Ci sono personaggi che non si interpretano soltanto: ti entrano nelle ossa, ti cambiano la voce, ti spingono a camminare verso qualcosa che non sapevi ancora di essere. Per Alanah Bloor, Marianna è stato questo: un rito di passaggio, una chiamata, una prova. A vent’anni, l’attrice britannica si è immersa nella giungla scenica del nuovo Sandokan insieme a Can Yaman, per portare alla vita un’eroina ambivalente, imperfetta, fiera. E così, tra la sabbia e i tramonti italiani, ha scoperto che c’è una forma di libertà che nasce dal provare paura e restare. Una libertà che non ha bisogno di armature, ma di radici.
Noi l'abbiamo intervistata per conoscere meglio il personaggio che interpreta, e questo è quello che ci ha raccontato su Marianna e su cosa pensa sull'evoluzione del ruolo della donna sul piccolo e grande schermo.
Chi era Alanah Bloor prima di Sandokan? E chi è diventata oggi?
«Ero appena uscita dalla scuola di teatro. Avevo talento, avevo intuito, ma tutto era ancora in superficie. A vent’anni sei in cerca, provi, sbagli, inciampi e riparti. Poi sono arrivata in Italia per girare Sandokan. Sei mesi, una lingua nuova, un ruolo che sembrava più grande di me. Ma quel personaggio, Marianna, mi ha insegnato che potevo essere forte senza diventare dura. Oggi mi porto dietro quella fiducia: nelle audizioni, sul set, ma soprattutto nella vita».
Marianna non è stato solo un grande debutto, ma anche un momento di trasformazione personale per te: in che modo ti ha cambiata?
«Assolutamente sì. Marianna è una donna libera, ambigua nelle emozioni, coraggiosa nelle scelte. Quando ho letto la sceneggiatura ho sentito un legame immediato, quasi viscerale. Ho pensato: voglio essere lei. Non avrei mai immaginato di ottenere una parte così intensa così presto nella mia carriera. E invece è arrivata, come una chiamata. Mi ha detto: puoi farcela. E io ci ho creduto. È stata una sorta di rito di passaggio: da giovane attrice a donna che sa di poter reggere quella complessità».
La libertà è un concetto centrale nella tua Marianna. Cosa rappresenta per te, oggi?
«La libertà non è solo muoversi senza catene. È sapersi muovere dentro di sé, con sicurezza e amore. In Occidente nasciamo con privilegi che ci fanno dare tutto per scontato, ma la libertà è la consapevolezza di poter essere vulnerabili, incomplete, imperfette… eppure sufficienti. È non chiedere il permesso di essere ciò che siamo».
E le paure? Ci sono anche quelle nel cammino verso la libertà
«Eccome se ci sono. Ricordo un giorno, sul set, in cui il cavallo è impazzito e sono caduta. Ho sentito il dolore sul volto, ho pensato di essermi rotta il naso. In quel momento volevo scappare. Ma tutto si è fermato, e aspettava me: la troupe, gli attori, le riprese. Ed è lì che la paura è entrata in collisione con il dovere, con il mio ruolo non solo da attrice, ma da donna che tiene insieme ciò che accade intorno. Non è stata la sicurezza a sollevare quel momento, ma il coraggio di restare. Dopo, ho capito che quello è stato un punto di non ritorno per me».
Che cosa hai capito su te stessa, come donna e come artista, interpretando Marianna?
«Mi ha insegnato ad accettare la mia sensibilità — che non è debolezza, è profondità. A parlare dei miei sentimenti senza paura. Viviamo in un’epoca in cui ci viene chiesto di essere forti, rapide, produttive. Ma è nelle crepe che entra la luce. Marianna mi ha permesso di scoprire che la fragilità è una forma avanzata di coraggio».
Parliamo di successo e fallimento. Che posto hanno nella tua crescita?
«Sono due facce della stessa medaglia. Per ogni ‘sì’ ci sono cinquanta ‘no’, e non è una cifra poetica, è la vita dell’attore. Il rischio non è fallire; è perdere l’amore per ciò che fai lungo la strada. I rifiuti non sono colpi, se li sai trasformare: diventano pietre da cui costruisci. La forza non è non cadere: è non smettere di credere che stai costruendo qualcosa di vero».
Se potessi tornare alla te stessa di dieci anni fa, cosa le diresti?
«Di non avere paura di volere troppo. Che essere presa in giro perché ami qualcosa è solo un segnale: sei già diversa. E va bene così. Le direi di restare sé stessa, anche quando nessuno la capisce. Perché il mondo impiegherà tempo ad accorgersene… ma poi succederà».
Com’è cambiata per te la rappresentazione delle donne all’interno del mondo dell’intrattenimento negli ultimi anni?
«Un orizzonte che si sta allargando, finalmente. Le donne sullo schermo non sono più pedine o muse silenziose. Sono forze complesse, sono rabbia, sono evoluzione. E la cosa più bella è che siamo solo all’inizio. Le storie femminili stanno esplodendo in mille direzioni nuove — e Marianna è una di quelle. Leda in La Figlia Oscura, Gloria in The Morning Show, Furiosa. Non combaciamo più con un modello. Ne stiamo creando di nuovi».













