Racconta la leggenda di una misteriosa creatura dalle piume lucenti, rosa, rosse e azzurre, capace di volare fino alla vetta del cielo e controllare le fiamme di ogni fuoco. Questo animale vive cinquecento anni e poi comprende quando è giunto il suo tempo per morire. Allora le sue ali s'incendiano e s'incendia anche il suo corpo e la Fenice brucia fino a trasformarsi polvere. E nella polvere nasce un miracolo.
Tära non ha cinquecento anni, ne ha 21, ma nella polvere ci è già stata. È la stessa in cui è cresciuta, in un piccolo paese vicino a Roma, figlia di una cultura straniera a quei colli che per questo l'hanno fatta sentire sbagliata. Ma è anche la polvere delle macerie delle vite e delle case cadute sotto le bombe, nel luogo da cui arriva la sua famiglia, Gaza. Ma Tära canta: «النار ما بتحرق», il fuoco non brucia. «Rinasco ancora, come l'Araba Fenice».
Nata e cresciuta in Italia da genitori palestinesi, la giovane artista ha trasformato la frizione fra le sue origini e il contesto culturale in cui è cresciuta in una forza creativa. Ha lanciato il progetto “Arab’nB”, in cui fonde R&B contemporaneo e sonorità arabe, e ha trovato un linguaggio personale con cui raccontare sé stessa e dare voce anche a chi, non è rappresentato da nessuno. La sua poetica sonora è al tempo stesso denuncia, guarigione, resistenza.
Il suo esordio a X Factor Italia 2024 ha segnato un punto di svolta. Da allora, ha conquistato una fanbase crescente, consolidando il proprio ruolo come artista simbolo di una generazione che non vuole scegliere tra identità, ma abitarle tutte. Questo week end si è esibita al Miami Festival di Milano, uno dei palchi più rilevanti per la nuova scena italiana. Poco prima, l'abbiamo incontrata in una conversazione che riflette sul peso delle origini, la complessità di crescere in un paese che spesso non ti riconosce, e sul desiderio di portare una nuova narrazione nel panorama musicale italiano.
Allora, sei carica per questo weekend?
«Sì, molto. Sono felice, ma ancora non realizzo davvero. Mi succede sempre: prima di un evento importante non lo realizzo, poi solo dopo, a cose fatte, mi rendo conto di dove sono».
Come ti stai preparando?
«In realtà più che altro mentalmente. Voglio semplicemente portare lo show e mostrare qualcosa di nuovo. Non ho aspettative. È la prima volta che mi esibisco davanti a un pubblico così grande, e non so nemmeno cosa aspettarmi».
Tu vivi in un paesino nel Lazio, giusto?
«Sì, in una zona di campagna. Il paese si chiama Cassino, ma sono cresciuta in un borgo ancora più piccolo, vicino a Sant'Apollinare».
E sei nata in Italia?
«Sì, sono nata e cresciuta qui. I miei genitori però non sono italiani, sono palestinesi».
Come stanno le persone che avete in Palestina? Riuscite a sentirle?
«Sì, anche se è complicato. La situazione è tragica. Si spostano continuamente, seguendo le indicazioni che ricevono. Non vogliono andarsene, perché uscire significherebbe non poter mai più tornare. E questo è inaccettabile per loro».
Tu ci sei mai stata?
«No, mai. Ora con il passaporto italiano sarebbe più semplice, ma resta comunque una sensazione strana. È come se per entrare in quella terra dovessi passare attraverso una dogana che non ti riconosce come appartenente».
Parliamo di musica. Quando hai capito che volevi farne la tua vita?
«Non c'è stato un momento preciso. È sempre stata lì, anche prima che capissi che fosse una vera passione. Ma posso dire che tutto è diventato più chiaro nel 2020, durante la quarantena. Quel tempo da sola mi ha aiutata a separarmi da influenze negative. Era come se finalmente potessi ascoltarmi davvero».
Che tipo di ostacoli hai incontrato crescendo?
«Un conflitto con me stessa, con la mia identità. Con le mie origini, anche con il mio aspetto. Commenti, pregiudizi. Ero spesso l’unica ragazza di seconda generazione in classe. Ti portano a voler nascondere chi sei. Poi, nel 2022, ho iniziato a scrivere la musica che volevo davvero fare. Il primo singolo bilingue, in arabo, è uscito nel 2023».
È stato un momento di riconciliazione con le tue radici?
«Non ancora del tutto. Ma è un processo, una cura. Il solo atto di fare musica così mi avvicina ogni giorno a quel punto».
Hai avuto un’esperienza a X Factor. Com’è stata?
«Sono arrivata senza aspettative, sapendo bene che era televisione. Ma ho voluto portare qualcosa di diverso. Un messaggio chiaro. In quel momento storico, era importante anche solo esserci, essere visibile».
Come hai vissuto la risposta del pubblico? Ti ha fatto cambiare il modo in cui comunichi?
«No. Perché quella ero davvero io. Nessun personaggio, nessuna maschera. Anzi, ha rafforzato la mia idea che l’autenticità è l’unica strada».
A chi ti ispiri musicalmente, in Italia e fuori?
«In Italia ho ascoltato Giorgia, Elisa, anche se sono cresciuta con più musica araba e internazionale. Amavo Ariana Grande, almeno fino a un certo punto. Oggi mi ispirano artisti indipendenti come Gemitaiz. Gente che fa tutto da sé, che resta fedele alla propria visione».
E le cantanti arabe?
«Sicuramente Fairuz. È come la Mina del mondo arabo. Il suo impatto è stato gigantesco».
Come definiresti il tuo genere?
«Lo chiamo Arab’nB. Una fusione tra R&B e melodie arabe. Ma sperimento molto: a volte unisco urban e ritmi tradizionali come la dabke. È una fase di grande esplorazione.»
Scrivi tu i testi? Produci anche?
«Scrivo tutto. Produco a livello creativo, poi lavoro con altri producer per finalizzare. Suono qualcosa, ma da autodidatta. Ho studiato canto per sei anni, ma tutto è nato in modo naturale».
Dove vorresti vivere? Dove immagini il tuo futuro?
«Non lo so. Come tante persone come me, so solo che voglio andare via. Cercare un posto che forse ricorda qualcosa di ancestrale, ma che ancora non conosco».
Qual è il tuo sogno?
«Portare la mia cultura, la mia lingua, davanti a un pubblico vasto. Vivere di questo, ogni giorno, senza mai dover scendere a compromessi umani. E sapere che sto facendo la cosa giusta».


















