Ogni giovedì sera si rintanavano nel loro salotto, con una tazza di caffè o un bicchiere di vino in mano, e si mettevano davanti al computer. Ognuno di loro aveva una lista; alcune settimane era più lunga, altre più corta. E per quanto faticoso potesse sembrare, Alessandra* e Marco* si sedevano vicini e ripassavano insieme l’elenco. Su di esso c’era scritto tutto ciò che li aveva infastiditi dell’altro nei giorni precedenti, annotato nella foga del momento, e pronto per essere sviscerato durante l’ora di psicoterapia.

Sono sposati da soli sei mesi e, per loro stessa dichiarazione, non c’è nessun problema evidente nella loro relazione. E allora perché hanno deciso di intraprendere un percorso in terapia di coppia? Li ho incontrati, insieme ad altre persone con una storia analoga, per provare a scoprirlo.

Sebbene la consulenza di coppia sia storicamente vista come l’ultimo tentativo di salvare una relazione a lungo termine, sempre più giovani iniziano la terapia. Certo, alcuni di loro sono davvero in crisi. Altri, come Alessandra e Marco, 33 anni, lo fanno per migliorare la loro relazione. Per loro, come dice la psicoterapeuta Natalie Cawley, è come andare da un personal trainer o dall’igienista dentale.

Secondo un’indagine del Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Psicologi (CNOP) un terzo dei cittadini italiani tra i 18 e i 34 anni dichiara di aver consultato un terapeuta. E il 54% della Generazione Z e il 47% dei Millennials afferma di aver saltato almeno un giorno di lavoro nell’ultimo anno per colpa dello stress.

Nel bene o nel male, “terapia” è diventato un vocabolo d’uso comune, soprattutto per chi trascorre molto tempo su Internet. Si criticano gli stili di attaccamento, si legge di gaslighting e narcisismo, e per molti, il fatto che un potenziale partner veda o meno uno psicoterapeuta costituisce un fattore cruciale nella decisione di rivedersi dopo il primo appuntamento. La consulenza di coppia è quindi diventata popolare come conseguenza di questo fenomeno. Ma resta da chiedersi se questo interesse nel migliorarsi sia la prova di un reale desiderio di crescita personale insieme al proprio partner, o il tentativo disperato di restare aggrappati a relazioni ormai condannate a finire. E se avessimo solo bisogno di pagare un esperto che ci dica quando sia il momento di lasciare il nostro partner?

Fra conflitto e risoluzione

Prima che Alessandra e Marco iniziassero la terapia, i due, almeno secondo Alessandra, «non comunicavano». Stavano per trasferirsi da casa di lei a Milano a quella di lui ad Ancona, e ad Alessandra, in particolare, questo passaggio risultava difficile.

«C’erano molti fattori di stress legati ai miei amici e alla mia carriera», ricorda. «Avevamo punti di vista diversi sul da farsi e quindi litigavamo spesso. Se uno di noi era infastidito da qualcosa che l’altro faceva, tendevamo a nasconderlo. Ma poi scoppiavamo per le piccole cose». La loro terapeuta li ha incoraggiati a mettere per iscritto i loro dubbi e a incontrarsi una volta a settimana per esaminarli insieme. Ha anche consigliato di scrivere gli aspetti positivi del loro trasferimento, come la vicinanza al mare. «È stato bello perché eravamo tesi, e questo ci ha permesso di guardare al lato positivo».

Ciò non vuol dire che le sessioni fossero semplici. «Ci sono stati anche momenti in cui ci siamo urlati addosso», ammette Alessandra. «Io piangevo e lui era arrabbiato. Ma era necessario essere onesti, perché solo così saremmo stati in grado di superare la situazione».

Pur sapendo che le loro ragioni per andare in terapia erano valide, i due sentivano ancora lo stigma che ne derivava. «Ero preoccupata che se i nostri amici o familiari avessero scoperto delle sedute a soli sei mesi dal nostro matrimonio, avrebbero pensato che la nostra relazione fosse in crisi», ammette Alessandra. Né lei né Marco hanno raccontato ai loro conoscenti cosa stavano facendo fino a quando le sessioni non sono finite, soprattutto perché non volevano essere biasimati. «Fare terapia non significa che c’è qualcosa di sbagliato nella vostra relazione, ma la gente fatica a vedere oltre», aggiunge.

Marco, che a differenza della moglie non aveva mai fatto terapia individuale, confessa di essere stato riluttante quando Alessandra gli ha proposto l’idea di vedere un esperto insieme. «Io e i miei amici stiamo iniziando a parlare apertamente della nostra salute mentale, ma preferisco mantenere privati alcuni aspetti della mia relazione», dice.

