Qualche giorno fa ho ricevuto via email un invito a una riunione su Google Meet. Fin qui nulla di strano. Poi, per curiosità, ho controllato il mittente: era mio fratello. Ho subito storto il naso. Certo, lui vive in un fuso orario diverso, ha dei figli piccoli, è spesso in riunione; forse, la scelta di mandarmi un invito via email semplificava solo le cose. Se non fosse che io attendo sempre con ansia le sue telefonate inaspettate, per raccontarci le cose più buffe, banali, la vita di tutti i giorni. Questo genere di invito, invece, mi ha fatta sentire un po’ “programmata”, reclusa in una fascia oraria assegnata, come se fossi un ulteriore impegno in una lunga serie di faccende da sbrigare, dimostrando, una volta per tutte, che le nostre relazioni, anche quelle più intime e familiari, stanno assumendo sempre di più le sembianze delle dinamiche lavorative.

Tutto comincia dalle prime ore del mattino, con una marea di notifiche pronte a darci il buongiorno. Instagram, WhatsApp, Gmail; ogni piattaforma sembra volerci ricordare di tutto ciò che ci aspetta: accettare un invito su Calendar, inviare i soldi a un amico per la cena di ieri, aggiornare il foglio Excel prima della solita riunione mattutina, rispondere ai match Tinder, dribblare le mail di Outlook almeno durante la colazione, prenotare i corsi della palestra. È questa stessa struttura che costringe le amicizie – un tempo legate a serate memorabili passate in quattro mura – a svilupparsi sotto forma di teleconferenze. E anche quando, finalmente, si pianifica un’uscita di gruppo, organizzarla richiede lo stesso impegno di una riunione di lavoro, tra sondaggi su WhatsApp per capire dove vedersi, cosa mangiare, a chi dirlo e come arrivarci, se tutti insieme o separatamente, in taxi o in metro, «io arriverò un po’ tardi, io vado via prima».

Dalla sala riunioni alla camera da letto

Ho deciso di scoprire perché la nostra vita sociale sia diventata così paradossalmente antisociale. Così ho prima interpellato i miei lettori Gen Z, che ho scoperto usare LinkedIn non solo per cercare lavoro, ma anche per organizzare il tempo libero, che occupano, per esempio, con il “PowerPoint party”, un trend TikTok dove un gruppo di amici si riunisce per esporre una serie di presentazioni sui loro argomenti preferiti – questo format è stato persino adottato dal mondo del dating, per presentare i propri amici single a una stanza piena di sconosciuti.

Poi ho scoperto Cupla, un’app che conta una media di 250mila download all’anno, sulla quale le coppie possono condividere e coordinare i propri calendari. Secondo le statistiche dell’applicazione, il 62.5% degli utenti afferma di essere riuscito, grazie a questo strumento, a ridurre le barriere che impedivano alla coppia di trascorrere del tempo insieme. Non è un caso, però, che Cupla abbia avuto un boom di popolarità nel 2020, anno in cui è stata fondata, durante la pandemia: in effetti, in quei mesi, i nostri rapporti professionali e personali si sono fusi – e a tratti confusi – completamente. Un’amica mi ha raccontato, per esempio, che lei e un collega si scambiavano regolarmente messaggi vocali durante quel periodo, mentre prima, non avevano nemmeno il numero di telefono dell’altro, e comunicavano esclusivamente in ufficio, da una scrivania all’altra.

Una volta usciti dal lockdown però, presi dal desiderio di voler recuperare il tempo perduto, con così tante attività che richiedevano la nostra attenzione, non ci è bastata più solo un’app o un messaggio vocale. Oggi, molte coppie che ho intervistato in occasione di questo articolo hanno deciso di integrare l’uso di altre tecnologie alla loro routine, per gestire ancora meglio gli impegni condivisi con gli amici o dividersi le faccende di casa col partner. E se la tecnologia potesse davvero snellire le nostre vite sovraccaricate e sempre più compresse?

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Amelia è una fashion stylist, e inizialmente, era un po’ scettica rispetto all’uso delle app nel coordinare le relazioni. Ma avendo una routine lavorativa caotica, che spesso prevede impegni fuori orario, ha capito, col tempo, che l’agenda non bastava più. Così ha cominciato ad affidarsi a Doodle per programmare gli appuntamenti. Ora, è talmente abituata a organizzarsi con le app che quando il suo ragazzo le ha chiesto di condividere i dettagli del loro primo appuntamento su Google Keep l’ha percepita, a detta sua, come «una grande green flag». La loro lista condivisa, secondo lei, è un segnale di come il rapporto potrebbe evolvere positivamente. «Abbiamo una relazione a distanza, quindi, il nostro legame si sviluppa su lunghe telefonate. Con Google Keep riusciamo a ricordarci di tutte le questioni di cui vogliamo discutere», dice. «Onestamente, sono felice che il mio ragazzo abbia pensato di usarlo. Credo dimostri un alto livello di investimento emotivo. Per me è molto importante che il mio futuro coniuge possa condividere il carico mentale dei miei impegni, e questo dimostra che è capace di farlo».

