Per un momento, siamo state solo due amiche che si prendevano un caffè sedute su un letto matrimoniale a chiacchierare del più e del meno, di lavoro, amore, famiglia e futuro. Per un momento siamo tornate entrambe ad avere sedici anni (o quattordici; quando abbiamo smesso di progettare sleepover party noi cresciuti con lo Sleepover Club?), con tanto di gambe incrociate sul letto e brioche salate vegetariane. Il mio incontro con Aurora Ramazzotti va così, in una stanza dell'Hotel Indigo nel centro di Milano, che diventa per una mattina il quartier generale di Cosmopolitan, dove io e Aurora ci ritroviamo a raccontarci di tutto e a fantasticare su cosa sarà Sanremo 2025. Per me un motivo in più per aggiornare la mia playlist Spotify con tutte le nuove canzoni da cantare a squarciagola in macchina. Per Aurora invece, una nuova avventura: condurrà il nuovo format “Questa non è un’intervista” di Cosmopolitan. (Ve lo prometto io, ve lo promette lei: ci sarà da ridere).
Entriamo subito nel vivo della questione: qual è il tuo ricordo più caro legato a Sanremo?
«Non possiamo iniziare così, vuoi sapere una mia grande difficoltà? Non so mai scegliere! Sanremo è sempre stato un rito. Ho tantissimi ricordi personali legati al festival: guardarlo assieme in famiglia; lavorarci nel 2020 con RTL -il caos del dietro le quinte! l’energia! la febbricitante eccitazione palpabile ovunque-; incontrare Lewis Capaldi…».
E a breve si aggiungerà un nuovo ricordo: sei stata scelta come host per condurre il format “Questa non è un’intervista” a Sanremo 2025 per Cosmopolitan Italia. Cosa ti ha spinto ad accettare questo ruolo e quali sono le tue aspettative?
«Ho avuto fortuna a essere scelta, e ne sono molto grata. Amo interagire con le persone, mi piace creare spazi di dialogo autentico e rilassato. Questo progetto non vuole essere un’intervista tradizionale, ma un momento di distensione, lontano dalla frenesia del festival. L’anno scorso ho partecipato come ospite, quest'anno ci torno sotto nuove spoglie. È un’opportunità di crescita che voglio sfruttare al massimo, imparando sempre di più su questo mestiere. Il mio obiettivo? Mi piace l’idea di offrire un punto di vista diverso, in cui gli artisti possano sentirsi a loro agio, senza la pressione delle interviste più istituzionali».
Nella tua vita giochi un duplice ruolo: intervistata e intervistatrice. Quale preferisci tra i due?
«Dipende molto come e con chi mi approccio. Essere intervistata mi risulta ormai più facile, mi azzardo a dire che è una comfort zone. Intervistare, d’altro canto, è più impegnativo, e proprio per questo più stimolante. Bisogna saper ascoltare, leggere tra le righe e cogliere le emozioni dell’altro».
Un segreto (pronto a diventare di dominio pubblico) per un’intervista di successo?
«Arrivare impreparata e sfruttare quell’ansia di non sapere per dare il massimo (ride, ndr). Scherzo; sono integerrima e puntigliosa sul conoscere il background di un personaggio prima di un’intervista. Però è vero che mi piacciono i momenti che sanno di autenticità, la cerco sempre. In più, al costo di apparire scontata, penso che il vero successo di una domanda (e di conseguenza di un’intervista) si trovi nell’ avere empatia. È importante saper ascoltare e capire quando una conversazione sta prendendo una piega sbagliata, mai forzare una risposta. Devi essere attenta, riflessiva, capire cosa la persona ha voglia di raccontare e cosa no. A volte ci sono barriere da abbattere. Inutile negarlo: la sfida maggiore è quella di trovare il giusto equilibrio tra domande interessanti e rispetto per l’ospite».
C’è un’intervista che hai fatto e che ricordi con più piacere?
«Di recente ho intervistato Robbie Williams e Michael Gracey per l’uscita del loro nuovo film (Better Man ndr). Non sono cresciuta ascoltando Robbie Williams eppure mi sono ritrovata a sapere tutte le canzoni. Inconsapevolmente sono state le colonne sonore che mi hanno accompagnata per tutta l'adolescenza. Tornando all’intervista, mi sono stupita: nonostante il suo calibro è stato estremamente generoso e sincero. Ho sentito che si è davvero aperto e la nostra chiacchierata è stata senza filtri. Penso di essere oggettiva nel dire che mi stava davvero dando qualcosa in più, si è formata una sintonia interessante».
