«Il sesso e l’amore postromantici non cercano l’adrenalina di un rischio che può metterci di fronte all’abisso», scrive Carolina Bandinelli nel suo saggio Le postromantiche, «Vogliamo un amore senza drammi, senza patemi, senza scivoloni imprevisti. Il mistero, l’inciampo, il disequilibrio ci fanno paura. Le emozioni perturbanti cerchiamo di eliminarle, non ci ‘buttiamo a capofitto’ in una situazione, piuttosto esaminiamo, verifichiamo, contrattiamo, stabiliamo metodi efficienti per assicurarci incontri sicuri basati su una comunicazione trasparente». È un atteggiamento comune, che sentiamo almeno in parte nostro, che si ritrova nel dating contemporaneo. Ci si incontra, si fa il conto delle red flag e delle green flag, si fa attenzione a non esporsi troppo, a non esporsi per primi, a non perdere l’equilibrio.
Lo conferma anche il Gen Z D.A.T.E. Report di Hinge, l’app di dating pensata per essere cancellata, che ha intervistato 30.000 utenti per scoprire cosa cercano oggi i giovani della Generazione Z. C’è la voglia di intimità emotiva (l’84% degli utenti della Generazione Z su Hinge vuole costruire un legame emotivo più profondo), ma anche una forte paura del rifiuto e del giudizio. Questo rende difficile esporsi, farsi vedere per chi si è davvero, mostrare quello che si prova e rivelarsi vulnerabili.
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La paura di esporsi
Secondo i dati Hinge, i ragazzi della Gen Z sono il 36% più esitanti rispetto ai Millennial ad avviare una conversazione profonda al primo appuntamento. Si resta quindi nella propria zona di comfort: niente domande profonde e potenzialmente scomode, niente discorsi troppo personali. Il 46% dei rispondenti della Gen Z teme di venire percepito come "troppo" contro il 40% dei Millennial, il 34% teme il rifiuto (rispetto al 28% dei Millennial) e il 31% teme di essere giudicato (contro il 24% dei Millennial). Le ragazze eterosessuali temono soprattutto che il proprio date si riveli disinteressato, i ragazzi, invece, di essere invadenti.
Questo crea una barriera che impedisce una connessione più profonda: entrambe le parti aspettano che sia l’altra persona a esporsi. Quasi una donna Gen Z su due su Hinge (43%) dichiara di essere meno incline ad aprirsi per prima a un appuntamento, soprattutto perché pensa che gli uomini non siano interessati ad affrontare conversazioni profonde, specie agli inizi (42%). Il 47% degli uomini Gen Z, d’altra parte, evita domande più profonde per non risultare cringe.
Innamorarsi per la Gen Z è cringe
La paura del cringe sembra quindi aver contaminato anche il mondo del dating. Il timore è quello di risultare imbarazzanti perché troppo interessati, troppo esposti, troppo inclini a mostrare emozioni e desideri e a giocare a carte scoperte. Di fatto, troppo vulnerabili. La ricerca conferma che l’imbarazzo è la principale barriera per gli uomini della Gen Z: quasi la metà (47%) si è trattenuta dal porre domande profonde per non risultare cringe rispetto al 39% delle donne. In generale gli uomini riportano anche il 27% di probabilità in più di preoccuparsi di risultare imbarazzanti durante un date rispetto alle donne. Il 48% degli uomini, poi, si trattiene dall’intimità emotiva per paura di essere “too much”.
Hinge parla di “vulnerability hangover”, un senso d’ansia che si prova dopo aver mostrato apertamente la propria vulnerabilità, magari condividendo un ricordo personale, una paura o una riflessione con l’altra persona. Il 52%, più della metà degli utenti, ha provato vergogna dopo essersi aperto. Il giorno dopo ripensi alla conversazione e ti senti male. «Ma se inizi a rimuginare su ogni parola detta a un appuntamento e a chiederti se forse hai fatto oversharing, in realtà sappi che è un buon segno e che stai ponendo le basi per un legame autentico», rassicurano gli esperti di Hinge.
Del resto, l’84% degli utenti Gen Z su Hinge dichiara, almeno sulla carta, di voler costruire una connessione emotiva più profonda e la maggioranza delle persone non è intimorita dall’onestà emotiva. Gli utenti su Hinge che affermano di essersi sentiti a disagio di fronte alla vulnerabilità altrui sono infatti solo il 19%. Il 74% degli uomini Gen Z e il 70% delle donne, invece, si dice a proprio agio nell’apertura emotiva. È difficile sperare di innamorarsi senza perdere il controllo, creare una connessione senza scoprirsi e, forse, non sono mai davvero esistiti degli innamorati che non fossero cringe. Come si è diffusa l’idea che l’amore e il sesso possano essere veri senza sbavature, drammi, occhi gonfi, poca dignità, vergogna vera o percepita, perfetti solo quanto basta per racchiuderli in un rettangolo su Instagram? Come siamo arrivati a credere che si possano provare emozioni senza scompostezza e solo fuori dall’orario lavorativo? Senza il caos, gli errori brutti e certe fitte alla bocca dello stomaco?









