Il mese scorso sono quasi scappata dalla festa di addio al nubilato della mia amica Catherine. All'inizio ero davvero entusiasta di essere stata invitata, ma più la data si avvicinava, più avvertivo uno strano senso d'ansia. Il pensiero del lungo viaggio in treno, le imbarazzanti chiacchiere con persone che non conoscevo, il costo, tutto mi faceva sentire a disagio. E se non fossi in grado di fare una buona conversazione? E se non piacessi a nessuno? Tutto era così lontano dalla mia zona di comfort. Sparire sarebbe stata sicuramente la scelta migliore per il mio benessere mentale, avrei ripreso il controllo della mia vita mettendo i confini che mi servivano. Poi, grazie al consiglio di un'altra amica, ho deciso di andare lo stesso e l'intero fine settimana è stato fantastico, non dovevo affatto preoccuparmi.

Mentre consideravo l'idea di "dare buca", stavo inconsciamente dando ascolto alle chiamate dei guru online sulle strategie di benessere. L'hashtag #selfcare ha più di 30 miliardi di visualizzazioni su TikTok, #boundaries è arrivato a due miliardi e #cancelplans a nove milioni. Sotto #notleavingthehouse, gli utenti gioiscono nell'annullare le uscite con gli amici e nella scelta di rimanere a casa. Su Instagram vedo centinaia di illustrazioni carine che affermano che "Va bene cancellare i piani", o che fa bene "Dire no".

Quindi c'è da meravigliarsi quando il mio primo istinto è stato quello di non andare? Nel mettere noi stessi al primo posto, quante volte stiamo veramente salvaguardando la nostra salute mentale, e quante altre siamo solamente pigri?

Questo atteggiamento "do what you think is best for yourself and not care about other people" ha fatto il suo ingresso anche nel mondo del lavoro. L'anno scorso, il concetto di "quiet quitting" è andato virale su TikTok e si riferisce ai dipendenti che scelgono di dare la priorità alla loro vita personale licenziandosi. Ci sono state più di 1.2 milioni di ricerche su Google in tutto il mondo sul tema.

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Non sorprende che tale tendenza sia nata in un periodo di immensa incertezza politica e finanziaria. Anche prima della pandemia, i millennials venivano indicati come la generazione del burnout, cercando di bilanciare il lavoro e i partner con una vita sociale attiva, risparmiando per comprare una casa, praticando una routine di benessere e dormendo otto ore a notte. La reazione alla narrazione "always on" è stata rapida, brutale e molto gradita.

Ha quindi senso dire di no, dare priorità al riposo e conoscere i propri limiti è un comportamento sano. Eppure, per ogni volta che decidiamo di non uscire, di fare meno, c'è probabilmente qualcun altro che invece affronta le conseguenze riprendendo da dove noi abbiamo detto basta. Quindi, cosa succede se stabilire i nostri limiti si sta trasformando in una scusa per essere amici inaffidabili, impiegati poco brillanti e partner spazzatura che semplicemente finiscono per dire no in risposta a tutto ciò che non vogliamo fare?

Stabilire confini

Quando la 23enne Rebecca ha rotto con il suo fidanzato, ha sentito che la sua migliore amica non era abbastanza di sostegno. Improvvisamente Zara era troppo assente - proprio nel momento in cui Rebecca aveva più bisogno di lei. Con tutti i messaggi o le chiamate senza risposta, Rebecca si sentiva sempre più delusa, e la sua delusione presto si trasformava in frustrazione e poi rabbia. Rebecca ha iniziato a considerare il comportamento di Zara come "tossico" e anche sleale.

«La consideravo una pessima amica, non potevo credere al fatto che lei non fosse lì con me», dice. In un momento di frustrazione, Rebecca ha scritto una serie di messaggi a Zara, accusandola di essere un'amica scadente e descrivendo in dettaglio quanto fosse stufa della loro relazione unilaterale. Anche se le due sono rimaste amiche, Zara ha incominciato a prendere le distanze da Rebecca. Oggi Rebecca si rammarica di ciò che ha inviato. «Mi sento mortificata: rileggere i miei messaggi rivela solo quanto tossico era stato il mio comportamento». Rebecca si è rivolta poi a un terapeuta per ricevere supporto psicologico. Così facendo è arrivata a realizzare qualcosa: «Avevo aspettative irrealistiche e ingiuste sulla nostra amicizia. Zara aveva i suoi problemi, e non avrei dovuto aspettarmi che si occupasse, sempre, anche dei miei».

Secondo lo psicoterapeuta Nicholas Rose, la storia di Rebecca fa parte di uno schema più ampio, all'interno del quale tutti si sforzano di fare le cose nel miglior modo possibile, ma troppo spesso si finisce a entrare in modalità autopilota agendo senza pensare. «Quando abbiamo a che fare con i nostri drammi si può spesso sviluppare una perdita di empatia e comprensione di come le cose stanno andando per le altre persone», dice a Cosmopolitan. «Se si osserva solo dall'esterno, continuerete a ripetere gli stessi errori». Il Dott.re Rose suggerisce che guardarsi dentro di tanto in tanto e prendersi un momento per riflettere sul proprio comportamento può rivelare alcuni aspetti di noi stessi che non abbiamo considerato prima. «Tendiamo a prendere decisioni, senza più volerci guardarci indietro. È davvero questa la cosa migliore che possiamo fare?».

