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Cosmopolitan Italia / Simone Biavati / Andrea Venturini
T-shirt, Stussy da Archivio Archivio. Pantaloni, The Frankie Shop. Scarpe, Magliano da Contessa Miseria Archivio. Sciarpa, Jucca.

Un uomo sale una scala, arriva all’ultimo gradino e si lascia andare. Non è una caduta, ma un gesto di fiducia, un movimento continuo che si fa danza. La performance Uomo che cade di Yoann Bourgeois, coreografo e regista francese, racconta proprio questo: l’arte di perdere l’equilibrio per ritrovarne uno nuovo e, soprattutto, l’importanza di tentare, a costo di fallire. È la stessa tensione che attraversa l’omonimo brano di Tredici Pietro con cui l’artista bolognese, classe 1997 e figlio del grande Gianni Morandi, debutta sul palco dell’Ariston. Una canzone che trasforma l’imperfezione in linguaggio e l’insicurezza in slancio, lontano dalla perfezione artificiale dei social e dalla logica del giudizio. «In questo sistema, a volte il silenzio è l’unica cosa che conta», mi dice dopo lo shooting, in contrasto con la sua irrequietezza naturale, mentre continua a muoversi davanti al fotografo e farci ridere sul set, tra un urlo e una cantata, mentre salta e si diletta in mosse da ballerino provetto. È proprio in quel celebrato silenzio, che ha preso forma Non guardare giù, il suo album più maturo e apprezzato dalla critica. Scritto dopo tre anni di pausa dalla musica, il disco è diventato un riferimento generazionale per il suo pubblico, che nel diventare adulto cerca, e trova, il suo posto nel mondo, una battaglia dopo l’altra. Oggi Pietro canta per la prima volta al Festival di Sanremo, che non rappresenta un punto di arrivo o consacrazione di un nuovo inizio, ma il naturale proseguimento del progetto artistico iniziato con i suoi 13 amici della comitiva di Bologna, senza i quali non sarebbe qui.

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Tutto, Lutchmiah.

Alla vigilia di Sanremo, quando ti vedi allo specchio che Pietro vedi?

«Da dentro è molto difficile notare cambiamenti netti. Chi mi seguiva già nel 2018 magari sente una trasformazione forte, ma Pietro in fondo è lo stesso di sempre. Non voglio perdere la mia identità».

Cosa non è mai cambiato in te?

«Alla fine devo sempre colmare gli stessi vuoti, le stesse insicurezze. Oggi lo faccio in modo più evoluto, più consapevole».

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Jeans e camicia, Lutchmiah. T-shirt, Stussy da Archivio Archivio.

Di che insicurezza parli?

«Il bisogno di essere capito e abbracciato. La paura di non essere compreso. E non essere capito significa, a cascata, non poter più fare musica, che è quello che amo. Per superarla esco dalla zona di comfort. È come una scalata: anche se diventi “milionario”, entri nella stanza in mezzo ad altri milionari, sei il più povero di tutti e devi riniziare da lì. L’asticella si alza sempre».

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Camicia, Rold Skov. Jeans, Stussy da Archivio Archivio. Scarpe, Vivienne Westwood.

Oggi però la tua voce arriva a tantissime persone. Ti senti capito dal tuo pubblico?

«Assolutamente sì. Quest’anno ho ricevuto tantissime conferme. Mi sono sentito capito e soprattutto abbracciato.Il pubblico mi ha indirizzato verso una strada e ho capito che devo continuare a seguire ciò che amo e ciò che è istintivo per me, perché c’è qualcuno che è lì per ascoltarmi. Ed è la cosa più soddisfacente».

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Maglione, Lutchmiah. Cinture, da Archivio Archivio. Pantaloncini, Gas da Archivio Archivio.

Quando fai musica, a chi pensi davvero?

«Ai miei amici. La cosa più importante è che i miei amici ascoltino il mio disco. Quando scrivo penso a loro, al fatto che possano sentirsi rappresentati. Chi mi comprende entra nella mia cerchia. Per osmosi, anche il pubblico può farne parte».

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Camicia e giacca, Rold Skov. Pantaloni, The Frankie Shop. Scarpe, Vivienne Westwood.

Parlando a un pubblico giovane, senti una responsabilità particolare nel fare musica?

«La responsabilità esiste, lo riconosco. Anch’io ho avuto artisti che hanno plasmato i miei valori. Ma allo stesso tempo bisogna dimenticarsela, quella responsabilità, quando si fa musica. Non siamo noi a dover trasmettere senso critico. Se ci sono messaggi negativi, vanno letti a monte: nella società, nel sistema, nel mercato».

Questa responsabilità ti carica o ti spaventa?

«Mi spaventa. Gli occhi addosso sono belli ma anche fastidiosi. Io faccio musica per me e per i miei amici. Il centro rimaniamo noi, non il pubblico. Il tema del giudizio e dell’insicurezza c’è, ma alla base c’è la condivisione».

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Camicia, Gams Note. Gonna e pantaloni, Lutchmiah.

Senti un forte bisogno di comunità, di gruppo?

«Assolutamente sì. Vivo da solo, ma non riesco a stare per conto mio troppo a lungo. Ho bisogno degli altri per fare qualsiasi cosa. Il feedback esterno è fondamentale: ti fa sentire bello, brutto, simpatico. Io non esisto senza gli altri».

Per te l’imperfezione è un valore?

«Assolutamente. Oggi tutto può farlo un robot: le canzoni, le copertine, le interviste. L’unica cosa che ci distingue è l’errore. Se non mettiamo il nostro margine d’errore sul piatto, siamo finiti. L’imperfezione è il valore aggiunto».

