A soli 18 anni ha già in curriculum una parte nella fiction Rai Principe libero su Fabrizio De André, ha vestito gli abiti di Pietro, giovane studente nella serie tv di Netflix Di4ri, e interpretato Christian Todi nel film Il ragazzo dai pantaloni rosa, campione d'incassi nel 2024.

Andrea Arru è appena diventato maggiorenne e la sua adolescenza non è stata quella di un ragazzo italiano qualsiasi. Tra Roma, dove si è trasferito a vivere da solo, ancora minorenne, e la sua Sardegna, che chiama casa, dove torna appena può, Andrea è sempre stato quello diverso, che in classe aveva il permesso di non venire a scuola perché era convocato sul set, tra l'invidia dei compagni. Oggi, però, mentre lo intervistiamo nella hall dell'albergo dove alloggia durante la Mostra del Cinema di Venezia, ci racconta che intraprendere presto la carriera di attore ha significato perdere la spensieratezza dell'adolescenza, lasciarsi indietro l'età delle prime volte, non avere il privilegio, a quell'età, di sbagliare e ritrovare la strada giusta.

Noi lo abbiamo incontrato poche ore prima di ritirare il suo primo Premio Kinéo, che lo vede vincitore nella categoria Giovani rivelazioni per il suo ruolo ne Il ragazzo dai pantaloni rosa, riconoscimento che si aggiunge a quelli ricevuti negli ultimi anni, come l Premio Giovane Attore al Festival del Cinema di Maratea 2022[1], il Premio Speciale al Rec Film Festival di Rimini 2023. Andrea Arru è il volto della nuova cover digitale di Cosmopolitan per questa 82esima Mostra del Cinema di Venezia.

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Courtesy Photo Davide Mandolini
Foto Davide Mandolini, Look Boss, Gioielli Cartier


Come ti senti ad essere qui, a Venezia, durante la Mostra del Cinema?

«Sono già stato l'anno scorso. Il progetto era sempre cinematografico, ero il protagonista. Appena uscito dalla sala ho rilasciato tutta la tensione e non mi sono sentito molto bene».

Per l'emozione?

«Non lo so. So che quando sono uscito dall’aula mi sono fumato una sigaretta ed ero tutto… mi è salita la nausea, però non sono stato male. Quest’anno dovrei aver familiarizzato di più con l’ambiente, quindi sono molto sereno».

Cos'è cambiato rispetto all'anno scorso?

«Semplicemente sono un po’ più grande, con quella consapevolezza in più di quello che andrò a fare. Magari l’anno scorso, non sapendo che cosa mi aspettava, mi immaginavo tantissime cose che poi in realtà non ho fatto; quest’anno so già più o meno che cosa farò. A questa età è facile sentirsi in soggezione e avere un po’ di timore, proprio perché è un onore essere qua».

Hai scelto tu di intraprendere questa carriera o la vita ti ha portato qua?

«Nasce tutto da uno scherzo natalizio: la mia famiglia ha mandato le mie foto ad Armani. Avevo sei anni, piccolissimo. Era una cena di Natale e forse dopo un po’ di vino di troppo, hanno deciso di contattare la casa di moda, dicendo: “È impossibile che rispondano”. E invece la mattina dopo c’era la risposta. Siamo andati a Milano, io ero felicissimo perché saltavo due giorni di scuola. Poi ho fatto due o tre campagne moda e la prima comparsa ne Il Principe Libero di De André: lì mi è cambiato il mondo. Ero molto interessato a quello che facevano gli operatori di macchina, a tutto il mondo che gira attorno alla produzione e lo trovavo molto meno faticoso di fare il modello. Mi sentivo nel 1950, ero felice, e ho iniziato a incuriosirmi del dietro le quinte».

È lì che hai iniziato a studiare recitazione?

«Ho fatto teatro per qualche annetto, ma soffrivo l'ansia del palcoscenico, non mi piaceva recitare di fronte a tanta gente — adesso l’ho superata. Ho fatto dizione, corsi privati di recitazione. Ogni provino era una lezione col coach, con telecamera, tutto professionale. L’obiettivo è entrare al Centro Sperimentale l’anno prossimo, dopo la fine della quinta superiore».

Raccontami della tua vita scolastica, come fai a far conciliare studio e lavoro?

«Vivo a Roma, mi sono trasferito a settembre dell’anno scorso. Ho iniziato la scuola pubblica all’artistico cinematografico Rossellini, poi mi hanno preso per I Cesaroni e — per una questione legislativa — non potevo continuare la scuola pubblica, ho dovuto cambiare. Mi sono accorto che nel mio percorso la tappa “scuola” è un po’ mancata fisicamente».

