l'amore trionfa. Nell'universo rarefatto della serialità, questo schema funziona. Nella vita vera, chi sopporterebbe dieci anni di instabilità e incertezze in nome di una flebile speranza?

In People we meet on vacation la situationship di Poppy e Alex dura ben 12 anni

C'è un altro titolo che, in queste settimane, ha animato il dibattito social tra chi sostiene la necessità di non sottomettersi alla situationship propaganda. People we meet on vacation (Netflix) come One Day (Netflix) e persino Normal People (RaiPlay) hanno fatto prima del film ispirato all'omonimo romanzo di Emily Henry, racconta la storia di due amici che si incontrano al college e trascorrono insieme ogni estate, da amici (che sotto sotto sognano di essere qualcosa di più). Il loro rapporto definisce tutto, anche le rispettive relazioni con altri partner. Di fatto, la loro amicizia influenza le persone che, per disgrazia, irrompono nella vita di Alex (Tom Blyth) e Poppy (Emily Bader) pensando ci sia spazio anche per loro.

Essendo una situationship fake, partorita dalla mente di una scrittrice di romance e poi adattata per Netflix da un team di sceneggiatori, sappiamo già che di spazio per altre persone che non siano i protagonisti, in questa storia, non ce n'è affatto: è chiaro sin da subito che finiranno insieme e va benissimo così. Ma per oltre un decennio Alex e Poppy rimangono sul filo di una cosa che hanno paura a frantumare, un legame che chiamano amicizia e invece ha tutte le sembianze dell'amore. Cambiano casa, città, fidanzato, lavoro, Poppy viaggia in lungo e in largo per il mondo per sgretolare le sue radici eppure non riesce a fare a meno di tornare tra le braccia di Alex. Il fatto che avessero ragione, che alla fine i due protagonisti siano predestinati a stare insieme, non fa altro che avallare l'ipotesi che aspettare di diventare una priorità per qualcuno che non è ancora evidentemente pronto a mettere in fila le sue sia una buona idea. Spoiler: non lo è quasi mai.

Il trope romance will they or won't they ci ha rovinato l'esistenza?

Per chi non mastica il linguaggio del romance, il trope "will they or won't they" è quello in cui due personaggi di un romanzo, di un film o di una serie tv rimangono a lungo nell'incertezza, posticipando il lieto fine fin quando non è più possibile tenere sulle spine lo spettatore. Basti pensare a Lorelai e Luke di Gilmore Girls (4 stagioni per un bacio), Ross e Rachel di Friends (solo una), Big e Carrie in Sex and The City (agli inizi), Hannah e Adam di Girls. Sappiamo - e lo sanno pure gli sceneggiatori - che in fondo i personaggi sono dei predestinati, che non possono evitare di finire insieme e, per questo, accettiamo le loro situationship come fosse un pegno, prendendoci anzi gusto e accettando l'inaccettabile. Prendiamo Luke: è palesemente innamorato di Lorelai sin dal primo episodio di Gilmore Girls e nonostante questo si mette in paziente attesa facendole da amico, confidente, aiutandola persino economicamente, guardandola inanellare svariate relazioni con altri uomini prima di essere notato dal suo love interest. Sospendiamo l'incredulità - lo sappiamo che, nella vita reale, nessuno potrebbe mai accettare, a meno di non essere masochista, ciò che accetta Luke mentre aspetta Lorelai - perché ci dà speranza, ci dà gioia e ci rassicura, ma sotto sotto lo sappiamo che certe cose capitano solo in tv. E nonostante questa consapevolezza, continueremo a tifare per le relazioni limbo on screen? Colpevole, vostro onore.