Generazione Nostalgia
Per la prima volta, Cosmopolitan Italia dedica due copertine a due artisti sullo stesso numero. Una ragazza e un ragazzo, Gaia e Olly, entrambi in gara quest’anno sul palco dell’Ariston, entrambi simbolo della loro generazione. Qui i cantanti si raccontano: attraverso due interviste a specchio, in bilico fra i loro sogni, che hanno imparato a prendere fra le mani, e i progetti con cui stanno scrivendo il propriofuturo; attraverso le foto, in cui reinterpretano l’estetica degli anni che li hanno visti nascere: fine Novanta, inizioDuemila. In una celebrazione che punta a esplorare i codici visivi che si affermarono allora e che influenzarono i decenni a venire, dal minimalismo all’oscillazione delle convezioni di genere. Perché sull’onda di tempi che sfidano le nostre nozioni di bello e brutto, di giusto e sbagliato, di bene e male, forse fermarsi un istante e guardare indietro potrebbe rivelarsi, in fondo, una buona idea.
Olly sta tornando al mare. Al vento e alle onde di Genova, che fin da quando era bambino lo hanno cresciuto. Prende la telefonata dalla Serravalle, accanto ha i suoi compagni senza i quali, dice, nulla di ciò che è oggi sarebbe successo. Allo stesso mare, solo qualche scoglio più in là, Olly avrebbe fatto ritorno poco dopo, questa volta per risalire sul palco musicale più popolare della storia italiana, in occasione della 75esima edizione del Festival di Sanremo dove il cantautore ligure, al secolo Federico Olivieri, canta la sua “Balorda nostalgia”. Pronto a prendersi il 2025 con il tour, Tutta Vita.
Chiudi gli occhi e pensa a quando è iniziato tutto.
«È il 2016. Sono davanti al mio computer con Matti che guardo incredulo quante volte è stato scaricato un EP che ho registrato con lui e caricato a caso online in free download. 800 in un giorno. Allora, ho pensato, c’è davvero qualcuno che ascolta la mia musica. Di lì ho iniziato a suonare nei locali underground della mia città».
Il tuo luogo dei ricordi di allora.
«Lo stadio Carlini dove mi sono allenato per anni con la mia squadra di rugby. E una spiaggia che poi non è una spiaggia perché a Genova abbiamo le rocce, si chiama Bay Beach. Ci andavamo sempre: estate, primavera, autunno, inverno. È il posto che mi ha ispirato la scrittura di “Menomale che c’è il mare”».
Che cosa resta di quel Federico?
«La consapevolezza di non sentirmi mai arrivato. E al contempo la determinazione di crederci, crederci sempre nonostante tutto».
Qual è stato il momento della svolta?
«Forse quando sono andato la prima volta a Sanremo. Devo dire che negli ultimi anni ho raggiunto tanti traguardi, quando canto in pubblico me ne rendo conto più di ogni altra cosa, però ho anche capito che la carriera che ho scelto di intraprendere è imprevedibile, cioè nulla è mai certo. Che è uno sbatti, però allo stesso tempo allena a mantenere uno stato di lucidità costante».
Una difficoltà che ti ha reso chi sei oggi?
«A un certo punto ho dovuto prendere in mano la mia situazione lavorativa perché non mi riconoscevo più molto nel progetto. Ero arrabbiato. Così, mi sono preso dei rischi, nell’ultimo anno ho cambiato tante cose e questo ha comportato difficoltà, ma allo stesso tempo oggi sento di aver fatto proprio la scelta giusta per il mio bene e per il bene di chi lavora con me».
Una cosa che non sopporti dell’ambiente in cui lavori?
«La fretta, sembra sempre che siamo in ritardo. È una bolla gigante, per gli altri è spettacolo, per me però è la mia vita. Fare musica per me è salvarmi, scrivere canzoni è dare un senso alla mia vita».
Icona per te è?
«Icona per me è proiettare qualcosa di se stessi su qualcos’altro. Io ne ho poche, in generale non sono uno che idolatra. Una è Vasco: quando devo fare qualcosa mi chiedo lui come la farebbe? Poi alla fine la faccio comunque come voglio io. Da piccolissimo ho avuto un’icona sportiva che è Sergio Parisse, capitano della Nazionale di rugby. Volevo essere lui. E poi i miei genitori. Sono cresciuto con il retaggio del loro amore, si sono conosciuti al liceo e si amano da sempre. Infatti io al liceo ero un po’ triste perché volevo trovare anche io la ragazza della mia vita. E però niente, non ce l’ho fatta».
Che rapporto hai con la tua fanbase e come la descriveresti?
«Adoro il mio pubblico, è super eterogeneo e nonostante questo ci capiamo sempre. Parliamo la stessa lingua».
E con la tua immagine?
«Ho la fortuna di aver veicolato da sempre un’immagine coerente a ciò che sono davvero. Un po’ spettinato, un po’ trasandato, per fortuna ho un team di persone che ne capiscono molto più di me. Ma in generale cerco di non vivermela male, per fartela breve, me ne sbatto abbastanza. Non leggo i commenti di hating, però mi sento comunque di esortare le persone a usare parole più gentili quando commentano i corpi altrui. Certi termini feriscono a prescindere dalla fama o il conto in banca».
Se non partecipassi, per chi terresti quest’anno a Sanremo?
«Brunori Sas».
Cosa rappresenta per te la tua canzone del Festival?
«Mi piace moltissimo, voglio che in qualche modo quei tre minuti sul palco dell’Ariston siano un momento del mio concerto a tutti gli effetti. Non è importante la tecnica, non è importante la perfezione, mi importa quello che arriva. E spero di farlo arrivare tanto».
A chi pensi sul palco?
«La mia canzone non è dedicata a nessuno di specifico, è dedicata a una parte di qualcuno. Penso a me stesso e ai miei sforzi e perché mi merito di essere arrivato fino qui».
Il luogo del tuo futuro?
«Ancora Genova. Uno studio scavato nella grotta sul mare».
Chi vuoi essere da grande?
«Non so chi, ma con chi. La mia famiglia».
ASSISTENTE STYLING, Paolo Barsaglia. ASSISTENTE FOTOGRAFO, Filippo Telare e Gianfranco Maria Lo Sterzo. HAIRSTYLIST E MAKE-UP ARTIST, Gaia Dellaquila. PRODUCER, Sofia Ceresero.
















