Connor Storrie e Hudson Williams hanno tatuaggi identici con la scritta "Sex Sells" (il sesso vende) sulla parte interna delle cosce, e forse dovremmo farne uno anche io e il mio capo. "Capo" probabilmente non è il termine giusto (e sono quasi certo che si offenderà) perché il mio "capo" è qualcuno che conosco fin dai tempi delle medie, quando ero un ragazzino timido con Superga viola ai piedi e un taglio di capelli alla Bieber (che lui, naturalmente, preferisce al mio di oggi).
A 16 anni abbiamo deciso di costruire qualcosa insieme. Abbiamo fondato un’agenzia di marketing per la Generazione Z, collaborando con brand per comprendere il nostro target. Oggi l’azienda è cresciuta fino a diventare una vera realtà, con millennial a libro paga e uffici nel cuore di Manhattan. Il termine più corretto per definire questa persona onnipresente nella mia vita? Il mio "marito di lavoro", parte integrante dello spirito aziendale. Contrariamente a quanto si possa pensare, non ci siamo mai baciati (e non succederà mai). Se già al primo paragrafo di questo articolo avete sospettato il contrario, non sareste i primi. L’ambigua promiscuità della nostra dinamica è, in realtà, parte della recita studiata da anni per muoverci negli ambienti aziendali. Negli ultimi dieci anni ho imparato che il marketing e la pubblicità sono pieni di donne e uomini gay di successo e non c’è niente che apprezzino di più di un buon "si metteranno insieme o no?".
Come sanno bene Connor e Hudson, il sesso vende, e noi siamo bravi a venderlo. Solo che, a un certo punto, ci siamo calati un po’ troppo nel personaggio… e credo di aver davvero sposato il mio marito di lavoro.
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Da colleghi a (simil)coniugi, il passo è breve
"Heated Rivalry" è un’analogia azzeccata. Siamo due astri nascente nel nostro settore (marketing e pubblicità) e continuiamo a confondere il pubblico, che si chiede: siamo colleghi? Amici? Amanti? Nemici?
Per molti versi, lui è la cosa più vicina a una relazione seria che io abbia mai avuto. Nota quando compro un nuovo capo d’abbigliamento. Manda messaggi a mia madre. Io so quando ha un appuntamento dal medico (lui non lo sa). Mando messaggi al suo parrucchiere. Ci sentiamo al telefono tutte le sere, dal lunedì al venerdì, prima di andare a dormire. Come tanti coniugi non riescono a immaginare la vita senza il proprio partner, io non riesco proprio a immaginare di lavorare senza di lui, come mio complice. E in un mondo in cui i confini tra lavoro e vita privata sono sempre più sfumati, viene spontanea una domanda: c’è davvero una differenza tra questi due sentimenti?
Aver raggiunto il successo da adolescenti e ora da dirigenti ventenni ha fatto sì che spesso ci distinguiamo negli ambienti in cui ci troviamo. Viaggio per il mondo con lui per metà della mia vita, condividendo camere d’albergo e scegliendo i posti centrali in aereo per essere accanto ai suoi finestrini. Mi è stata posta la domanda "che cosa siamo?" da più CEO di aziende Fortune 500 di quante relazioni sentimentali abbia avuto nella mia vita. In altre parole, le conferenze aziendali sono come i corridoi del liceo, e tutti vogliono sapere se ci baciamo.
Come (e più) del coinquilino, una persona di famiglia
A differenza della maggior parte delle relazioni omosessuali che incontro, questa non sembra una relazione aperta. Forse è per questo che, con grande dispiacere dei miei genitori, non ho mai avuto una relazione seria da presentare nei momenti più intimi della mia vita. So che aggiungere nuovi termini al già confuso lessico della Generazione Z può risultare scoraggiante. Personalmente mi chiedo come questo si colleghi a parole come "non monogamia etica". In poche parole, è l’equivalente del "coinquilino" di mia zia quando ero piccolo: passavano un sacco di tempo insieme e nessuno faceva domande.