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Camicia, Gams Note. Gonna e pantaloni, Lutchmiah.

E come convivono questa visione e le tue insicurezze?

«Siamo tutti bravi a parole [ride, ndr]».

La vita è una prova continua?

«Non è un test, ma una sfida che mi autoimpongo per sentirmi vivo. Se resti sempre nella tua comfort zone, smetti di incontrare persone, smetti di crescere. Il capitale vero è solo umano. Anche quando parliamo di soldi, di economia, tutto gira attorno al valore umano, non al denaro in sé. Il capitale umano è l’unica cosa su cui dobbiamo investire».

Guardando ad oggi, al mondo in crisi, credi in una rivoluzione generazionale?

«Ogni generazione affronta sfide diverse. I miei combattevano per la stabilità, noi combattiamo contro di essa. Mettere a confronto mondi così lontani crea solo distorsioni. Ognuno fa i conti con il proprio tempo. Io credo nelle rivoluzioni passo per passo, non negli stravolgimenti immediati».

Ti senti capito dagli adulti?

«No. Se metti i nostri genitori davanti alle sfide di oggi, è chiaro che non capiscono. Loro avevano un’idea di futuro stabile. Noi davanti al futuro vediamo il nero: non sappiamo se potremo comprare casa, se avremo una famiglia, se le relazioni dureranno. Il mondo è cambiato, i sistemi sono completamente diversi».

Nei tuoi brani rappresenti gioie e paure dei più giovani. Hai parlato anche di salute mentale.

«Mi ero appena trasferito a Milano. È stato un periodo di insoddisfazioni e delusioni. Le cose andavano male anche nella musica e io faccio fatica a separare Pietro da Tredici Pietro: se va male una cosa, va male tutto. Dall’altro lato, poi, sentivo fosse fondamentale parlare di coscienza e di anima. Viviamo in un’epoca molto materiale, dove parlare di spirito sembra da pazzi. Ma sotto c’è una comunità di persone insicure».

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Maglione e pantaloni, Lutchmiah.

Hai chiesto aiuto?

«Sì. Ho intrapreso un percorso di terapia per un paio d’anni, che mi ha aiutato tantissimo. Mi ha insegnato a farmi le domande giuste, a riconoscere il panico, il tilt, il pensiero circolare. Mi ha dato nuovi strumenti e nuove consapevolezze».

I tuoi genitori sapevano?

«Non ho mai nascosto niente. I miei genitori e i miei amici lo sapevano. Io tendo a fare da solo, ma non mi sono mai vergognato di chiedere aiuto. Voglio parlare di imperfezione e vulnerabilità proprio perché noi maschi facciamo fatica a chiedere aiuto. Ma più ti mostri vulnerabile, più impari a farlo. Ti accetti di più. È un circolo virtuoso. Aprirsi è fondamentale».

Questo modello maschile influisce anche sull’amore?

«Sì, tantissimo. Ho molti amici che non sono mai usciti con una ragazza perché si vergognano. È pazzesco. C’è ancora una richiesta implicita di performance straordinaria: devi essere forte, sicuro, muscoloso, vincente. Se non lo sei, ti senti fuori posto».

E il tuo rapporto con l’amore qual è?

«Faccio sempre l’errore di crederci troppo da un lato, e di promettere troppo dall’altro. Il problema è sia nelle delusioni che ricevo che in quelle che do. Sono sia vittima che carnefice».

La pressione ti spinge ad accelerare o a mollare?

«A volte mi fa correre, altre mi blocca. Mi fa pensare “non ce la faccio”. Ma io credo che sia tutto un’illusione del sistema di cui facciamo parte. Anche paura e ansia sono prodotti che ci vengono venduti. La paura di non essere all’altezza ci spinge a consumare: la giacca giusta, il corpo giusto, l’immagine giusta».

Fermarsi un attimo è la soluzione, forse.

«Io sono stato fermo tre anni con la musica ed è uscito il mio disco più importante [Non guardare giù, ndr], il silenzio porta consiglio. Prendermi il tempo per capire chi sono mi ha portato a un risultato reale. Ho perso attenzioni, like, follower, ma non ho perso la bussola. E alla fine tutto è tornato».

In questo sistema, dove si colloca “Uomo che cade”, il brano che porti a Sanremo?

«L’uomo che cade è colui che agisce e fallisce. È molto peggio non agire. “Se guardi su c’è un uomo che cade” significa questo: meglio cadere che sparire. Spesso non scriviamo a qualcuno, non ci candidiamo a un lavoro, non proviamo, per paura di farci male. Il problema non è sbagliare, ma non fare. Se fai e sbagli, hai già imparato qualcosa. Hai già dato qualcosa all’universo. La cosa più negativa è irrigidirsi, fermarsi. L’uomo che cade è anche l’uomo che tenta».

E come viene percepita la caduta dall’esterno?

«Spesso il pubblico vede un uomo che vola, mentre tu senti di stare cadendo e viceversa. Michael Jordan diceva:“Ho fatto 35 mila canestri, ma per farli ne ho sbagliati molti di più”. Eppure lo ricordiamo come il più grande cestista di sempre. Il fallimento fa parte del per-corso, anche di quello che chiamiamo successo, ma ce lo dimentichiamo troppo spesso».

Possiamo dire che non esiste successo senza errore?

«Penso che esista un ciclo costante, come l’Uomo che cade di Yoann Bourgeois. Anche quando pensi di essere arrivato, in realtà sei solo entrato in una nuova fase, dove inizio e fine si mescolano e slancio e caduta si confondono. Se non fossi caduto anche io, non sarei dove sono ora».

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