Per la notte prima degli esami di Tommaso Cassissa bisogna fare un passo indietro nel tempo, fino al 1883, tra le pagine di Nietzsche. Qui compare un simbolo antico che attraversa la filosofia e il tempo. È l’uroboro, quel serpente che, girando su se stesso, inizia dove finisce.
Da questa immagine ha inizio l’esame di maturità di Tommaso Cassissa. Genova, estate 2019, liceo scientifico Fermi. La foto esce da una delle buste chiuse, pronte per mettere alla prova ogni studente. Tommaso è stanco, come tutti, esausto. Arriva da una nottata sui libri e davanti a quell’immagine il pensiero è uno: "tutto ma non Nietzsche". «Non l’ho mai capito - ci racconta - non sapevo davvero nulla. La filosofia mi piaceva, ma per me filosofia è fare filosofia, mi piace e mi piaceva offrire anche la mia di visione. Questo però non sempre era compreso. A scuola, la filosofia, era legata a date e nozioni così specifici che non me la facevano amare. Come si è concluso l’esame? Con il massimo dei voti. Era un periodo in cui pubblicavo già i miei video, i prof conoscevano questa mia passione parallela e così ho iniziato a parlare. A parlare tantissimo. Questo mi ha aiutato».
Tommaso Cassissa - che tra i progetti futuri conta anche una parte in Tra amore e inganni insieme a Rege-Jean Page e Halle Bailey - ci catapulta subito al momento della sua maturità, non a caso l’immagine dell’eterno ritorno non rimane così in disparte. Tommaso rivive quel momento, lo fa sul set, capitanando la classe protagonista di Notte Prima degli Esami 3.0, al cinema dal 19 marzo, a vent’anni di distanza dal film diventato un cult per intere generazioni. C’è ancora Roma, c’è ancora lo scontro prof - alunni, ma tutto viene vissuto con un’atmosfera totalmente contemporanea, dove l’ansia attraversa anche le questioni mondiali e non si sofferma all’ambiente scolastico. Tommaso è Giulio, vive una perenne ansia verso il futuro, il mondo, l’ambiente. «Entrambi siamo dalla parte della giustizia, e abbiamo molta ansia rispetto al futuro. Giulio pensa che il mondo finirà presto, la sua si trasforma in una sorta di eco-ansia. Io, agli occhi di tutti, ero uno studente spensierato, allegro, felice».
E in realtà?
«In realtà sono un maestro - e lo ero - nel mascherare una finta serenità. Ho sempre sofferto di ansia e ho sempre avuto pensieri molto estremi. Se mi andava bene una verifica, stavo bene, pensavo di essere un fenomeno. Se andava male, pensavo di aver fallito in tutto. Da un estremo all’altro. E poi avevo voglia di dire la mia. Magari quando non avevo studiato, mi capitava di discutere con la prof. di italiano perché non mi piaceva una poesia. Lo dicevo ad alta voce e questo faceva infuriare tutti. Mi infastidiva davvero molto l’idea che le mie opinioni non cantassero nulla, solo perché ero piccolo».
Un atteggiamento molto simile a Giulio in Notte Prima degli Esami 3.0, soprattutto con la sua prof. di lettere, interpretata da Sabrina Ferilli.
«Moltissimo. Poi io tornavo a casa e mi sfogavo in modo diverso. Facevo i video su YouTube e sfogavo la mia ironia in questo modo per raccontarmi. Con il tempo tutti hanno apprezzato questa mia forma di evasione, i compagni, i prof, perfino il preside. Nel film, Giulio è molto più cinico, si tiene le cose più per sé».
Hai un ricordo legato al primo Notte Prima degli Esami?
«L’ho visto poco prima di fare la mia maturità. Era una barriera che andava superata, il primo step della maturità. Guardare quel film era una tappa obbligatoria».
Hai incontrato Nicolas Vaporidis, il capoclasse della pellicola del 2006. Ti ha dato qualche consiglio?
«Mi ha fatto un grande in bocca al lupo. E poi mi ha dato diversi consigli, tra i tanti quello più importante per me è stato di godermi le cose, di andare incontro alle situazioni con entusiasmo. Perché c’è lo stress, ci sono le aspettative, ma tutto quello che ho fatto è un grande privilegio. Ed è così, sono molto grato».
Senti un’ansia rispetto a possibili termini di paragone?
