Una delle prime protagoniste femminili che il 2026 ci regala, in ambito cinematografico, è forse anche una delle più complesse. La miniserie La sua verità è uscita su Netflix lo scorso 8 gennaio e, da quando è disponibile in streaming, si sta imponendo come un thriller psicologico capace di tenere lo spettatore sul filo del dubbio.
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Al centro della storia c'è Anna Andrews, interpretata da Tessa Thompson, una giornalista di successo tornata nella sua città natale per affrontare un crimine che scuote la comunità, ma che la costringe anche a fare i conti con il proprio passato. La serie non racconta solo un omicidio: esplora la tensione tra memoria e percezione, verità pubblica e segreti personali, trasformando ogni episodio in un gioco sottile di prospettive e sospetti. Con Anna come fulcro, ogni scelta, ogni ricordo, ogni omissione diventa un pezzo del puzzle, in cui la verità si rivela tanto sfuggente quanto potente. Non è una protagonista facile da digerire, soprattutto all'inizio e man mano che l'intreccio si scioglie impariamo a volerle bene, a capirla e a immedesimarci in lei, nelle sue scelte contraddittorie. Forse è più un'anti-eroina che un'eroina del girlpower ma, dopotutto, nessun essere umano lo è mai davvero. Ecco in che modo la protagonista di Thompson rappresenta la femminilità moderna.
La trama de La sua verità su Netflix
Siamo a Dahlonega, in una cittadina degli Stati Uniti apparentemente tranquilla, di quelle in cui tutti si conoscono e i segreti sembrano impossibili da nascondere. Qui avviene un omicidio brutale che scuote la comunità e riporta a galla ferite mai rimarginate. A raccontarci questa storia sono due voci: quella di Anna Andrews (Thompson) e quella di Jack Harper (Jon Bernthal). I loro sono due punti di vista che si rincorrono, si contraddicono, si sovrappongono, costringendoci a dubitare continuamente di ciò che crediamo di sapere. Da una parte c'è una giornalista affermata, che ha lasciato la provincia per costruirsi una carriera solida e riconoscibile ad Atlanta, messa in pausa solo nell'ultimo anno a seguito di una tragedia personale. L'omicidio rappresenta per lei l'occasione di tornare a lavorare davanti alle telecamere, riappropriarsi della sua voce autorevole e della sua immagine pubblica controllata, della sua carriera, ma il ritorno nella città natale incrina subito quella sicurezza. L'omicidio non è solo una notizia da seguire: è una storia che la tocca da vicino, che risveglia ricordi sepolti, relazioni irrisolte, spesso disfunzionali, sensi di colpa mai affrontati. Più indaga, più è chiaro che il caso parla anche di lei, del suo passato e delle scelte che ha fatto per sopravvivere.
Dall'altra parte c'è il suo ex marito che lavora come detective ed è direttamente coinvolto nelle indagini. Il loro rapporto è segnato da ciò che non si sono mai detti, da una separazione che non ha davvero chiuso i conti con il dolore. Anche la sua versione dei fatti sembra lineare, razionale, fondata sui dati e sulle prove, ma episodio dopo episodio emerge come anche il suo sguardo sia filtrato da emozioni irrisolte, gelosie, rancori e paure profonde. La serie procede alternando i due punti di vista e mostrando come ogni dettaglio possa cambiare significato a seconda di chi lo osserva, anche quelli dei personaggi secondari: tutti sembrano narratori inaffidabili e non ci si può fidare di nessuno.
Il passato dei protagonisti si intreccia sempre più strettamente con il presente dell'indagine, fino a rendere impossibile separare il caso di cronaca dalla loro storia personale. Man mano che la verità sembra avvicinarsi, La sua verità fa esattamente il contrario: complica, devia, costringe a rimettere tutto in discussione. Forse lo show vuole trasmettere proprio questo messaggio: non esiste mai un'unica versione dei fatti, una ragione e un torto, ma una stratificazione di racconti, omissioni e autoassoluzioni. Forse vuole indagare sul confine tra bene e male, buoni e cattivi, mettendolo in crisi sempre di più, come rivelerà il finale, che sembra proprio domandarci: chi è il villain in questa storia? O ancora, perché abbiamo così bisogno di definire questo villain, sempre e comunque?
