Non siamo equipaggiati per affrontare la morte di un ragazzo di 25 anni ed è per questo che, dalla notizia della scomparsa di Angus Cloud sul suo profilo Instagram si stanno riversando commenti attoniti dei fan. Qualcuno lo saluta, qualcuno lo ringrazia, c'è chi scrive «Vorrei che qualcuno fosse venuto prima a vedere come stavi». Non sappiamo i motivi della morte, non sono chiari e le circostanze non sono state rese pubbliche. L'attore, noto soprattutto per il ruolo di Fezco in Euphoria, è morto nella casa della sua famiglia a Oakland, pochi giorni dopo aver dato l'ultimo saluto a suo padre.


C'è chi pensa che Cloud si sia tolto la vita anche se è troppo presto per trarre conclusioni. Secondo Nbc News delle fonti vicine alla famiglia hanno effettivamente parlato di «pensieri suicidi» che avrebbero colpito il venticinquenne dalla morte del padre. Anche la famiglia, nella dichiarazione ufficiale, ha lasciato intendere che Cloud avesse difficoltà legate alla salute mentale. «La scorsa settimana ha seppellito suo padre e ha lottato intensamente con questa perdita», si legge, «Angus è stato aperto sulla sua battaglia per la salute mentale e speriamo che la sua scomparsa possa ricordare agli altri che non sono soli e non dovrebbero combattere da soli in silenzio».

Alcuni fan hanno organizzato una maratona di Euphoria per ricordarlo, c'è chi gli dedica un post, chi sottolinea quanto fosse amato e quanto avesse ancora da dare, come attore e come essere umano. Siamo esseri fragili, ci spezziamo facilmente e, se questo è vero per la salute fisica, lo è tanto quanto per quella mentale. Solo che ancora, a volte, ce lo dimentichiamo. Oggi se ne parla di più, siamo più abituati a preoccuparci di come stiamo psicologicamente ed emotivamente, fosse solo perché la percentuale di giovani che soffrono di ansia o depressione aumenta inesorabilmente di anno in anno. Eppure la salute mentale è ancora vista come una questione individuale: naturalmente è fondamentale prenderla sul serio, chiedere aiuto, curarsi, ma a volte non basta. Forse solo quando inizieremo a prendercene cura a livello collettivo, come società, e quando capiremo che una parola in più, un segno di apertura al dolore altrui, può essere salvifico, staremo davvero affrontando il problema. Come ha detto la sua famiglia, la morte di Angus Cloud può diventare un monito.