Giochiamo di immaginazione: se avessi un tuo programma, e carta bianca in ogni decisione, chi sarebbe il primo ospite seduto davanti a te?
«Billie Eilish. Sono pazza di lei! Il mio sogno è poterci parlare come stiamo facendo noi ora, in maniera autentica e senza pressioni. Credo che abbia una profondità incredibile e riuscire a toccare con mano il suo mondo sarebbe un’esperienza straordinaria. Sto per andare a un suo concerto, cantare "Happier than Ever" a squarciagola sarà indimenticabile. Non so esattamente quale sarebbe la prima domanda. Ecco, per lei sicuramente mi preparerei moltissimo».
Avviciniamoci all’Aurora di tutti i giorni: di primo acchito appari sicura, divertente e self-confident. Hai fatto un grande lavoro su te stessa per arrivare a questa sicurezza?
«C’è una costante impossibile da ignorare quando si sceglie questo lavoro: ti espone al giudizio altrui, è inevitabile. Ho imparato a prenderlo per quello che è, senza farmi schiacciare. Ora so cosa posso fare e in cosa sono brava. In passato è stato difficile, ho pensato di mollare spesso. Il momento più difficile? Forse quando sono rimasta incinta; è stata la prima volta in cui l’invasione della mia privacy mi ha ferito talmente tanto da farmi seriamente dubitare di tutto. Poi è nato Cesare e ha cambiato radicalmente la mia visione del mondo e la mia testa: ho capito che non potevo permettere a certe insicurezze, a certi commenti, all’esterno in generale, di governare la mia vita. Ora è lui è la mia priorità assoluta, tutto il resto assume un significato diverso».
Quali sono i cambiamenti effettivi che vedi in te dopo Cesare?
«Tanti, troppi. Sia a livello pratico, sia spirituale. Posso fare un elenco veloce? Ho imparato a dare il giusto peso alle cose. Sono più consapevole, più presente, più abile a riconoscere le ansie utili e inutili. Mi sono ritrovata capace di vivere il momento, godermi le piccole cose e a riscoprire il mondo attraverso gli occhi di mio figlio. Vedere Cesare stupirsi per le cose più banali (o almeno, che noi riteniamo tali), mi ha aiutata a riscoprire la bellezza della semplicità».
E tra gli stravolgimenti che annoveri con l’arrivo del bambino, c’è anche un cambiamento nella tua relazione con Goffredo?
«Assolutamente sì, impossibile dire il contrario. Avere un figlio è una prova enorme per una coppia. Tra le più difficili. Entrano in gioco nuovi fattori decisivi: la stanchezza, le responsabilità, i doveri mai avuti prima. Non faccio fatica a capire come mai alcune coppie non reggono l’arrivo di un bambino, bisogna essere davvero granitici per saper affrontare il tutto. Anche in questo caso mi ritengo estremamente fortunata, io e Goffredo abbiamo saputo essere complici in questa nuova avventura. Questo perché abbiamo lavorato su di noi tanto prima quando adesso. C’è da dire però che siamo sempre stati i fan più accaniti l’uno dell’altro, questo ha giocato a nostro favore non solo in questa situazione, ma in molte altre».
E per rimanere in tema cambiamenti e amore: sei prossima al matrimonio. Era un sogno che avevi fin da bambina?
«Sono emozionatissima, ma non sono cresciuta con l’idea e il sogno di sposarmi; e in più non me l’aspettavo, non siamo due da grandi gesti e Goffredo non si lascia mai cadere in facili sentimentalismi. Quando mi ha chiesto di sposarlo, ero davvero emozionata perché mi ha fatto capire quanto quel gesto da parte sua fosse una dichiarazione di Vero Amore. È stato un momento perfetto, intimo, in famiglia, buffo anche (all’inizio ha sbagliato a mettermi l’anello nella mano giusta). La più realistica e perfetta rappresentazione di noi tre».