«No, questo è un altro film, ha una storia diversa. Ripesca la struttura, ma approfondisce altre parti. Non sento il confronto, non serve, non è importante. Il primo film rimane, rimarrà per sempre un cult».
E la tua notte prima degli esami come l’hai vissuta?
«Ho studiato tutta la notte, mi ero ridotto all’ultimo».
Nessuna festa?
«Sì, ma un paio di notti prima. Se non ricordo male sono andato a ballare. Ma la sera prima è stato il panico. Ho studiato molto e sono arrivato a scuola esausto. Forse proprio quella stanchezza mi ha aiutato. Non avevo freni e volevo finire tutto al più presto. Ho preso il massimo, parlavo a macchinetta e non ho dato parola ai prof».
Com’era organizzato il tuo orale?
«Una tragedia. Era l’anno delle buste. All’interno si trovava un documento, una foto e quello doveva essere l’inizio dell’orale. Mi è capitato Nietzsche, non sapevo nulla. Mi piaceva moltissimo filosofia, ma non ho avuto un’insegnate capace di farmela amare e comprenderla bene».
Nel film la prof. di letteratura è soprannominata “la belva”, hai avuto anche tu insegnanti così?
«Certo, più di una. Fare l’insegnante è un lavoro molto importante, e allo stesso tempo a volte, molto complesso. Mi sono trovato davanti a insegnanti che volevano portare a termine il programma, che non cercavano mai di empatizzare con noi studenti. Questo è un peccato».
Genova, in quegli anni, era nel pieno della creatività. Tra i suoi vicoli stava nascendo quella che oggi possiamo chiamare la nuova scena musicale genovese. Tu hai preparato la maturità insieme a Olly e con lui si apre proprio il film con un suo brano, Questa domenica.
«È un bel serpente che si morde la coda, per riprendere Nietzsche. Abbiamo studiato un paio di giorni insieme, è vero. Lui non era al mio stesso liceo, ma abbiamo affrontato insieme quel momento».
E la musica torna sempre, importante per la tua città, così come all’interno del film...
«È fondamentale, ed è stata fondamentale per me. Al liceo ho scoperto il rap ligure con Olly e Alfa, che all’epoca rappavano. Poi ho scoperto anche il mondo di Izi, Tedua, Sayf, Bresh, tutta la scuola ligure di quegli anni. Andavamo ai loro concerti quando c’erano 100 persone, ascoltavamo la loro musica a palla negli spogliatoi di ginnastica. Noi a Genova li ascoltavamo tantissimo».
Che significato aveva quel movimento per te e per tutti i tuoi coetanei?
«È stato incredibile, mi ha ispirato tantissimo. Anche per il mio lavoro. Facevo video con i miei amici, ma la mentalità era la loro stessa. Guardavamo questo gruppo di rapper emergenti che cantavano la sera nei vicoli, facevano video al porto antico di Genova, piuttosto che nella piazza principale De Ferrari. Facevano gruppo e vivevano questo sogno, uguale al mio».
Ossia?
«Partire, andare a Milano perché era lì, a Milano, che i sogni potevano diventare realtà. È una bella fiaba, ci abbiamo creduto tantissimo. C’è chi ci ha creduto con la musica, chi con i video, chi con la recitazione. Credo sia un approccio molto ligure. Io e Alfa ci frequentiamo molto ancora oggi, è capitato di lavorare insieme. È una storia molto bella».
Questa creatività la senti ancora tra le vie di Genova quando torni?
«Tantissimo, Genova regala tantissimo se la sai guardare e vivere con il giusto approccio. Io non sono di Genova città, ma di Campomorone, in provincia. Mi dividevo tra questi due luoghi, e non mi sono mai stancato. Ho sempre scelto di starci, non ci sono mai dovuto stare».
Come vivi la nostalgia?
«Ho molta nostalgia nelle cose, penso che sia un privilegio provarla perché ti riporta a quella dimensione di quando eri bambino. L’essere umano, più cresce, più tende a voler ricreare quelle emozioni che provava quando era piccolo. ».
C’è un’immagine del passato che ami ricordare?
«Una in particolare: i pomeriggi dopo scuola a casa di nonna Sandra, sul suo divano blu in salotto. Ci ho giocato, studiato, costruito. È un ricordo che mi scalda il cuore e mi piace tanto. Quella casa, con lei dentro, quella dimensione. Ricerco quel senso di calore che provavo, nel presente ora è ovviamente più complesso».