Poi c’è il fidanzato di Elena, che ha fuso vita privata e lavorativa su Slack. «Usa il programma per qualsiasi cosa», racconta lei, «io mi limito a tenermi in contatto con gli amici sui canali #music e #memes della piattaforma, mentre nel suo account appaiono notifiche che gli ricordano di prenotare un tavolo a cena e archiviare, simultaneamente, una fattura. Credo mi confonderei molto se dovessi usare lo stesso metodo, ma per lui funziona».

E mentre lavoro e tempo libero diventano sempre più la stessa cosa, che impatto ha tutto questo sulle nostre relazioni? Anche se l’organizzazione in una vita sempre più frenetica sembra essenziale, non è forse più piacevole ricevere un invito inaspettato per un aperitivo alle 7 di sera, o per un’uscita fuori porta dell’ultimo minuto? E, soprattutto, che effetti ha sulla nostra psiche strutturare ogni momento della nostra giornata? Fissare degli slot sul calendario può davvero spingerci a dedicare più tempo di qualità ai nostri cari? E se organizzarci in maniera così rigida rendesse semplicemente le nostre relazioni più efficienti, ma al contempo robotiche e sempre meno reali?

Il tempo della spontaneità è finito

«Ho un’amica che mi manda un invito sul calendario ogni volta che decidiamo di incontrarci, e questo mi infastidisce molto», racconta Alex. «Mi sembra di simulare una dinamica capo-impiegato nella nostra relazione, e a volte, il non voler aderire a questo approccio mi fa sentire disorganizzata, inferiore, o non adeguata al contesto. Ma è davvero raro che io faccia confusione o disdica gli appuntamenti con i miei amici». Per Alex ognuno ha modi diversi di organizzarsi, ma questo nuovo approccio non permette di far fede alle proprie abitudini. Così, cerca di non pianificare costantemente le uscite con gli amici. «Questa ossessione per l’organizzazione sta alienando completamente la naturalezza dalle nostre relazioni. Se continuiamo a voler programmare tutto diventeremo dipendenti dal calendario, e le nostre amicizie si trasformeranno in rapporti formali», dice.

La psicoterapeuta Charlotte Fox Weber riconosce l’utilità di programmare le nostre vite, ma sottolinea anche che un approccio di questo genere potrebbe andare a ledere tutti quegli elementi, a volte intangibili, che rendono speciali le amicizie. «Non c’è niente di meglio che girovagare senza meta con le persone del cuore: ci permette di fare nuove scoperte, di sorprenderci», spiega, ma aggiunge: «Purtroppo, è difficile relazionarsi liberamente se siamo sempre sotto pressione».

Weber è conscia di quanto ci sentiamo oberati, ma crede sia importante non far sentire gli amici come se fossero un impegno di lavoro, e che per farlo, ci voglia consapevolezza. «Una delle gioie dell’amicizia è l’avventura, l’umorismo, ed è difficile racchiudere queste qualità in incontri frettolosi. A volte, però, non abbiamo scelta: dobbiamo recintare intenzionalmente il tempo, perché non ne abbiamo».

Il futuro delle relazioni

I nostri rapporti sono andati in “overbooking” non solo a causa della pandemia, ma anche, più semplicemente, perché viviamo in un’era digitale in evoluzione, che ha spinto anche il governo italiano a introdurre una politica di diritto alla disconnessione, e a non essere contattati oltre l’orario d’ufficio. Ma il burnout non è solo un sintomo di pratiche lavorative distruttive, è anche un fenomeno sociale. «Il modo in cui ti viene chiesto di vivere è oggettivamente folle», racconta l’autore Jason Pargin in un TikTok andato virale. «Durante tutta l’evoluzione della nostra specie, non è mai stato chiesto a nessuno di essere reperibile 24 ore su 24».

Pargin sottolinea come, in passato, le uniche persone che dovevano essere sempre reperibili, tramite cercapersone o telefoni cellulare, erano individui con lavori estremamente stressanti, cui vite umane dipendevano dalla loro. «Ogni giorno sono consumato dal senso di colpa per tutti i messaggi a cui non ho risposto a fine giornata», si legge nella sezione commenti del video. Poi ancora: «La pressione di dover rispondere a tutte le richieste dei miei amici mi ha stressato così tanto che mi sono auto isolato per anni».

Di fronte al burnout sociale, creare degli slot per organizzarsi non è poi una cattiva idea, soprattutto se ci permette di separare le occasioni di convivialità da quelle in cui stacchiamo completamente la spina. «In età adulta, dare priorità alla spontaneità è difficile», dice Weber. «Gli incontri pianificati e strutturati possono sembrare un po’ artificiosi, ma questo non diminuisce il valore della connessione. Siamo più gioiosi quando siamo a nostro agio, e alcune relazioni funzionano meglio da calendario».

E se parte dell’essere a proprio agio significa pianificare non solo gli slot degli altri ma anche i nostri, perché non farlo? Basta affrontare il planning con sincerità, comunicando agli amici, ai partner o ai nostri familiari il nostro bisogno di stare un po’ soli. E no, forse non mi perdo nulla se salto un aperitivo. Forse, capiranno.