Si conoscono da piccoli, quando ancora non sanno chi sono. Crescono insieme, sono fratelli (o fratellastri). Poi si innamorano, si feriscono a vicenda, si allontanano, ma non sono più in grado di lasciarsi andare, di dimenticarsi davvero. Si dice che «il primo amore non si scorda mai» ed è un refrain che sembra resistere al passare dei secoli. Lo schema narrativo del primo amore che persiste e ritorna è un archetipo che si ritrova in libri, film, serie tv di epoche diversissime, al punto da risultare inscritto nel nostro DNA e plasmare l'idea stessa che abbiamo del romanticismo.

Oggi questo schema lo ritroviamo in moltissimi teen drama. Belly di The summer I turned pretty scappa a Parigi, si ricostruisce una vita ma, alla fine, sceglie di stare con Conrad. Noah e Nick della trilogia dei culpables” all'inizio di È colpa nostra? si sono lasciati, non si vedono da anni, stanno con altre persone, ma questo non basta a impedire ai fan di tifare per loro, perché l'unico finale possibile è quello che li vede di nuovo insieme.



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Primo amore: cos'ha di diverso?

Marcel Proust scriveva che «ogni primo amore è una sfida contro il tempo, un duello tra il desiderio del “per sempre” e l’inevitabilità del cambiamento». È, di fatto, un enigma senza soluzione, un vicolo cieco senza uscita: ci si conosce, ci si ama, si cambia, ma chiudere con il passato non è un'opzione concepibile. Assomiglia a una ferita che non si rimargina, a un imprinting, che per alcuni è più forte che per altri e che si colloca a un livello di profondità vicino alla percezione di chi siamo, siamo stati e saremo. «Spesso il primo amore, la prima relazione può acquisire un significato particolare anche in termini di definizione di sé», spiega Elena Carraro, psicologa, divulgatrice e autrice del libro Scegliere l’amore: imparare ad amare e a lasciarsi amare in modo consapevole, «Concorre a dare un una forma, a disegnare quel contorno di chi siamo e di come funzioniamo e di qual è il nostro modo di stare nel relazioni. Questo è normale».

In The Summer I Turned Pretty Belly, prima di scegliere Conrad, guarda la sua foto da bambina e capisce che, così come il colore dei suoi occhi non cambierà mai, nemmeno il suo amore per lui riuscirà mai a mutare in qualcosa di diverso. «Il mio amore per Heathcliff assomiglia alle rocce nascoste ed immutabili, una fonte di gioia poco visibile ma necessaria», risuona la voce di Catherine Earnshaw in Cime Tempestose, «Io sono Heathcliff: lui è sempre, sempre nella mia mente, non come un piacere, non più di quanto io sia un piacere per me stessa, ma come il mio stesso essere». Cathy e Heathcliff si conoscono da bambini, vivono come fratelli e crescono insieme correndo per le brughiere: è in quello spazio di infanzia, quando tutto ancora può succedere, che il legame assume una dimensione di infinito.

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Amore senza fine

È impossibile non citare, parlando di primi amori indimenticabili, il romanzo di Emily Bronte che sta per tornare al cinema nel nuovo adattamento di Emerald Fennell con Margot Robbie e Jacob Elordi. Cime Tempestose è, infatti, il modello per eccellenza, la storia che ha dato inizio a tutte le altre, al tropos stesso degli innamorati bambini che non smettono di amarsi. La scrittrice Joyce Carol Oates, parlandone, lo definisce «una parabola sull'innocenza e la perdita, e sulla necessaria sconfitta dell'infanzia». Si nega lo scorrere del tempo e, così facendo, si costruisce una dimensione parallela che vive al di là della vita e della morte e che, nel suo essere sostanzialmente impossibile, rende disumani, conduce alla pazzia. «Parte del diventare grandi e dell'andare avanti, è anche riuscire a darsi la possibilità di sganciarsi dall'esperienza del primo amore, che può rimanere importante a livello affettivo, ma smettere di avere rilevanza in termini di autodefinizione», spiega la psicologa, «Possiamo accettare che tutto quello che viene dopo possa essere diverso, ma altrettanto vero e altrettanto soddisfacente, anzi spesso anche molto di più mi viene da dire». Per farlo, però, dovremmo accettare di crescere e lasciare andare.

I protagonisti dei film e delle serie che guardiamo scelgono di non farlo, anche contro ogni logica, ignorando il male che si sono fatti e i passi avanti compiuti. Continuano e venire sospinti indietro, in uno spazio tempo che non può più esistere, se non nel lieto fine delle fiction. «Entrano in gioco due processi», continua Elena Carraro, «Uno è un processo di idealizzazione, che è al suo massimo nel momento in cui facciamo un'esperienza completamente nuova per la prima volta. Nel momento in cui andiamo avanti e abbiamo altre esperienze relazionali, non c'è più quella totale assoluta novità e scoperta e quindi anche possibilità di fantasticare. È un pochino ridotta dalla realtà delle cose. L'altro ha a che fare proprio con il condizionamento culturale che ci rappresenta il primo amore come la forma più pura, autentica e irraggiungibile di amore».

Ed è qui che sta la differenza tra noi mortali che viviamo la realtà delle cose e i nostri amori possibili, e i personaggi delle pagine o degli schermi. «Se l’amore senza fine era un sogno, allora tutti noi lo condividevamo, ancor più di quanto potessimo condividere il sogno di essere immortali o di riuscire a viaggiare nel tempo», dice il protagonista di Un Amore Senza Fine di Scott Spencer, «e se qualcosa mi differenziava da tutti gli altri non erano i miei impulsi bensì la mia testardaggine, la mia disponibilità a portare il sogno oltre quei limiti che erano stati concordati come ragionevoli, a dichiarare che quel sogno non era un delirio della mente ma una realtà altrettanto tangibile dell’altra più tenue, più infelice illusione che chiamiamo vita quotidiana».