Eri poco presente?

«Studiavo, ma ho perso tante delle esperienze “obbligatorie” di un ragazzo: invece di nove mesi fissi a scuola, ne facevo tre. Facevo un terzo delle cavolate, un terzo del resto».

E ti sei mai sentito solo in questo percorso?

«No, mi sento diverso, al massimo. Sono un caso particolare: sono nato in Sardegna, dove il mestiere dell’attore è inusuale, nel mio paese, dove vivono i miei, sono il primo a farlo. Gli amici non erano interessati a quello che facevo. A Roma, da solo a 17 anni ho imparato ad organizzarmi, ho dovuto cambiare cinque case in quattro mesi perché avevo sempre affitti a breve termine. I miei amici con la patente mi hanno aiutato a spostare tutto, per fortuna. Solo mai, lavoro a Roma da quando ho 13 anni e mi sono fatto molte amicizie. Casa mia è spesso una piccola comunità: basta fare due telefonate e ci ritroviamo in compagnia. All’inizio è stato difficile: ero abituato ai nonni o ai miei, sempre circondato; poi ho dovuto fare tutto da solo, lavatrice, stendere, stirare, cucinare».

Ti senti di avere anche una marcia in più, in un certo senso?

«So di avere una marcia in più: lavorare con adulti fin da piccolo mi ha fatto crescere mentalmente. Usavo termini e facevo discorsi rari per la mia età. Però non è una cosa che mi piaccia: avrei voluto vivermi di più la spensieratezza senza problemi da adulto».

Hai cambiato tanti giri di amicizia col fatto che ti sei spostato spesso? Hai cambiato magari anche scuola?

«Di base sono un mini Fedez: litigo spesso, carattere particolare».

Cos'è che ti fa arrabbiare?

«Il rispetto in un rapporto è tutto. In ogni rapporto, metto alla prova l’altra persona: dico cose per vedere come reagisce e capire quanta importanza ho per lei. Sono molto diffidente: prima di chiamare qualcuno “amico” ne passa. Da ragazzino, con un po’ più di seguito, ricevevo attenzioni indesiderate e ho messo un muro nelle relazioni nuove; con chi mi conosceva da prima invece è sempre stato tutto più semplice».

Quindi la fama ti ha, in questo senso, reso anche un po' più fragile?

«Ha solo reso più difficile l’avvicinamento delle persone a me».

E l'amore in tutto questo come lo gestisci? Alla tua età è sicuramente una parte importante della vita di un adolescente, i primi amori, la sbandata. Ti capita mai?

«In amore è difficile che una ragazza accetti che, se mi prendono per un progetto, potrei mancare 4-5 mesi anche fuori Italia. Sta a me spiegarlo: diventa difficile avere un rapporto “normale” in queste circostanze».

E ti manca?

«Non mi manca, perché ho sempre vissuto così: non conosco altro».

Parliamo di lavoro. Tu ritiri il premio Kinéo… Cosa ti ha lasciato Il ragazzo dei pantaloni rosa?

«Tanta consapevolezza. Sul bullismo sto molto attento, ma certi retroscena e conseguenze li ho scoperti lavorando al film. Mi sono confrontato più volte con la madre di Andrea, che ha tantissimo da insegnare. Di solito dai personaggi mi resta qualcosa: da Christian, caratterialmente, poco, e per fortuna visto che è il personaggio antagonista. Abbiamo portato molti giovani e famiglie in sala: è stato bello ricevere tanti messaggi e confronti sui social. L'aspetto che mi ha colpito di più è che mi hanno scritto persone che si sono ritrovate nel mio personaggio e hanno capito i propri errori anche grazie al progetto».

Parliamo di futuro, ci puoi raccontare che progetti hai? C’è qualcosa in uscita?

«Posso menzionare I Cesaroni, dove interpreto il ruolo più complicato che mi abbiano mai chiesto: un ragazzo neuro divergente, autistico ad alto funzionamento. È stata una grande sfida».

Come ti sei preparato?

«Ho fatto vari incontri con ragazzi con questa particolarità e non c’è un caso “tipo”. Ci sono degli aspetti comuni che portano alla diagnosi, ma ogni soggetto è a sé; ho dovuto metterci molto del mio. Non trovi una vera linea guida, non ti spiegano cosa accade loro durante, per esempio, uno scatto di rabbia o i fastidi sensoriali. Il contatto fisico è spesso respinto, ma volevo capire la sensazione provata: l’ho chiesto a loro e ai genitori per trovare la chiave. È difficile anche portare un personaggio così delicato in chiave Cesaroni, in una realtà dove certe tematiche sono complicate da trattare».