Nel giorno del lancio mondiale di Spare. Il minore, autobiografia del principe Harry finalmente arrivata in tutte le librerie (il 10 gennaio), il quotidiano britannico Independent ha riservato al duca di Sussex una frecciatina che punta a colpirlo nel profondo: ha riportato, in prima pagina, la definizione di un qualche insider di corte (che a sua volta ha ripreso una frase di re Carlo, Camilla, William o Kate del Galles: difficile individuare la vera fonte), secondo cui «Harry sarebbe stato rapito dal culto della psicoterapia». Tutto il libro, seguendo questo filone, sarebbe un flusso di coscienza che avrebbe fatto meglio a rimanere nella stanza di uno psicologo. Più che una biografia, che pure rivela dettagli sconcertanti e fatti privatissimi della sua vita e dei suoi legami familiari, le confessioni del principe Harry sembrano uno scudo, un modo per venire a patti, in qualche modo (e come se fosse possibile) col terribile lutto vissuto a 12 anni, quando sua madre, Diana Spencer, è morta in un incidente d'auto.

Al netto delle battute sulla psicoterapia che non ci sentiamo in alcun modo di avallare, il libro del principe è davvero un tuffo nelle sue emozioni più profonde. Quelle di un quasi quarantenne, padre di due figli che si dice «felice e finalmente soddisfatto della sua vita» ma che pure si è ritrovato a confessare di aver creduto per anni che sua madre morta sarebbe tornata a riprenderselo, dopo aver inscenato la sua dipartita. E che è stato a lungo convinto di poterla rintracciare tramite un medium. C'è chi ha visto in queste parole un grande coraggio, un'ammissione di fragilità che non è facile da comprendere, soprattutto da chi non ha vissuto un lutto difficile come quello affrontato da Harry e da suo fratello.

Secondo la psicologa e psicoterapeuta Ilaria Riviera, esperta di Autostima, Traumi, Ansia e apprezzata divulgatrice su Instagram, il cuore di questa biografia sembra proprio essere «l’elaborazione di un lutto bloccata a distanza di più di 20 anni». Secondo la psicologa, quando il principe racconta, con dovizia di particolari, la sua impossibilità nel piangere alla scoperta della morte della madre, il senso di colpa provato nel vedere il mondo prostrato dal dolore mentre, dal canto suo, non riusciva a versare neanche una lacrima, «in realtà sta descrivendo una condizione definita di anestesia emotiva. Quando si vive un trauma come questo non si riesce a piangere perché non si sente dolore, che è come anestetizzato, non perché il dolore non c’è». Basti pensare, spiega l'esperta, a quando si subisce un'operazione: come potremmo sopportarla senza l'anestesia? Questo schema difensivo, che Harry descrive bene svelando gli eccessi della sua giovinezza, quando alcol e droghe erano il suo antidolorifico, sembra essere in atto anche adesso.

«L’incredulità e l’attesa del ritorno della madre, poi disillusa, per Harry si è trasformata in rabbia. E non sembra che sia riuscito, ad oggi, ad andare oltre questo sentimento. Prova rabbia per quello che è successo a sua madre e a lui di conseguenza: sembra che non sia arrivato alla fase di elaborazione e della costruzione di un senso e significato dell’accaduto». Ciò che è successo dietro le porte chiuse della famiglia reale, il legame spezzato con padre e fratello e il loro mancato supporto, secondo la psicologa, ha poi riattivato quel senso di perdita.

Il principe Harry ha sempre discusso del potere della terapia psicologica, che ha usato come strumento di guarigione e rinascita sin dagli anni dell'adolescenza. Recentemente ha lanciato un progetto con Oprah Winfrey, The me you can't see, documentario per Apple Tv in cui si discute di benessere mentale; è diventato CFO di BetterUp, startup che si occupa di salute ed equilibrio di corpo e mente. Inoltre, è sempre stato molto interessato al recupero fisico e psicologico dei veterani di guerra, essendo lui stesso un ex militare, e gli Invictus Games, i giochi paralimpici per soldati con disabilità da lui ideati, sono la summa di questo interesse. Appare chiaro come il principe Harry abbia una lunga esperienza con psicologi e psicoterapeuti, che pure potrebbero non essere riusciti ad aiutare il loro paziente a elaborare un lutto così importante. Secondo la dottoressa Riviera, infatti, «non tutte le terapie sono adeguate a farlo».

«La sua perdita ha le caratteristiche del lutto traumatico, che quindi il cervello da solo solitamente non è in grado di elaborare. La sua età giovane e la morte improvvisa di Diana, quindi l’impossibilità di salutarla, sono già due elementi che rendono il lutto ancora più complicato». Se si aggiungono il mancato supporto da parte della famiglia, la sovraesposizione mediatica, l'assenza di rassicurazioni da parte delle persone a lui care, più concentrate, pare, sul dovere che sugli affetti, il trauma, se possibile, si intensifica. «Harry sembra aver vissuto, in quella delicata fase della sua vita, solo doverizzazioni invece di affetto e protezione, cosa che aggiunge un ulteriore elemento traumatico al quadro».

«Basta riflettere sul fatto che, per elaborare un lutto, bisogna trovare un senso all’accaduto e riorganizzare la propria vita, lasciando scivolare il dolore e mantenendo l’amore». Il principe Harry, da quello che si evince dalle cronache, dalla pagine del suo libro, dalle interviste che ha rilasciato per promuoverlo in cui ha indagato ancora più a fondo questo senso di perdita, pare non essere ancora arrivato a quella fase. Impasse nella quale, conclude l'esperta, «purtroppo si stanno inserendo altre perdite importanti come quella del padre e del fratello».

Spare. Il minore, è in libreria dal 10 gennaio e promette di diventare il riferimento più completo, ricco e controverso sulla famiglia reale britannica.