Raggiungo Caterina De Angelis al telefono mentre è a New York, all'indomani della leggendaria tempesta di neve che ha bloccato la città («Ma non è stata così scenografica come hanno raccontato i giornali», mi svela ridendo). È volata in America per prendere respiro dopo il diploma all'Accademia d'arte Drammatica Silvio D'Amico, che ha frequentato negli ultimi tre anni tra un set e l'altro. Classe 2001, Caterina è un'attrice emergente con un bel curriculum sulle spalle: è stata per 4 stagioni la figlia di Carlo Verdone nella serie di Paramount+ Vita da Carlo, nel 2023 era nel cast del film Volare scritto e diretto da sua madre Margherita Buy e l'anno scorso, al cinema, l'abbiamo vista friendzonare Nicolas Maupas nella rom-com dolceamara L'amore, in teoria diretta da Luca Lucini.

Il 29 gennaio Caterina De Angelis è tornata sul grande schermo con il film Elena del ghetto, ispirato alla vera (e straordinaria) storia di Elena Di Porto, interpretata da Micaela Ramazzotti, una storia di resistenza, coraggio e libertà ai tempi dell'occupazione nazi-fascista nella Capitale. Nel film Caterina interpreta Mariella, un'attrice la cui vita finisce tra le mani di un gerarca crudele e violento e che in Elena, "la matta di piazza Giudia" come la chiamavano a Roma, vede uno spiraglio immenso di libertà e auto-affermazione.

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Elena Maggiulli

Anche al telefono, e nonostante i chilometri che ci separano, non posso fare a meno di percepire la sua anima antica, un modo di essere che rivendica con orgoglio e che va contro ogni possibile FOMO, una realtà in cui i social sono «un incubo, non li so fare» e le chiacchiere dopo il teatro rappresentano il lieto fine perfetto di una serata già perfetta. Si vede nel mondo dello spettacolo da sempre, mi confessa durante la nostra chiacchierata, anche se da bambina sognava di fare «la cantante famosa, proprio così, tutto insieme, o famosa o niente». Poi si è messa a studiare Cinematografia in Inghilterra e infine è tornata a Roma per la Silvio D'Amico, «un'esperienza da sogno», la descrive con nostalgia ora che è finita.

Il tuo ritorno al cinema con Elena del Ghetto è nel segno di una storia potente.

«Potente, verissima e devastante. All'inizio, lo ammetto, sono entrata dentro la vicenda di Elena con un po' di leggerezza. Ma questo processo mi ha permesso di innamorarmi gradualmente della sua storia. Merito anche di Stefano Casertano, il regista, che ci ha letteralmente fatto immergere nelle sue vicissitudini, ciak dopo ciak. È stato bello, un vero e proprio un viaggio, che è stato anche doloroso e spaventoso. Perché la storia che raccontiamo è troppo verosimile all'attualità. Le cose che studiavo da piccola a scuola mi sembravano lontanissime, ma crescendo mi sono resa conto che fanno paura proprio perché sono troppo realistiche».

Mi racconti qualcosa di più del tuo ruolo?

    «Nel film interpreto Mariella Desideri, una diva di quegli anni. Che, come succedeva spesso all'epoca, era l'amante di un gerarca fascista, piazzata al cinema sulla base di questo grande ricatto emotivo. La sua storia è il riflesso del terribile gioco di potere che subivano queste donne. Mariella sta con questo gerarca che è un uomo orrendo, la umilia e la picchia. Vive in una casa bellissima, che però è come se fosse uno zoo di vetro. Quando si avvicina a Elena, perché lei va a pulire a casa sua, nasce un incontro di anime. Entrambe soffrono, si sentono oppresse. Elena, che è una combattente, è oppressa dalla situazione politica in Italia, Mariella è prigioniera dentro casa sua. Durante un pomeriggio passato insieme si riconoscono e Mariella si innamora della visione che Elena ha della libertà».

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    Caterina De Angelis con Micaela Ramazzotti in una scena di Elena del ghetto, al cinema dal 29 gennaio

    Com'è stato lavorare con Micaela Ramazzotti?

    «Prima di Elena del ghetto non avevamo mai avuto modo di lavorare insieme e poi, quattro mesi dopo la fine delle riprese del film, ci siamo ritrovate su un altro set. È stato bello poter lavorare con lei, è un'attrice molto brava, una persona molto carina, mi ha fatto sentire a mio agio. Io sono un'emergente, lei decisamente no, e con me è stata molto generosa».

    Perché, oggi più che mai, è importante raccontare storie di resistenza come questa?

      «Perché la Storia ci fa sentire meno soli. Perché la nostra sopravvivenza viene dal passato, le risposte vengono dal passato. È grazie a questa memoria che riusciamo a vedere da lontano le situazioni catastrofiche in arrivo. Perché quello che sta succedendo non sta succedendo per la prima volta, l’umanità ha delle falle, sono corsi e ricorsi, non possiamo dimenticarcene mai. Solo con consapevolezza si possono comprendere tutti gli scenari nel modo più adeguato».

      Non è solo una questione politica, ma di coscienza sociale collettiva. La tua generazione com'è messa in questo senso rispetto a quelle precedenti?

        «Un mio professore in accademia diceva sempre che tutto è politica, dal momento in cui arrivi nel mondo sei immerso nella politica. E anche scegliere di non sapere, di non informarsi, è una scelta politica. Personalmente faccio molta fatica a parlare di generazione, avendo frequentato persone di realtà ed età diverse con punti di vista diversi che stimo molto, indipendentemente dall'anno in cui sono nate».

