Se a volte la vita inciampa e si frantuma in cocci come una ceramica nell’istante dopo aver perso il bilico del suo equilibrio, provare a ripararla con polvere d’oro, come nell’arte
antica del Kintsugi, è il regalo più complesso e meraviglioso che qualcuno possa fare a sé stesso. È così che immagino Mara Sattei, in una dolorosa notte ad Abbey Road, sedersi al piano e lasciar fluire la tristezza che finalmente si riconosce il diritto di sentire, e trasformarla in un torrente dorato. Da quella sorgente sgorga Che me ne faccio del tempo,
il nuovo album della cantautrice romana, dal 27 febbraio disponibile anche
in versione fisica. Il progetto arriva a quattro anni dall’ultimo lavoro in studio e include collaborazioni importanti, fra cui quella con il fratello Thasup e con Elisa. L’uscita del nuovo progetto coincide anche con la partecipazione di Sattei alla 76a edizione del Festival di Sanremo, in gara con il brano “Le cose che non sai di me”. Qui la incontriamo, a pochi giorni dalla discesa della scalata all’Ariston, al suo fianco saltella una barboncina, bionda come lei, a distanza, la segue la sua famiglia. Oggi Mara Sattei è felice ed emana la luce brillante di chi ha costruito quello stato vitale ricucendo, fragilità dopo fragilità, il proprio cuore con un filo d’oro. Di chi dentro quella felicità custodisce senza vergogna, anzi con una punta di orgoglio, le proprie malinconie. E infatti quando le chiedo quale sia la sua canzone preferita mi dice: «Ma felice o triste?», e poi, senza aspettare la mia risposta, ci ripensa. E ride: «“Summertime Sadness” di Lana del Rey».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Cappotto, Vivienne Westwood. Scarpe, Kiko Kostadinov da archivio personale @giuliaclx. Camicia, Catheclisma.

Sei a Sanremo per la tua seconda volta, con una canzone che hai scritto interamente tu. Come ti senti?

«Mi sento emozionata e carica. Vado all’Ariston con una consapevolezza diversa, perché non è la prima volta, ma senza perdere quella sana ansietta dell’incognito. E porto un brano che amo profondamente e che ho scritto io: da cantautrice è una grande soddisfazione».

Se ripensi al tuo primo Sanremo, cos’è cambiato per te?

«L’emozione, in fondo, è sempre la stessa: gratitudine».

C’è qualcosa di quella prima volta che vorresti ritrovare, e qualcosa che invece speri di non trovare più?

«La cosa più bella è il momento in cui si mette piede su quel palco: l’adrenalina, il batticuore fortissimo. Quella sensazione non vedo l’ora di riviverla. Quella che invece spero di evitare risale alla prima sera, quando cantai per ultima. È stata tosta. Sarebbe bello a questo giro essere almeno a metà scaletta».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Maglione, Burberry da Contessa Miseria Archivio.

In questi anni il panorama musicale è cambiato molto. Tu che hai iniziato giovanissima, che differenze noti oggi?

«Il cambiamento più evidente è la velocità. La musica è diventata più accessibile, più immediata, ma anche per questo più veloce nel suo essere consumata. Ne conseguono aspetti positivi, come il fatto che attraverso i social e piattaforme come TikTok molte persone possano costruire una community. Allo stesso tempo, però, è aumentata l’ansia da prestazione, l’ossessione per i numeri. A volte la musica viene vista più come un prodotto che come un’arte ed è un peccato».

E a proposito, per questo nuovo progetto hai fatto la tua piccola rivoluzione: ti sei presa il tempo di lavorarci. In questi quattro anni, non hai mai avuto paura di sparire?

«Sì, all’inizio temevo: se non ci sei, non esisti. È una sensazione che accomuna tantissimi artisti. Poi però mi sono detta una cosa molto semplice: io farei musica comunque, anche se non fosse il mio lavoro. Ciò che mi rende felice è scrivere canzoni belle, che piacciano prima di tutto a me. Prendermi questo tempo è stato fondamentale per raccontare chi sono davvero».

Come hai curato la tua crescita creativa in questo periodo?

«Ho viaggiato molto, ho scritto tanto, ho sperimentato. A volte passavo intere giornate al pianoforte, anche solo per buttare giù idee. La creatività va alimentata, e per farlo servono stimoli ma anche tempo. Molti brani dell’album nascono da una fase di grande tristezza e disorientamento. Ho capito che dovevo accogliermi, accettare anche di sentirmi infelice. Viviamo in una società che sembra non ammettere le fragilità. Invece è okay essere tristi».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Maglia, da Contessa Miseria Archivio. Corsetto e pantaloni, Vivienne Westwood.

Quanto la musica ti ha aiutata a metabolizzare ciò che stavi vivendo nel processo?

«Tantissimo. Alcuni brani si sono scritti quasi da soli. “Abbey Road”, per esempio, è stato il primo pezzo che ho scritto dopo molto tempo. Ero davvero ad Abbey Road, a Londra, in un periodo molto buio: tutto mi sembrava piatto, avevo paura di aver perso la magia nella scrittura. Mi sono seduta al pianoforte ed è nato tutto come in un flusso. Racconta immagini precise di quel momento: la solitudine, le paure per il futuro. La musica è terapeutica, è un modo per parlare di se stessi tramite le note. Di attraversarsi».

Pensi che sia dalla sofferenza che nascono le cose artisticamente più forti?