Se alla fine Marco si è convinto a provare la terapia di coppia, per molte coppie eterosessuali rimane vero il meme virale che dice: «Gli uomini preferirebbero (inserire attività assurda a piacimento) piuttosto che andare in terapia». E anche quando si sentono insoddisfatti dalle loro relazioni, sono molto meno propensi delle donne a un percorso di coppia.

«Sebbene la situazione stia lentamente cambiando, molti uomini provano ancora vergogna nell’ammettere le proprie emozioni e i propri problemi relazionali», spiega la terapista sessuale e relazionale Cate Mackenzie.

Questo preconcetto può essere esacerbato, se si considera che la terapia di coppia è ancora tristemente, ed erroneamente, associata al fallimento – un pregiudizio che riguarda tutti, ma che è particolarmente pronunciato nell’idealismo maschilista.

Poi c’è la questione del costo. In genere si aggira tra gli 80 e i 150 euro a seduta, per una media tra i 12 e i 25 incontri. Insomma, si parla di una spesa minima di 960 euro per provare a migliorare la propria relazione – non proprio un’operazione economica. E poi non sempre la terapia funziona. E se chi non può permetterselo rappresenta comunque la maggior parte delle persone, significa che solo i ricchi possono stare bene insieme?

Mackenzie suggerisce alle coppie di considerare l’importanza dell’investimento, paragonandolo a fare una revisione dell’auto. «Quando si porta la macchina dal meccanico, lui chiede di accettare il preventivo prima di fare il lavoro», spiega. «Io dico alle coppie che potranno sicuramente risolvere un bel po’ di questioni, ma questo implica un grande sforzo. Chiedo loro: “Siete entrambi pronti a farlo?”».

Serve davvero?

«Dopo la terapia, sembra che la relazione sia peggiorata», racconta Maria*, 24 anni. Lei e il suo compagno Andrea*, 35, stanno insieme da due anni e mezzo. Hanno fatto cinque mesi di percorso di coppia l’anno scorso, in parte, a causa delle frustrazioni di lei. La speranza era che gli incontri aiutassero Andrea a capire quanta fatica Maria stesse facendo per rimanere insieme, e che lui sarebbe cambiato. Ma non è andata così. Maria racconta che Andrea prendeva in considerazione i problemi sul momento, ma poi, fra una seduta e l’altra, li dimenticava. Dopo aver smesso con le sessioni, tutti gli sforzi fatti sono svaniti.

Ma quindi, stare insieme da poco tempo e avere bisogno di vedere un terapeuta significa non essere compatibili? O è meglio risolvere tutti problemi fin dall’inizio, piuttosto che portarli avanti nel futuro quando diventeranno ancora più grandi? E se la terapia fosse solo uno spazio in cui discutere, e non offrisse gli strumenti per affrontare le difficoltà al di fuori delle sedute, allora quanto varrebbe davvero la pena spendere tutti quei soldi e impiegarci tutte quelle energie?

couples therapy. marriage. love. romance. relationships. intimacy.pinterest
Nico H. Brausch

Cawley elenca alcuni indizi per provare a orientarsi in questo mare di dubbi: «Quando si fa affidamento quasi esclusivamente a questo tipo di supporto e c’è una persona che crede nella terapia e l’altra che si sente trascinata, si diventa dipendenti dai colloqui e l’unico modo per comunicare è all’interno delle sessioni».

Oggi, Maria sta pensando di rompere con Andrea. Questo significa che le sedute sono state un fallimento o hanno semplicemente evidenziato che la loro relazione non funzionava più? «Uno dei momenti più dolorosi di un rapporto a lungo termine è quando finisce», dice Mackenzie. «A volte le sedute non si basano sul dover rimanere insieme, ma sul chiedersi: come siamo arrivati a questo punto?».

Per Alessandra e Marco invece, la terapia è stata un successo. «Ci sono ancora parti di me che proverebbero risentimento per il trasferimento se non le avessimo affrontate», dice Alessandra. «Non avrei la stessa prospettiva».

Non esiste la coppia perfetta

Non è un segreto che viviamo in una società che dà priorità alle relazioni di coppia. Basta guardare i nostri film e serie TV preferiti, la nostra ossessione per la vita amorosa delle celebrità o la struttura della nostra società, che rende la vita dei single molto più costosa e complessa di quella di chi vive con un partner. Ma ci sono degli svantaggi nell’attribuire così tanto peso a un fidanzato o una fidanzata. Secondo un sondaggio del 2023 condotto dal sito di incontri Plenty of Fish (Pof), il 44% dei single ha affermato di non aver chiuso una relazione perché temeva di rimanere solo e di dover ricominciare tutto da capo. Allo stesso modo, l’illusione di poter scegliere fra un infinito numero di persone, data per esempio dalla cultura delle app di incontri, impedisce a molti di tollerare i compromessi o di avere pazienza, perché pensano di poter trovare qualcosa di meglio in pochi giorni. E se la terapia ci aiutasse ad accettare che nessuna relazione è perfetta?