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Allora perché è molto più facile trovare difetti negli altri e più impegnativo vedere dove stiamo sbagliando noi? Quando ho chiesto ad alcuni amici di raccontarmi esperienze in cui i loro ruoli erano conflittuali, molti erano riluttanti o vaghi nel dirmi i dettagli. Il Dott.re Rose attribuisce questo alla vulnerabilità umana nell'ammettere apertamente di aver sbagliato. Nel suo libro, Better Together, suggerisce che affrontare problemi o conflitti può essere fatto in modo efficace solo attraverso il lavoro di squadra. A chiunque crediamo il problema appartenga, «soltanto quando entrambe le parti si assumono la responsabilità e si chiedono "che cosa sta succedendo qui e che cosa possiamo fare per cambiare?", si può raggiungere una soluzione».

Tutti abbiamo attraversato la fase in cui ci siamo sentiti protagonisti, non solo della nostra vita, ma desiderato anche di essere il centro di quella di qualcun altro. In momenti come questi è, di sofferenza e di "guarigione", è facile sentirsi autorizzati a mettere i nostri problemi sopra a quelli degli altri. Ma il nostro crescente desiderio di diventare dei tuttologi psicologi e definire gli altri come 'narcisisti' o 'tossici' potrebbe, infatti, ostacolare piuttosto che aiutarci.

«Abbiamo un lessico sempre più sofisticato legato al linguaggio psicologico, per questo compaiono online termini come gaslighting, narcisismo e tossicità», spiega il Dott.re Rose. Mentre queste parole sono del tutto valide in alcune situazioni, se usate eccessivamente e casualmente nella vita quotidiana, «tali etichette rischiano di spostare tutta l'attenzione sugli altri, facendoci smettere di sentirci responsabili e facendoci comportare in certi modi».

Ripensare la responsabilità

Non sorprende che l'era dell'irresponsabilità coincida con le attuali sfide sociali che stiamo affrontando. I dati recenti dimostrano quanto siamo stanchi: uno studio del 2023 dell'Istituto Piepoli per il Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi ha scoperto che almeno un italiano su cinque si è rivolto a uno specialista, confermando che il benessere della popolazione è peggiorato del 15%. Mentre la ricerca di BVA Doxa commissionata da Mindwork dimostra che, nel 2022, più della metà degli intervistati (54%) afferma di aver lasciato il lavoro per motivi di malessere emotivo a esso correlato. «Stiamo affrontando l'ansia che avvolge la nostra sopravvivenza. Le situazioni pandemiche e le guerre nel mondo influenzano tutte il nostro senso di sicurezza». Egli aggiunge, «Quando la nostra sicurezza è minacciata, siamo difensivi e più propensi a scrutare come si comportano le altre persone».

Ma il desiderio di aiutare noi stessi avviene a scapito degli altri? È davvero questa l'unica soluzione per ritagliarsi i propri confini? Quando stiamo attraversando una situazione personale difficile, può essere naturale considerare i nostri problemi al centro del mondo di altre persone proprio come lo sono per noi, ma questo tipo di pensiero può effettivamente fare più male di quanto pensiamo alle persone intorno a noi, dice Jacobson. «In definitiva, la responsabilità viaggia in due direzioni parallele - una per sé e una per gli altri (società inclusa)».

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Mettendo da parte gravi condizioni di salute mentale e fisica, la maggior parte di noi «può dimostrare auto-cura, pur bilanciando gli impegni esterni. Significa capire cosa dobbiamo fare per stare "bene", e allo stesso tempo accettare che le nostre scelte hanno sempre un impatto sugli altri. La reciprocità è generalmente una buona strategia da giocare - il dare e avere è un meccanismo che riserva benefici a tutte le parti», Jacobson dice. «Ammorbidire le nostre aspettative può davvero aiutare. Saggio è ricordare che la cura di sé non significa aspettarci qualcosa dall'altro. È utile adottare una posizione di gratitudine piuttosto che pretendere qualcosa che sentiamo esserci dovuto», continua.

Secondo Jacobson, invece di ritirarsi dal lavoro o dalle nostre amicizie, fare il contrario può effettivamente contribuire a migliorare il nostro senso di benessere più in generale. «Una visione negativa degli altri e aspettative irrealistiche elevate sono la ricetta perfetta per la disillusione», spiega. «Se siamo in grado di partecipare attivamente nella società, esprimere gratitudine, considerare e mostrare rispetto per gli altri, il tutto in un quadro di auto-compensazione (che non si esclude a vicenda), tenderemo a stare meglio».

In un momento in cui la maggior parte di noi sente il senso del controllo scivolare tra le dita, è facile dare la colpa agli altri per la nostra infelicità, vederli come i "cattivi" della situazione sembra essere l'opzione più sicura e facile. Ma le nostre relazioni, che sia con un amico o un collega di lavoro, sono strade a doppio senso che richiedono la nostra cooperazione, collaborazione ed empatia. Dopo tutto, chi vuole essere amico di qualcuno che rovina i piani tutto il tempo, o di lavorare con qualcuno di inconcludente che molla sempre all'ultimo secondo?