        Secondo il tuo sentire, qual è la causa più urgente di cui dovremmo farci carico, oggi come oggi?

          «Io prioritizzo alcune situazioni anche perché sono una persona privilegiata, quindi il mio punto di vista, per forza di cose, è influenzato da questo privilegio. La situazione climatica e gli allevamenti intensivi, partendo da questa premessa, mi mettono molta ansia. Ma se allarghiamo il focus ci sono problemi gravissimi che non possiamo più fingere di non vedere, dalla povertà all'accoglienza degli immigrati, temi che non possono più essere sottovalutati».

          Nel film L'amore, in teoria sfruttavi l'infatuazione di Maupas per te in modo plateale. Un ruolo da vera villain delle relazioni. Ti piace interpretare personaggi poco virtuosi?

            «Tantissimo, mi piacerebbe interpretare solo personaggi cattivi, anche se ho un'estetica per cui, di solito, vengo presa per ruoli opposti. Sono cresciuta con il mito dei villain nei film. Per esempio, Voldemort è il mio preferito della saga di Harry Potter. Mi piacciono perché riflettono universi più complessi, sui cattivi si può fare uno studio sulle rotture, si possono esplorare i motivi che portano una persona a diventare malvagia».

            Torniamo agli inizi della tua carriera. Hai sempre sognato di fare l’attrice?

              «Da bambina avevo sempre la testa tra le nuvole, a scuola ero molto distratta. Ho avuto varie fasi, come tutti i bambini, rispetto a ciò che avrei voluto fare da grande. Però già mi vedevo nel mondo dello spettacolo, magari come comica, mi è sempre piaciuto fare ridere gli altri».

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              Daniele Venturelli//Getty Images
              Caterina De Angelis sul red carpet della Festa del cinema di Roma per Vita da Carlo, la serie Prime con Carlo Verdone in cui ha lavorato per tre stagioni

              E poi ti sei messa a studiare. Ti è piaciuta l'esperienza alla Silvio D'Amico?

              «Sì, è stato bellissimo e mi spiace tanto che sia finita. Ero in una classe bellissima, ho incontrato professori bravissimi. Sono stati 3 anni da sogno, in cui ho intrecciato rapporti umani meravigliosi».

              Da quando fai l’attrice a tempo pieno la tua idea di questo mestiere è cambiata rispetto agli inizi?

                «Sì, ho capito che è un lavoro faticoso e strano. Come dice sempre una persona a me molto cara, l'attore è in vacanza quando lavora. Perché quando lavori sei felice, e sei felice perché fai quello che ti piace. Quando non lavori è quasi come se non avessi l'autorizzazione a continuare a fare quello che ami. Infatti mi piacerebbe lavorare tutti i giorni, tutto il giorno (ride, n.d.r.)».

                Problemi a riempire i vuoti?

                «Decisamente, mi devo allenare molto per imparare ad accogliere frustrazione dell'attesa tra un lavoro e l'altro. Adesso sono tre settimane che ho finito l'accademia, sono volata a New York e sento di avere davanti una cosa più gigante dei grattacieli che vedo dalla finestra. Per sentirsi produttivi nei momenti di stasi bisogna essere forti e darsi da fare».

                Quando non sei sul set, cosa ti piace guardare?

                «Non amo molto le serie, sono più da film, mi piace l'idea che qualcosa inizia e finisca in un dato arco di tempo. Però sono molto eccitata per la terza stagione di Euphoria, ultimamente ho divorato Stranger Things, mi ero affezionata alla storia. Mi è piaciuta anche molto la serie sugli 883, mi piacerebbe tantissimo lavorare in un progetto italiana brillante come questo. Ho amato il modo con il quale il regista Sydney Sibilia ha raccontato le verità e le fragilità più tenere di ogni personaggio».

                Cosa ti piace fare, oltre il lavoro e lo studio?

                  «Amo andare a teatro, è l'unica cosa che mi fa sentire di vivere in un'epoca come piace a me. Vedere uno spettacolo, uscire e parlarne con gli altri per ore, è la mia cosa preferita. E poi mi piace cucinare: se ho ospiti sto in cucina delle ore».

                  Sui social sei molto riservata: è una dimensione che non ti interessa o che stai cercando di inquadrare?

                  «Lo ammetto, per me i social sono un incubo. Non so mai cosa postare. Non lo so fare, non ho mai il telefono in mano quando succedono cose belle. E poi, e forse sono l’unica a credere questa cosa, penso che se fai l'attrice devi essere abbastanza anonima, il pubblico deve poterti immaginare in tante forme. Io sono cresciuta con altri miti, affascinata da queste bellezze un po' misteriose. Adesso invece tutto è racconto social, tutti si svelano, il mistero non c'è più».

                  Hai studiato e vissuto all'estero. La formazione di una giovane artista è diversa fuori dall'Italia?

                    «Sì, e dal mio punto di vista è molto meglio in Italia. Io credo moltissimo nel mio paese e nelle sue risorse, sono esattamente il contrario della fuga dei cervelli. Detto questo, la formazione in Italia è imparagonabile a quella in Inghilterra. Il sistema accademico italiano mi ha fatto innamorare di quello che studiavo, tanto che non l'ho mai percepito come studio. In Inghilterra non c'è lo stesso trasporto, credo sia un fattore culturale».

                    C'è un mood, un approccio dei luoghi in cui hai vissuto all'estero che porteresti in Italia?

                    «L'idea di iniziare e non sapere dove finire. Che si tratti di una serata o di un progetto. L'idea di aver ben chiaro in mente l'inizio ma non la fine. Lasciare che le cose, semplicemente, accadano».