«C’è ancora l’idea che si debba solo trovare la persona giusta e poi il rapporto funzionerà alla grande», spiega Mackenzie. Ma anche quando si trova l’anima gemella – posto che esista – stare insieme non sarà mai una passeggiata.

Sebbene sia ancora prevalente, questa idea di voler vivere in coppia si è un po’ attenuata negli ultimi decenni, a favore di una maggiore apertura verso la vita da single. Prendiamo, per esempio, Emma Watson, che si descrive come «self-partner», o Taylor Swift che autoironizza sullo stereotipo della gattara senza figli. Oggi, poi, si discute anche di diverse strutture relazionali, come la non-monogamia e il poliamore. Insomma, stiamo lentamente capendo che non è necessario adattarci a un unico schema.

Questa sperimentazione potrebbe persino spiegare, almeno in parte, il boom della terapia negli ambienti più giovani, poiché stili relazionali alternativi potrebbero richiedere supporto per essere assimilati. Questo pone un’altra sfida: come scegliere lo psicologo? Cosa succede quando, per esempio, si trova un terapeuta con idee tradizionali su come dovrebbe essere una relazione sana e felice?

È esattamente ciò che Elisa*, 27 anni, e Matteo*, 29, hanno scoperto l’anno scorso. La coppia, che sta insieme da tre anni, stava lottando con i limiti e le regole della loro relazione non monogama. «In questo sistema si creano le proprie strutture relazionali in base alle esigenze di entrambi», afferma Elisa. «Ma il processo di comprensione, prima di tutto, e poi di comunicazione, può essere difficile. Faccio terapia da anni, e ho pensato che sarebbe stata utile anche in questo caso».

Tuttavia, entrambi hanno concluso il percorso demoralizzati, poiché non sono riusciti a entrare in sintonia con lo specialista che avevano selezionato. «Probabilmente abbiamo sbagliato scegliendo la prima persona che abbiamo trovato», afferma Elisa, che come tutte le coppie con cui ho parlato, ha trovato il proprio psicologo online. «Aveva idee sbagliate sulla nostra relazione, così come opinioni molto forti su come avrebbero dovuto essere le strutture del poliamore».

Ciononostante, sia Elisa che Matteo affermano di aver comunque imparato qualcosa da questa esperienza. «Mi ha insegnato molto sulla mia paura riguardo la vulnerabilità, sul mio bisogno di indipendenza e sui problemi di fiducia», riflette Elisa. «E anche se queste difficoltà non sono state effettivamente risolte, affrontarle con la persona che amo – e riuscire a entrare in contatto con lei senza allontanarla – è stato davvero bello. Il processo in sé ha sicuramente messo a dura prova la relazione, ma ne siamo usciti più sani, più onesti e molto più uniti». «Sento di essere un partner molto migliore ora rispetto a sei mesi fa», aggiunge Matteo. «Sia con me stesso che con Elisa».

Un dilemma moderno

I ventenni e i trentenni sono consapevoli di quanto sia importante impegnarsi in una relazione. Questo è dovuto, in parte, al fatto che sono cresciuti in un’epoca in cui la terapia è stata ampiamente accettata, ma anche al fatto che i giovani di oggi vivono più crisi. Siamo oberati di impegni e sottopagati, senza stabilità abitativa e professionale, iper connessi e sempre stanchi, schiacciati dal senso d’impotenza di fronte a guerre e disastri globali: siamo frustrati verso il futuro e questo influenza anche le nostre relazioni. Forse per questo andiamo tutti molto di più in terapia – non che ciò risulti in relazioni meno disastrate delle generazioni che ci hanno preceduto.

Tuttavia, uno dei vantaggi della valorizzazione della vita da single, degli stili di relazione alternativi e dell’accettazione della pratica del divorzio, è che le coppie non vivono più una pressione così forte da dover restare insieme a tutti i costi, come invece accadeva ai nostri genitori e ai nostri nonni. La terapia di coppia non è altro che un nuovo modo (forse un po’ costoso ed elitario) per conoscere sé stessi, il proprio partner, e il modo in cui viviamo le relazioni.

Dopo aver parlato con le coppie di cui avete letto in questo articolo, voglio credere che la terapia ci stia facendo progredire, piuttosto che tornare indietro. E come dice Alessandra: «Eravamo già felici. Ma se la terapia di coppia ci sta aiutando a migliorare ulteriormente la nostra relazione, allora che male c’è nel farla?».

*I nomi sono stati cambiati