People We Meet on Vacation non è solo una rom-com - tra le ultime uscite Netflix -, è una storia che parla di movimento, di desideri rimandati, di persone che sembrano riuscire a stare insieme solo quando sono lontane da tutto il resto. Poppy (Emily Bader) e Alex (Tom Blyth) si incontrano ogni estate in un posto diverso, ed è così che il viaggio si trasforma nell’unico spazio in cui il loro legame può esistere, forse senza fare paura. Perché fermarsi significherebbe scegliere. E scegliere, oggi, è la cosa più difficile. Per i Millennials. Per la Gen Z.
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E così nel film People We Meet on Vacation (e nel libro da cui è tratto), “casa” non è mai un luogo preciso, ma più un’idea. Una promessa che esiste più nelle parole che nella realtà. Su Pinterest tra gli estratti più ripostati del romanzo ci si ritrova spesso tra queste parole di Poppy: “I still have a lot to figure out, but the one thing I know is, wherever you are, that’s where I belong. I’ll never belong anywhere like I belong with you. No matter what I’m feeling, I want you next to me. You’re home to me, Alex”.
Cos'è esattamente "casa"?
Una dichiarazione che racchiude molto, e che ci riporta a identificare quella casa, quel punto fermo, come un non-luogo, un concetto, una persona. Un sentimento, un’emozione. Eppure, proprio mentre siamo ossessionati da questa idea di casa — la comfort zone, il posto sicuro, il “finally settled” — continuiamo a fuggire. Un meccanismo di difesa, probabilmente, o una risposta al mondo che notiamo nel film, ma che osserviamo anche fuori dallo schermo. Sui social, l’estetica della casa perfetta convive con la romanticizzazione del transitorio: camere d’albergo, aeroporti, treni, città in cui restiamo “solo per un po’”. E ci troviamo a vivere in affitto, emotivamente e materialmente. Non solo una scelta emotiva, ma una condizione contemporanea tra lavori precari, affitti sempre più alti e una mobilità quasi obbligata. Così l’idea di restare nello stesso posto sembra un lusso.
La tentazione di lasciare, e fuggire
La stabilità non è più lo standard: è l’eccezione. Fuggire, cambiare, come Poppy, significa scrivere una storia sempre nuova, farsi attraversare dall’adrenalina costante di scrivere un presente perennemente diverso. People We Meet on Vacation intercetta perfettamente questa tensione, contemporanea e attuale. Poppy e Alex funzionano quando tutto è temporaneo: pochi giorni, una valigia, una data di ritorno già fissata. Il viaggio diventa spazio in cui essere sinceri senza dover costruire niente. Restare, invece, rende le cose reali. Le rende definite, con un proprio nome.
Un amore che esiste, che si percepisce, eppure posizionato all’interno di un timing sbagliato. Il cinema ne è pieno, la letteratura, la nostra vita. E ci colpiscono tutti perché parlano di noi. Di quello che viviamo ora, di quello che abbiamo vissuto, o semplicemente di ciò che abbiamo bisogno di vivere ancora in futuro. Lasciar impazzire la bussola diventa per molti un passaggio naturale, necessario prima di scegliere una versione definitiva di sé. Quella con cui si resta. Quella con cui si sceglie. Una fuga che non è solo geografica, ma identitaria. Ma poi si riconosce. E se casa non è un luogo, può davvero essere “l’altro”, People We Meet on Vacation non ci dà una soluzione perché di risposte non abbiamo bisogno. Che sia da costruire, da inseguire, da sognare, da raggiungere, “casa” è diventato un concetto, proprio come in questo film. Una semplice parola il cui sinonimo è “stare bene”.











