Che esista o meno un Dio dell’Amore, ognuno è libero di costruirsi la propria idea. Eppure, negli incontri della vita — nelle coincidenze giuste, al momento giusto — viene quasi naturale pensare che possa davvero esistere. Ce lo racconta Benedetta Cimatti che proprio ne Il Dio dell’Amore (regia di Francesco Lagi), al cinema, disegna, interpreta e vive Lidia, «una maestra elementare che ama i suoi bambini»: una donna onesta, romantica, consapevole, libera nel senso più autentico del termine. Attraverso Lidia, Benedetta Cimatti ci accompagna attraverso un cammino profondamente femminile fatto di verità e consapevolezze, perché «anche se ha superato i trent’anni non si sente inadeguata perché non si è sposata o perché non ha ancora figli. Lei vive liberamente, sia l’amore che la propria sessualità».
Sembra quasi un’eroina contemporanea
«Per arrivare a questo tipo di consapevolezza la società deve fare ancora molta strada, ma in questa sceneggiatura Lidia sfugge alle etichette. È una donna realizzata che, allo stesso tempo, riconosce che potrebbe stare ancora meglio con accanto a qualcuno».
Quindi non vive ancora la disillusione dell’amore?
«A volte mi capita di confrontarmi con altre ragazze della mia età, e di percepire un certo pessimismo. Per Lidia non è così. Non si accontenta e la sua libertà è ciò che la fa stare bene».
E tu credi che esista questo Dio dell’amore?
«Non saprei dirlo. Sono una persona molto romantica e spesso mi trovo a ricordare con il mio compagno come tutto sia nato: il fatto che ci trovavamo in quel luogo, le stelle, l’incontro. Forse c’è sì un motore».
Parlando del film, hai citato spesso i bambini con cui hai lavorato sul set. Com’è stato stare in una vera classe?
«Meraviglioso. È stato un regalo enorme. Sono diventata la maestra Lidia anche fuori dal set: mi chiedevano il permesso per tutto. La spontaneità dei bambini disarma. È stata un’esperienza preziosa che mi ha ricordato quanto sia fondamentale l’ascolto».
Parlando di tue interpretazioni passate, lo scorso anno hai dato vita a Rachele Mussolini. Un ruolo molto lontano da questo…
«Ho lavorato spesso in film storici, ma ultimamente sento più vicino il contemporaneo. Nei film in costume puoi mettere solo una piccola parte di te, perché devi rispettare la storia. Nei racconti ambientati oggi, invece, riesco a esprimermi di più».
C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare?
«Sicuramente una donna nella preistoria: sarebbe una sfida di pura immaginazione. E poi sicuramente un psichiatra».
Perché proprio una psichiatra?
«Sto studiando psicologia, quindi mi affascina molto l’idea di esplorare storie legate alla mente. Mi piacerebbe raccontare lo sguardo femminile delle prime psichiatre: sarebbe un progetto davvero stimolante».