Nel nome del girlpower: Anna Andrew di Tessa Thompson
Nel personaggio di Anna Andrews, interpretato da Tessa Thompson, la serie mette in scena una protagonista profondamente contemporanea, lontana da qualsiasi modello di eroismo tradizionale. Anna non è un'eroina morale, né una figura chiamata a "fare la cosa giusta" in senso assoluto. È una donna che agisce dentro un sistema complesso – quello dei media, del potere narrativo, delle relazioni intime – e che impara a usarne le regole per non soccombere. Resta in piedi in un contesto che continuamente la giudica, la osserva e la mette alla prova, chiedendole coerenza mentre la priva di ogni reale possibilità di esserlo. Ambiziosa, lucida, spesso spietata con se stessa e con gli altri, costruisce la propria identità pubblica come giornalista televisiva controllando ogni dettaglio, perché sa che per una donna l'autorevolezza è sempre fragile e revocabile. Tornare nella città natale, però, incrina quella costruzione e la costringe a confrontarsi con una versione di sé che aveva provato a lasciarsi alle spalle: più vulnerabile, più contraddittoria, segnata da traumi che non si lasciano trasformare facilmente in narrazione. In questo scarto tra chi è diventata e chi è stata, la serie colloca il cuore del personaggio, rivelandolo sempre di più man mano che i minuti degli episodi scorrono sul pc.
Tessa Thompson, recentemente acclamata anche su Prime Video, in Hedda, lavora proprio su questa tensione. Il suo corpo è spesso rigido, la voce misurata, lo sguardo costantemente in difesa: Anna deve essere sempre un passo avanti rispetto a chi la osserva; l'ha imparato da giovane a sue spese. Non c'è mai un abbandono totale, mai una confessione pienamente liberatoria; Anna non si mostra vulnerabile, non chiede empatia, non cerca di essere assolta. Anche quando mente, anche quando manipola il racconto, lo fa come atto di sopravvivenza, non come pura strategia di potere.
Si tratta di un personaggio a tratti difficile, che facilmente può suscitare antipatia, specialmente all'inizio. Con l'evolversi della trama, tuttavia, ci si avvicina sempre più visceralmente a lei, l'unica del gruppo di amiche di un tempo con cui davvero poter empatizzare. E che davvero ha fatto scelte accettabili, cosa che non si può dire allo stesso modo delle altre. Man mano che la narrazione prosegue capiamo sempre meglio che cosa ha portato Anna a diventare quella che è diventata fino forse a perdonarle un po' di tossicità.
In His & Hers (il titolo originale della serie) l'eroismo non coincide con la risoluzione del mistero, ma con la possibilità di occupare lo spazio della narrazione. Anna è un'eroina perché rifiuta il ruolo tradizionale della vittima, ma rifiuta anche quello dell'innocente. Accetta di essere ambigua, di essere giudicata, di portare sulle spalle il peso delle proprie scelte. La serie suggerisce che, per una donna, dire la verità non significa necessariamente raccontare tutto, ma scegliere cosa può essere detto senza autodistruggersi. In questo senso, Anna Andrews incarna un'idea di eroina che non salva il mondo, ma salva sé stessa, mettendo in crisi l'illusione che esista una verità unica, neutra e universalmente condivisibile. Ed è proprio questa consapevolezza, lucida e disturbante, a renderla una protagonista radicalmente moderna. Anche se non è perfetta. Ma forse siamo stanchi di richiedere questa perfezione alle donne, di puntargli contro il dito. L'essere umano, chiunque, è sempre fallibile. Non esistono eroi né tantomeno eroine.
Allo stesso modo la serie ci regala uno sguardo potente, un'interpretazione interessante di quella che è la maternità, un amore anche contraddittorio e senza regole, venendo raccontata soprattutto come una forza primaria, potentissima, capace di muovere le azioni e deformare la percezione della realtà. Non è un sentimento rassicurante o pacificato, ma un affetto radicale, che precede la morale e spesso la scavalca. La serie insiste sull'idea che l'amore materno non sia necessariamente giusto, equilibrato o trasparente, ma assoluto: un legame che spinge a proteggere, a coprire, a riscrivere la verità pur di preservare ciò che si ama. È proprio questa potenza emotiva a rendere la maternità uno dei motori segreti della narrazione, una forza sotterranea che agisce anche quando non viene nominata. La sua verità mostra come l'affetto materno possa diventare un principio organizzatore del mondo, capace di giustificare l'indicibile e di trasformare il confine tra bene e male in qualcosa di poroso. Non sappiamo più cosa è giusto o sbagliato, forse abbiamo paura di dire quello che pensiamo sia giusto e quello che pensiamo sia sbagliato, ciò che ci appare giusto sembra definitivamente essere in realtà sbagliato. Questa serie ci offre risposte che ancora non siamo pronti a sentire.