«Più che altro penso sia importante accettare la tristezza. Viviamo in un periodo di eccesso di positività, dove sembra che non ci si possa permettere di dire “oggi sto male”. Invece stare dentro certe emozioni è fondamentale, perché significa affrontare davvero la propria vita. Io lo faccio attraverso la musica, altri in modi diversi, ma il punto è sentire. Siamo un po’ anestetizzati emotivamente, e invece è bello ascoltare un brano e sentire che ha smosso qualcosa».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Blazer, Phisique du Role. Giacca, Roa. Pantaloni, The Frankie Shop.

Ci sono artisti che ti hanno ispirata particolarmente in questi anni?

«Rosalía, senza dubbio. Lux è un album incredibile, ma io la seguo da anni, da prima di Motomami. Per me lei è un esempio perché quello che fa non è mai solo un prodotto: è un progetto coerente, emotivo, pensato. È tutto incentrato sulla musica. Mi riconosco nel suo ultimo progetto anche per il legame con Dio».

Anche nel tuo percorso c’entra la spiritualità.

«Io sono credente, credo in Dio, è una parte fondamentale di me. L’ho sempre esternato, anche quando ero più piccola. Spero che parlarne possa far sentire altre persone libere di farlo, senza paura del pregiudizio sulla religione, come credo esista un po’ in Italia. Per me è una cosa intima, personale».

Con il tuo nuovo progetto in arrivo, e a Sanremo, vedremo anche un’evoluzione nella tua immagine?

«Stiamo lavorando tanto per trovare la strada giusta, siamo a un buon punto[l’intervista è stata raccolta a metà gennaio, ndr]».

Che rapporto hai con il tuo corpo?

«È un percorso di continua accettazione. Essere esposta, fotografata, in video, amplifica tutto. Come per chiunque, ci sono cose di me che non mi piacciono, ma fa parte della vita e accettarle è un lavoro su se stessi. Cerco di vivere il mio corpo con onestà, senza forzature».

Essere così esposta rende questo il percorso più complesso?

«Sì, perché l’esposizione amplifica tutto. Il lavoro che faccio mi porta continuamente a guardarmi, a rivedermi, a confrontarmi con un’immagine che non sempre sento completamente mia. È un percorso che continua nel tempo, interrotto da alti e bassi, ma credo sia importante non farsi schiacciare e cercare di restare gentile con se stessi».

Per le ragazze è più difficile?

«Sì, al cento per cento lo è e non credo serva che ti spieghi come mai».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Camicia e pantaloni, Stella McCartney. Scarpe, Santoni. Top, Nike Acg da Archivio Archivio.

Da un punto di vista stilistico, cosa troviamo in questo album?

«È un disco molto più cantautorale rispetto ai precedenti. Ho sentito il bisogno di mettere al centro le parole, la scrittura e di costruire un mondo sonoro più intimo. È un album che nasce da un’urgenza emotiva vera. Volevo che fosse coerente, che raccontasse davvero un momento della mia vita, anche a costo di essere meno immediato».

C’è un brano a cui sei particolarmente affezionata?

«Ogni canzone rappresenta un pezzo di me e di quello che ho vissuto. Ovviamente ci sono brani che mi toccano di più a livello emotivo, ma sarebbe impossibile sceglierne uno solo, perché ciascuno ha avuto un ruolo preciso nel racconto del disco».

E uno che ti è costato particolarmente incidere?

«“Abbey Road”, senza dubbio. È stato il primo brano che ho scritto dopo tanto tempo ed è nato in un momento molto difficile. Inciderlo è stato emotivamente impegnativo perché mi ha costretta a rivivere quel periodo, ma allo stesso tempo è stato liberatorio. È una canzone molto vera».

Raccontaci la genesi di “Everest”, il brano in featuring con tuo fratello Thasup.

«È nato in Puglia, di notte. Eravamo insieme, c’era questo clima molto sospeso, quasi mistico. Abbiamo iniziato a scrivere senza pensarci troppo. È una canzone che racconta anche il nostro legame, non solo musicale».

La famiglia è centrale nella tua arte: l’ultimo brano dell’album si intitola “Mamma”. C’è un motivo?

«Sì, perché per me la famiglia è sempre stata un punto fermo, anche nei momenti di distanza. “Mamma” è una canzone che parla di senso di colpa, perché vivo lontano da lei, di mancanza, di amore incondizionato».

E con Elisa com’è andata?

«Lei è una delle mie artiste italiane preferite, quindi è stato un sogno che si è avverato».

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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
Vestito, David Koma. Pantaloni, Roa. Scarpe, Kiko Kostadinov da archivio personale @giuliaclx.

Il disco sembra raccontare un percorso sentimentale: dalle delusioni a una nuova consapevolezza, fino a un nuovo amore. Come ci sei arrivata?

«È un percorso che rispecchia quello che ho vissuto davvero. Per la prima volta ho raccontato un amore felice, senza paura. Prima facevo fatica a espormi così, invece in questo disco ho sentito il bisogno di essere sincera fino in fondo. Anche la scrittura è cambiata insieme a me».

Che consiglio daresti a chi, in amore, “ha finitole lacrime” come canti?

«Che l’amore è una cosa semplice. O almeno dovrebbe esserlo».

E alla fine hai capito cosa fartene del tempo?

«Sì, perché non lo tratto più come un nemico. L’ho vissuto come qualcosa che mi separava dagli altri, come stessi rimanendo indietro. Poi ho capito che è uno spazio necessario per capire chi si è e cosa si vuole. Senza quel tempo non sarei arrivata a questo disco. Il tempo,
alla fine, serve a essere più onesti con se stessi».


In cover: maglia, Roa. Gonna, da Contessa Miseria Archivio. Scarpe, Vivienne Westwood

Fotografie @simone_biavati @andywaves
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Produzione @hearstproduction @ess3.c
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