Quando una donna esce dal ruolo che le è stato assegnato capita, ancora oggi, che qualcosa si incrini. Una riflessione che attraversa ancora il presente e che ritroviamo anche in un classico del Settecento, La Locandiera. «Con Mirandolina abbiamo rotto la tradizione», racconta Gaja Masciale, protagonista della nuova riscrittura firmata dalla drammaturga irlandese Marina Carr. La commedia di Goldoni torna così in scena con una figura radicalmente contemporanea: una donna che sfida lo sguardo degli uomini e prova a spostarsi dalla posizione della preda a quella di chi decide le regole del gioco. Ma ogni gesto di libertà ha un prezzo, ancora e lo racconta Gaja Masciale stessa che raggiungiamo al telefono mentre è a a Rijeka, in Croazia, per una delle tappe della tournée dello spettacolo (coproduzione tra TSV – Teatro Nazionale, Abbey Theatre – Teatro Nazionale d’Irlanda e Teatro Nazionale Croato di Fiume – HNK Rijeka) iniziata a febbraio a Treviso. Un viaggio che attraversa emozioni sul palco, proiettate a ogni spettatore in sala e che ora raggiunge Milano al Teatro Elfo Puccini, dal 10 al 15 marzo per poi continuare in estate anche in Irlanda.



Una continua partenza, iniziata dalla tua Puglia. Immagino che sia così fin dagli inizi, quando hai scelto di seguire questo mestiere…

«È la parte più stancante, ma anche la più divertente, perché ogni volta si entra in contatto con culture differenti. Ricordo le parole della mia insegnante di teatro appena presa in Accademia: “Preparati ad avere sempre tante valigie”. All’epoca non avevo capito davvero cosa volesse dire, ma effettivamente è così».

Quando hai iniziato questo mestiere, sognavi di lavorare in una città in particolare?

«Roma, senza dubbio. Mi sono subito trasferita qui e qui ho iniziato a lavorare. È diventata la mia città. Poi crescendo, inevitabilmente, si sono modificati anche i sogni, e con loro il desiderio di scoprire e conoscere quante più città possibili. Ogni città parla per sé, ha una sua identità».

Oggi lo sguardo dove si è spostato?

«A Parigi, aspetto questa meta».

Con la Mirandolina ti sei esibita anche a Venezia, in un periodo molto particolare…

«Abbiamo lavorato durante il Carnevale, in concomitanza con San Valentino. Lo spettacolo era al Teatro Goldoni e nello spettacolo il nostro ristorante si chiama proprio Goldoni: si sono creati degli allineamenti imprevedibili e sorprendenti. E Venezia in quel periodo era davvero surreale: sembrava di vivere dentro un videogioco. Una notte mi sono ritrovata circondata da persone mascherate e la città sembrava avvolta da un mistero intenso che non immaginavo».

Cosa rende Mirandolina un personaggio così contemporaneo?

«La riscrittura de La Locandiera nasce dal lavoro dell’autrice Marina Carr, arrivato a noi con la traduzione e la drammaturgia di Monica Capuani. È stato bellissimo confrontarsi con questo materiale, sia teatralmente sia artisticamente. Quando si mette in scena un classico oggi la domanda è sempre: che senso ha? Il teatro è anche un luogo dove possono nascere conversazioni profonde con se stessi e con la società. È un luogo in cui ci si mette in discussione e ci si guarda allo specchio come individui e come comunità. In questo senso Mirandolina è una donna che paga il prezzo della propria libertà, della scelta di voler decidere per sé. E questo tema è ancora molto attuale, anche rispetto alla violenza di genere. La storia ci ricorda che esiste ancora oggi un prezzo da pagare per la libertà, e purtroppo è qualcosa che succede da secoli».

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Serena Serrani

In passato hai detto che ti interessa interpretare donne che fanno sentire la propria voce e che cercano un cambiamento. Mirandolina possiamo dire che sia una di queste. Ti è capitato di dire dei no?

«Sì, mi è capitato. Crescendo ed evolvendo come persona e come artista, sviluppi una sensibilità più precisa rispetto alle storie che vuoi raccontare. Ti chiedi: a quale mondo voglio credere? Che tipo di mondo voglio contribuire a raccontare? Dire dei no è sempre doloroso, ma a volte è anche una forma di selezione naturale. Non è una scelta contro qualcosa, ma piuttosto a favore di qualcosa che senti più vicino a te».

C’è qualcosa di te in questa Mirandolina contemporanea?

«Credo il desiderio di far sentire la propria voce e di occupare il proprio spazio. È qualcosa che sento molto vicino a me, ma che riconosco anche nel tempo che stiamo vivendo».

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Serena Serrani

Goldoni conclude la commedia con un matrimonio che, in passato, era visto più come un legame contrattuale necessario. Tu come lo interpreti oggi?

«Io lo immagino come una grande festa dell’amore, la consacrazione di un legame profondo e autentico. Se deve essere così, allora sì, è una cosa bella. Penso che sia importante dare nuove definizioni alle parole che già conosciamo. Le parole non devono avere per forza un solo significato fisso e sterile. Possono trasformarsi, assumere nuovi sensi e nuove associazioni»

Qualche mese fa, alla Mostra del Cinema di Venezia, ci parlavi della “disobbedienza” che hai imparato a esplorare lavorando con Valeria Bruni Tedeschi. La porti ancora con te?

«Sì, certo. È qualcosa che continuo a coltivare. La disobbedienza è una promessa che devi rinnovare continuamente: è quel piccolo brivido che ti ricorda di non smettere di interrogarti e di non smettere di cercare».