È la sua seconda volta a Sanremo. La prima nel 2017 quando si è fatto conoscere al grande pubblico che già lo aveva visto vincere X Factor nel 2013, con Il diario degli errori. Anima sensibile e voce delicata, Michele torna all’Ariston con "Inverno dei fiori" un brano che insegna ad accettare i momenti di buio. Ci sono stati, e sono stati terribili e lo hanno fatto cambiare. Un lungo percorso che lo ha portato a una nuova consapevolezza, l’età più adulta, la capacità di potersi godere i momenti. Riparte da qui per dimostrare che anche quando le ferite rimangono, si può andare avanti, mostrando nuove risorse, ma soprattutto un nuovo look che punterà alla spettacolarità (con lo stylist che ha vestito anche Lady Gaga, per dare un’idea. E un cartonato di Lady Gaga sempre al suo fianco, per celebrarla). Con questo spirito sta scrivendo nuove canzoni che finiranno in un nuovo album, ancora senza data. Per la serata delle cover sceglie di omaggiare Lucio Battisti con l’intensa Io vorrei, non vorrei ma se vuoi.

Quando è nata Inverno dei fiori?

«Alla fine di un tour estivo, è sempre il momento in cui sono più prolifico. Vedere la reazione negli occhi del pubblico sulle canzoni che hai già scritto mi dà modo di elaborare. In viaggio mi appunto tante cose e poi chiudo gli appunti».

Fiori in inverno?

«Non ho il pollice verde, a casa ho solo piante resilienti. Non sapevo neanche che esistessero fiori che possono fiorire in inverno. Esistono fiori che spaccano la neve e mostrano colori bellissimi. È stata la scintilla di una metafora incredibile. Possiamo fiorire anche in inverno e anche se non è il tempo, significa che si può andare contro il pregiudizio degli altri. La natura ce lo dimostra davanti agli occhi ogni anno, è il mio modo di raccontare un percorso umano molto forte. Ho ristabilito tanti valori».

Per esempio?

«La prima volta a Sanremo, con Il diario degli errori, mi ha cambiato la vita. E l’ho affrontato proprio così, pensando “o mi cambia la vita o me la rovina”. Al primo posto c’era la musica. La musica è la mia grande passione e ho la grande opportunità che sia la mia professione. Ma al primo posto ora io metto i legami umani. Le persone che mi portano la cena quando non mi va di cucinare, le volte in cui vado a fare un regalo inaspettato a qualcuno. La musica oggi è diventata un’opportunità per raccontare queste cose e portarle su un palco importante. La classifica delle cose importante si è ribaltata. Prima era la musica in funzione dell’esibizione, oggi del racconto, per raccontare i rapporti umani».

Questo cambiamento lo senti anche sul palco?

«Gli ultimi anni sono stati intensi a livello umano. Se la prima volta ero un ragazzino adesso ho anche la presunzione di dire che sono un uomo che canta. Non so se la pandemia ha accentuato questa mia percezione. Di quella prima volta ho il rimpianto che tutti i ricordi che ho sono tensivi. Ero agitatissimo, tesissimo. Non ricordo di aver cantato, ricordo l’esibizione televisiva, da spettatore, non da esecutore. Quest’anno quando mi sono esibito sono salito dietro alla scala con il batticuore, ma ho avuto tutto il tempo per dirmi che stavo per cantare una mia canzone, in mezzo all’orchestra, in un teatro pieno di persone, nelle case degli italiani, in mezzo a tutti gli artisti fermi da due anni e mezzo. Non ho potuto lasciare spazio a tensione e paura. Ho sentito gratitudine, ho voluto essere presente su tutto, dal momento in cui ho posato i piedi sulla stellina che indica la mia posizione, allo sguardo delle prime file. Una grande emozione».

Da casa chi fa il tifo più grande?

«Mia madre. A modo suo. Ha uno strano modo di rapportarsi con me, lo apprezzo, e ogni volta che mi vede mi chiama orgogliosa e felice, ma sempre con una nota su qualcosa. La scelta della cover? Ma come, Battisti non lo può cantare nessuno. L’esibizione? Ma perché sembri sempre così triste. Mi fa subito tornare con i piedi per terra. Ma allo stesso tempo è la mia più grande fan».

La sensazione è che ti supportino anche molti tuoi colleghi.

«Siamo tutti isolati, non ci siamo visti molto. Irama sta a due camere da me e anche Ditonellapiaga è nel mio stesso albergo. Ma l’affetto più grande l’ho sentito dai colleghi a casa. Alessandra Amoroso, Fedez che è stato carinissimo. Giuliano Sangiorgi».

Ti chiedi mai perché tutti ti vogliono così bene?

«Non mi metto in competizione. C’è spesso la percezione di voler fare meglio degli altri, una competizione esagerata. Anche qui a Sanremo, inutile nasconderlo. Per me è spaventosa. E noiosissima. Io porto il mio racconto e la partecipazione dei colleghi mi fa sentire parte di un grande gruppo di laovro. E questo per me è bellissimo».

Nella serata delle cover canterai Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi. Ha ragione la mamma?

«Mi sono autolimitato negli anni pensando che alcune canzoni non le potesse cantare nessuno. Ma è un errore semantico. Non le può cantare nessuno come. Non canterò mai Battisti come Battisti, non ci può essere il paragone. Ma ci può essere l’omaggio. Voglio omaggiare la musica italiana perché nasco dalla tradizione, i miei ascolti partono da lì e anche la mia voglia di scrivere. È il pezzo preferito da Mogol. Omaggio anche lui. Con la speranza di farla scoprire a qualche ragazzo che magari non l’ha mai sentita, o riascoltare a chi la conosce benissimo ma non mette il disco da tanto»

Ultima domanda. Ti vediamo scatenato con il Fantasanremo

«In effetti mi sta sfuggendo un po’ di mano, mi devo dare una regolata. Ma sono sincero, è un modo per demonizzare tutto l’elemento di competizione, che soffro. Sono una persona lontanissima dal senso di competizione. Soffro la classifica da morire, perché mi fa pensare di aver fatto qualcosa di sbagliato. A me piace il concetto di esibirmi per andare a raccontare una storia, ma anche una squadra di lavoro. E allora Fantasanremo è terapeutico. È aggregante. Mi sta divertendo da morire».