E se l’Aurora bambina non è cresciuta fantasticando sull’abito bianco, L’Aurora di oggi come se lo immagina?
«Non siamo una coppia a cui piace esagerare, quindi sia matrimonio che abitano saranno qualcosa di elegante, significativo e che sa di famiglia. Voglio che anche l’abito da sposa (lo ammetto: ho già preso le misure) racconti queste caratteristiche. Sarà mio, e mi deve rappresentare al cento per cento».
Vorrei tornare all’argomento social e soprattutto, alla tua capacità di essere così aperta anche su temi più difficili. Fa paura esporsi così tanto?
«Non posso dire che mi faccia paura, anzi il contrario, e forse è proprio qui che sta il problema. Ma ho imparato le mie lezioni, mi sono pentita di aver affrontato certi argomenti. Sarebbe stupido fingere che quella spontaneità di un tempo non è ora filtrata, calibro le mie parole, temo di essere travisata (anche se, ci tengo a dirlo, in questi anni mi sono mostrata sempre per quello che sono e questo mi ha fatto avvicinare a un seguito molto simile a me, molto coscienzioso). Ho imparato a calibrare le parole, perché tutto può essere riportato diversamente dal messaggio originale. Non voglio perdere la mia spontaneità, solo controllare di più l’effetto valanga. Anche perché a volte mi addolora come vengono riportati certi argomenti: un giorno parlai di cat-calling, divenne un caso mediatico e molte donne mi diedero contro. Mi ferì, non capivo».
Come si coniugano i social, lo stare bene con se stessi e il contemporaneo?
«Non è sempre facile trovare un incastro. Io personalmente sono convinta che tanti problemi, tante paure, tante insicurezze che abbiamo derivano dall’infanzia, dall’incapacità di perdonarci (o perdonare), di elaborare certi vissuti. Vorrei consigliare a tutti la terapia che aiuta a conoscersi, ma spesso si teme proprio questo. Eppure è un percorso che va affrontato, che va sdoganato; è una sfida personale, ti spinge a scavare in quei lati di te che preferiresti dimenticare. Che paura che fa allontanarsi dai meccanismi di difesa che mettiamo in atto quotidianamente, quella gabbia che ognuno si costruisce per se dove ripone le proprie abitudini, le proprie insicurezze… Che avventura provare ad uscirne».
Un consiglio utile che ti senti ti abbia effettivamente aiutato?
«Posso darne tre? Primo di tutti, da fare ogni mattina: il pensiero affermativo, parlare ad alta voce a se stessi, aiuta a silenziare le voci negative. Poi mi piacerebbe citarti questa frase che ho sentito l’altro giorno in un podcast: bastano solo otto minuti. Per chiedere aiuto, per sfogarsi, per sentirsi ascoltato, solo otto minuti del nostro tempo. E infine un libro che credo tutti dovrebbero leggere: The Book You Wish Your Parents Had Read di Philippa Perry. Ti fa riflettere su come il nostro modo di essere adulti sia influenzato dall’infanzia e su come possiamo migliorare i nostri rapporti con gli altri e con noi stessi analizzando il nostro vissuto. Sai a chi bisognerebbe prestare più attenzione? Ai noi bambini, il nostro bambino interiore, che ha vissuto certe esperienze e le ha rielaborate secondo i suoi canoni esplicativi. Forse tornare tutti piccoli (almeno con il pensiero) ci aiuterebbe a stare meglio: lo vedo quando gioco con Cesare e per un secondo sono bambina anche io. Che boccata di aria fresca».
L’Aurora bambina che lavoro sognava di fare?
«Non ricordo bene, ma amavo la musica. Pensavo potesse essere il mio futuro, poi mi sono fatta un esame di coscienza: bisogna davvero avere un fuoco vivo e ardente per fare il musicista. Forse l’ho perso, forse non lo ho mai davvero avuto».
Musica, Sanremo, Aurora: se dovessi descrivere la tua vita in questo momento con il titolo di una canzone di Sanremo?
«"Quando sarai piccola" di Simone Cristicchi. Davvero trovo che l’insegnamento più grande della maternità è stato quello di avermi riportato in contatto con il mio inner-child, prendere le cose con più leggerezza, imparare a respirare più liberamente, rallentare, rimettermi in prospettiva».