Certo, non c’è nulla di radicalmente nuovo nel fatto che due persone che lavorano a stretto contatto stringano un legame. La sfera personale e quella professionale continuano a convergere, e la dinamica tra "coniugi d’ufficio" si complica ulteriormente in un mondo in cui l’ufficio è diventato letteralmente la camera da letto. Un tempo, la giornata lavorativa finiva con il cartellino da timbrare. Oggi, non solo non c’è più un ufficio da lasciare, ma non c’è nemmeno un partner ad aspettarti a casa.
Ho appreso di recente, grazie a un suggerimento di Hinge (sì, ci sto provando), che la Generazione Z è la più single di sempre. A quanto pare, avere un fidanzato è diventato imbarazzante? Non saprei. Il mio collega di lavoro, invece, non ha problemi a intraprendere relazioni sentimentali, che però non sembrano mai funzionare. Non sembrano nemmeno sane, forse perché si sentono minacciati dal ragazzo dall’altra parte di FaceTime (leggasi: io) che dice "ti amo" mentre lui è a un appuntamento. Non è un fenomeno nuovo: da sempre le persone con una visione a tunnel, ossessionate dalla carriera e dall’ambizione, hanno reso i loro partner insoddisfatti, fin dai tempi dei pranzi con tre martini.
Non avendo mai avuto una relazione seria e quindi senza comprendere appieno cosa significhi o come si manifesti, mi sono ritrovato a chiedermi se la mia soddisfazione in un ambito della vita abbia in qualche modo ridotto il mio appagamento in altri. Come società, siamo da tempo consapevoli di come le relazioni platoniche possano oltrepassare i limiti e interferire con quelle sentimentali. A quanto pare, oggi, dobbiamo aggiungere anche l’aspetto professionale a questo calcolo. I miei messaggi privati su LinkedIn sono infatti inondati di proposte.
Il piacere di condividere è il vero legame
Alle persone piace sentirsi necessarie. In un mondo con meno romanticismo, il lavoro ci fornisce un’architettura di costante necessità. Semmai, la Generazione Z sembra interessarsi più al desiderio che al sesso in sé. Ricordate, è l’episodio 5 di Heated Rivalry ad avere un punteggio di 9.9 su IMDb. Un episodio pieno di dialoghi teneri, non di inquadrature di sederi. In una società capitalista che ha monetizzato i pensieri e le opinioni del mio partner, sono i suoi pensieri e le sue opinioni che considero più preziosi... e immagino che lui direbbe lo stesso di me (ovviamente sta modificando questo testo, ma fingiamo umiltà). Insomma, sia che stiamo uscendo da una presentazione di una startup basata sull’intelligenza artificiale o dalla festa di compleanno di Renée Rapp, vogliamo analizzare tutto insieme. Desideriamo reciprocamente l’attenzione dell’altro sopra ogni altra cosa, e cos’è questo se non amore? Nel panorama mediatico saturo in cui viviamo ci viene venduta l’idea che possiamo avere tutto e che gli altri ce l’abbiano. In realtà, ho scoperto che… in un certo senso, possiamo. Sembra che l’unico modo per spuntare ogni casella sia sfumare tutti i confini, fino a lasciarne solo uno. I nostri colleghi sono amici e, in alcuni casi, i nostri partner più profondi e intimi. Essendo una persona che vive per ottimizzare, ho preso gli aspetti della mia vita che prosperano e li ho assemblati in uno sposo Frankenstein, la cui faccia assomiglia al mio capo. E anche se non stiamo ricreando Ilya e Shane nella stanza 1410, devo fare i conti con un anello invisibile al dito che gli altri possono vedere.
Il mio "marito di lavoro" è la ragione per cui non ho trovato l’amore, o è lui la consolazione in questa realtà? È lui la ragione per cui sono vulnerabile alla solitudine o la ragione per cui mi sento a mio agio con essa? È un sacrificio o l’unico modo per avere tutto? Mentre Heated Rivalry non lascia nulla all’immaginazione, noi, suppongo, sì.










