Nessuno fa più domande. Non dico domande personali o profonde, richieste di opinioni scomode o pareri su scelte politiche che possono portare a discussioni poco rilassanti, parlo delle semplici small talk question, quelle da fare così, per gentilezza. Nell'ultimo anno mi è capitato spesso di tornare a casa dopo un aperitivo, una cena o una festa di compleanno rendendomi conto che, per tutto il tempo, io avevo fatto diverse domande alle persone appena conosciute (che lavoro facevano, cosa gli piaceva fare nel fine settimana, se avevano degli animali), loro non mi avevano chiesto assolutamente nulla. Eppure in diversi casi, erano state proprio queste persone a propormi di incontrarci.
A me piace fare domande, altrimenti non farei questo lavoro, ma non le uso (mi sono chiesta se fosse così, interrogandomi su questo nuovo fenomeno) per rendermi indisponibile alle curiosità altrui. Insomma, se mi chiedono qualcosa, rispondo volentieri, e mi sembra innaturale che ogni incontro mondano o evento sociale si trasformi in un'intervista unidirezionale. Anche il galateo, del resto, sottolinea l'importanza di fare domande generiche che mettano tutti a proprio agio: non parlare sempre tu, coinvolgi gli altri nella conversazione. Le persone, però, sembrano semplicemente meno interessate a sapere cosa fai, come vivi, cosa pensi o forse più frenate nel chiederlo.
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Il timore di domandare nel dating
Non è chiaro perché le domande siano cadute in disgrazia. Tutti amano riceverle, ma nessuno osa più farle e questo succede anche durante gli appuntamenti. Secondo un recente report di Hinge, l'app di dating pensate per essere cancellata, il 62% degli utenti ritiene di porre abbastanza domande al primo appuntamento, ma solo il 30% ritiene di riceverne a sufficienza. Tra le domande più apprezzate ci sono quelle di follow-up a qualcosa che è stato detto in precedenza (per il 61% degli intervistati da Hinge), le informazioni sugli interessi personali (per il 50% degli intervistati) e quesiti sui valori (per il 49% degli intervistati). L’85% degli utenti è più propenso a desiderare un secondo appuntamento quando gli vengono poste domande ponderate.
Qualcosa, però, a quanto pare va storto e le domande non vengono poste. Questo genera un gap nella comunicazione: le donne temono che lui sia disinteressato, gli uomini di essere invadenti. Quasi la metà degli uomini (47%), infatti, si è trattenuta dal porre domande profonde per non risultare cringe, così come il 39% delle donne. Gli uomini riportano anche il 27% di probabilità in più di preoccuparsi di risultare imbarazzanti in questo frangente rispetto alle donne. Il 48% si trattiene dall’intimità emotiva per paura di essere “troppo”, e il 72% sente la pressione di dover fare il primo passo. Spesso, per ovviare al problema, si chiede aiuto a ChatGPT: il 58% degli uomini si rivolge all’IA riguardo a come avviare una conversazione, così come il 40% delle donne.
Ricominciare a fare domande
È difficile entrare in confidenza con qualcuno senza fargli delle domande e non stupisce che di recente si siano diffusi giochi come We're Not Really Strangers o liste di domande «per innamorarsi», «per conoscersi in meno di un'ora», per «capire se è la persona giusta». «L’imbarazzo nasce spesso dal fatto che fare una domanda significa esporsi», spiega Benedetta Gasperini, psicologa, «Chiedere qualcosa a qualcuno non è un gesto neutro: vuol dire mostrare interesse, uscire da una posizione protetta e accettare anche la possibilità che l’altro non risponda come speriamo — o che non risponda affatto. In questo senso, l’imbarazzo ha molto a che fare con la paura di sentirsi rifiutati o non legittimati nella propria curiosità». Eppure è utile notare come, al contrario, è difficile che qualcuno si lamenti per le troppe domande: le domande di solito fanno piacere quindi forse dovremmo rovesciare la prospettiva.
«Nella maggior parte delle situazioni, chi riceve una domanda si sente riconosciuto, non messo sotto esame», conferma la dottoressa Gasperini, «È un modo per dire “ti vedo”, più che “ti chiedo conto”». Certo, le domande non devono essere inopportune, martellanti o eccessive: «Partire da qualcosa che l’altro ha già condiviso rende l’esposizione meno brusca e la domanda più naturale», consiglia l'esperta, «E soprattutto, può essere utile accettare che non tutte le domande ottengono la risposta che immaginiamo: il valore sta nel gesto di apertura, non nel controllo dell’esito».
Esistono domande di tutti i tipi, non è necessario arrivare subito ad argomenti intimi, si può selezionare cosa chiedere in base al contesto. «Esistono domande che funzionano quasi sempre perché rispettano i confini dell’altro», spiega Gasperini, «Sono domande aperte, che non obbligano a esporsi più di quanto si desideri. Chiedere cosa appassiona una persona, cosa la fa sentire bene in questo periodo, o come sta vivendo una certa esperienza significa, in fondo, aprire una porta: l’altro può decidere se affacciarsi, entrare, oppure restare sulla soglia». In questo modo ci si ritaglia una zona safe da cui partire e capire se è possibile approfondire il rapporto leggendo le reazioni di chi ci sta davanti. «Questo tipo di domande riduce il rischio di sentirsi invasi o invalidati, sia per chi le fa sia per chi le riceve», conferma la psicologa, «Non impongono un’intimità, la rendono possibile». E poi c'è il modo in cui si chiede: «Spesso, più delle parole scelte, conta il modo in cui la domanda viene posta: con curiosità autentica, senza urgenza e senza aspettative rigide. È così che una semplice domanda smette di essere un’esposizione rischiosa e diventa un invito allo scambio».










