Se c'è una cosa in cui eccelle Darren Star, ideatore, giusto per citare la sua creatura più famosa, di serie culto come Sex and The City, è regalare immaginari da sogno ai suoi spettatori. Le sue eroine - ieri era Carrie Bradshaw, oggi Emily di Emily in Paris , in streaming su Netflix con la prima parte della quarta stagione da ferragosto (la seconda e ultima tranche di episodi arriverà il 16 settembre) - sono donne indipendenti con vite, outfit, amori, amicizie e lavori da sogno. E se c'è una cosa che Emily e Carrie (la prima interpretata da Lily Collins, la seconda da Sarah Jessica Parker) hanno in comune è che la loro esistenza scorre, ai limiti della sospensione dell'incredulità, tra eventi mondani, amicizie glamour e imprevisti che iniziano come drammi ma poi si risolvono in un nulla di fatto. Le avventure della prima hanno come sfondo Parigi, della seconda Manhattan, ma la favolosità delle loro rispettive esistenze, latitudini estreme a parte, rimane una costante.

Prendiamo ad esempio Carrie, che riusciva a sostenere spese importanti, vedi la sua collezione di Manolo, scrivendo un editoriale a settimana su una rivista. Piccolo inciso di chi scrive e fa lo stesso lavoro di Bradshaw: senza ombra di dubbio e in nessun mondo possibile, scrivendo un solo articolo a settimana, si può finanziare una passione costosa come la sua. Eppure Darren Star ci aveva fatto credere che quello stile di vita fosse sostenibile e non soltanto un trip partorito dalla sua mente megalomane. Emily, invece, vive la sua best life a Parigi e in quattro stagioni è riuscita a diventare la regina del social marketing della Ville Lumiére anche se combina davvero un sacco di pasticci ingiustificabili, praticamente non mastica una parola di francese ed è più impegnata a gestire i suoi intrallazzi sentimentali che non il lavoro alla Agence Grateau.

Quando la prima stagione di Emily in Paris è arrivata su Netflix, il mondo era funestato dalla pandemia: era il 202o e avevamo tutti bisogno di sognare. Quindi i look stravaganti della protagonista, la sceneggiatura al limite del surreale, i dialoghi frivoli e leggeri e i colpi di scena amorosi erano sembrati a tutti acqua fresca, un modo come un altro per passare il tempo in un periodo di noia, paura e stasi collettiva. La seconda e la terza stagione, uscite in periodi meno avversi, avevano calcato il successo della prima: lo schema d'altronde è sempre uguale, con Emily che si giostra tra amori impossibili (quella per lo chef Gabriel interpretato da Lucas Bravo) e relazioni più o meno stabili (con Alfie, ovvero Lucien Laviscount), clienti extra lusso per i quali sembra sempre trovare la soluzione di un problema che, puntualmente, ha creato lei stessa e lo sfondo di una Parigi magnifica, pulitissima e perfetta. Una città in cui la Senna luccica - sappiamo che non è così dalle ultime Olimpiadi - e la Tour Eiffel si illumina sempre al momento giusto.

Con la quarta stagione, però, gli spettatori sembrano essersi risvegliati dall'incantesimo: va bene sognare in grande, va bene sospendere l'incredulità accettando che quanto scorre sullo schermo sia una realtà plausibile in un qualche metaverso, ma forse fare evolvere un po' i personaggi non avrebbe guastato: è questa la critica più ricorrente mossa dalla stampa internazionale al quarto capitolo. Per la nuova stagione, in termini di estetica a supporto di questa narrazione, la produzione non ha badato a spese sia rispetto ai look delle protagoniste, in particolare di Lily Collins e Ashley Park che interpreta la sua BF Mindy (la rosa dei designer prescelti va da Miu Miu, a Germanier passando per Balmain, Jacquemus, Schiaparelli e Coperni) che di location: Emily in Paris, in questo, fa un po' l'effetto Bridgerton. Ovvero è una gioia almeno per gli occhi, se non per le orecchie (altra critica della stampa internazionale: i dialoghi non sono poi così brillanti com'erano, ad esempio, quelli di SATC).

Crediamo ancora al sogno venduto da Emily?

Un'altra critica che viene mossa da anni alla serie, specialmente dagli utenti di Tik Tok, è che la vita che fa Emily a Parigi da semplice risorsa del marketing che per altro inizia la sua carriera da junior è, nella realtà, praticamente un sogno: ci sono molte ragazze americane che vivono nella capitale francese che stanno tendando di spiegare quanto sia pericoloso romanticizzare un'esperienza all'estero che, senza le opportune risorse economiche o i giusti contatti, non è poi così favolosa.

Il mito creato da Emily, inoltre, nel corso degli anni ha portato migliaia di fan a Parigi, pronti a fotografarsi nei luoghi della serie. Un assalto che i parigini non hanno preso bene: nei giorni delle riprese della quarta stagione sono comparsi decine di graffiti sui muri della città contro la protagonista dello show e i suoi irriducibili supporter. Certo i francesi sono noti per la ritrosia nei confronti degli stranieri e non è un caso che Darren Star abbia giocato molto, nel corso delle stagioni, sull'antitesi tra Emily l'americana e i parigini. Ma il turismo di massa generato dalla serie non è stato accettato di buon grado dai locals, che di Emily in Paris hanno criticato praticamente tutto. Loro, questo è sicuro, l'incredulità non l'hanno mai sospesa. Tutti gli altri, con la quarta stagione, sembrano invece essersi risvegliati da una sorta di torpore: il dilemma è se vale la pena accontentarsi della frivolezza a tutti i costi o se riservare il proprio tempo libero a show magari altrettanto leggeri ma non per questo meno complessi.