L’altra sera mi trovavo a Verona, dove ero andata un po’ perché la trovo la città più bella del mondo e ci torno appena posso, ma soprattutto per vedere Roberto Bolle in tour all’Arena. Dopo il balletto, mentre tornavo verso il mio appartamento, camminavo fra le rovine di via Dante Alighieri fino alle Arche Scaligere e pensavo ai primi amori, e a quanto sarebbe stato bello scambiarsi un primo bacio fra gli scorci del lungadige Donatelli. Non il primo bacio, ma un primo bacio. Pensavo infatti a com’è bello quando si esce la prima volta con qualcuno, quando tutto sembra così eccitante, non si preannunciano le mosse dell’altra persona e si sta in bilico fra le cose che ci si sussurra e quelle che si vorrebbero dire, le morse allo stomaco e il cuore scalciante. Di ogni volta che sono uscita con qualcuno, la mia parte preferita è sempre stata quella che viene dopo i primi sguardi, ma prima del cosiddetto periodo di luna di miele. Mi piace da impazzire quel momento in cui si rimane in spiaggia da soli, lontani dalla compagnia, o quando si passeggia fra le aiuole in un primo appuntamento, o ancora si esce dal locale per fare un pezzo del ritorno a casa insieme. Ho sempre immaginato che nella vita avrei avuto tante storie d’amore da raccontare, come Garbo, la regina di Soho. L’idea che una relazione stabile possa precludermi queste esperienze mi rattrista, ma non so perché.
Leggevo da qualche parte che c’è chi ama "l’inaspettato", cioè il non sapere cosa succederà durante un appuntamento. È vero: io amo l’adrenalina dell’imprevedibile. Evitare di pianificare, evitare di prevedere le azioni, e lasciare spazio alla pura spontaneità. Quando si sta insieme da tanto, invece, si entra in una complicità tale che è difficile non aspettarsi la prossima mossa. C’è chi in questo trova un romanticismo unico. Io, una noia insuperabile. Tornata al mio appartamento veronese, chiamo il mio ragazzo, per decifrare insieme cosa significhi impegnarsi a stare insieme, e perché sia così difficile per me ammettere che preferisco viverla giorno per giorno, piuttosto che pensare a un “per sempre”. Pian piano mi accorgo che questo va oltre il discorso relazioni.
Finché morte non ci separi
I miei nonni, come molti altri, si sono conosciuti a vent’anni e sono stati insieme, mi verrebbe da dire, anche oltre la morte di mio nonno, sfidando il giuramento che si erano fatti in chiesa più di sessant’anni fa: fino a che morte non ci separi. «Non avresti voluto frequentare altre persone quando eri più giovane?», chiesi a mia nonna. «Non mi ha mai filata nessun altro», mi disse. Poi prese il telecomando e alzò il volume del telegiornale. Ogni volta che in famiglia avveniva una rottura, mia nonna ci malediceva sempre. Diceva che è importante sopportare, ed impegnarsi a portare avanti una relazione. Io le dicevo, con animo femminista, che se abbiamo la possibilità di scegliere cosa ci sta bene o no, perché accontentarsi? I miei nonni si contraddicevano in continuazione, sbuffavano e spesso non si tolleravano. Così, non li tolleravamo insieme neanche noi. Finché, vedendo la bara di mio nonno venire calata lentamente nel terreno, non ho visto mia nonna cedere sulle sue ginocchia, con la mano stretta a pugno sul legno della bara, all’altezza del petto di quello che un tempo era un ragazzo ventenne che le chiedeva di uscire. Non voleva lasciarlo andare. E per la prima volta in vita mia ho visto la bellezza e la preziosità di avere qualcuno che abbia condiviso con te una vita intera. Costruendo e decostruendo. Amando i tuoi difetti dal primo all’ultimo giorno. Ma ho visto anche la paura di rimanere soli, e la voglia, quasi egoista, di avere qualcuno al mio fianco, per sempre.
La difficoltà di immaginare un domani
Su LinkedIn i millennial dicono che l’intelligenza artificiale rimpiazzerà i nostri lavori entro il 2030. A casa, mia mamma dice che dovremo tutti trasferirci in Norvegia per sfuggire al riscaldamento globale. Poi apro Instagram e ci sono video su come i giovani siano volti all’individualismo. La coppia non ha più senso. Siamo egoisti. Pensiamo solo a noi stessi. Penso che, se gli adulti non sembrano credere in un nostro futuro, come potremmo farlo noi? A 'sto punto preferisco vivere le mie relazioni a modo mio, come sento sia giusto. Perché forse sì, prediligo un progetto individuale. E forse sì, mi metto al primo posto. Ma pensandola così, allora il per sempre fa paura: come posso sapere in cosa mi evolverò, quale tipo di partner potrò essere, se sarò giusta per l’altra persona o no?
Il mio ragazzo risponde alla mia chiamata. Gli dico che per me il “per sempre” è stato romanticizzato dai media, e che non esiste un giusto o uno sbagliato. Dipende dalla coppia.
«Non è meglio lavorare su se stessi e realizzarsi piuttosto che impegnarsi a una vita insieme?», gli chiedo. Dopo quattro anni di relazione, non si scompone per le mie domande. Invece risponde con calma. Dice che non è d’accordo: «Non dobbiamo mica allinearci su tutto e diventare la stessa persona. Io supporto il tuo progetto individuale, non lo voglio fare mio. Non possiamo pre-stabilire di crescere assieme, perché la crescita personale spetta all’individuo: non puoi né imporla né pretenderla. Però io ci sarò. Perché per me una relazione è più di dare e ricevere: è esserci. Non è decidere in partenza che non si è adeguati per l’altro, ma esserci comunque. Sapere che anche nelle tue fasi peggiori, c’è qualcuno che ti vuole bene. Qualcuno su cui contare. Non voglio essere la metà del mio partner, ma essere testimone delle sue vittorie e sconfitte. Prendermene cura, quando ce n’è bisogno.»
Fra me e me penso che questo batta le mille farfalle nello stomaco che la mia testa vuole a tutti i costi rincorrere.
Liberi di amare. A modo nostro
Mi rattrista vedere come si parli della mia generazione, di come si discuta se il matrimonio esisterà ancora o no, perché «prevale l’individualità». Durante il mio esame di guida, l’istruttore aveva detto che nessuno si sposa più, che i giovani, invece di fare figli, prendono cani. Avrei voluto chiedergli cosa avesse contro i cani, ma ero troppo impegnata a non farmi bocciare. I discorsi che sento sembrano sempre generici, dettati da una concezione aulica della coppia. Così come chi dice che c’è troppo individualismo nella generazione Z, che pensiamo tutti a noi stessi. La verità è che cerchiamo di fare la cosa giusta, mentre tutti ci accusano di stare facendo quella sbagliata. Certo, le cose saranno cambiate nei secoli, ma io ho amiche coetanee il cui più grande sogno è stare a casa a prendersi cura della famiglia, chi di figli non vuole sentirne parlare, chi non vuole una relazione e chi predilige la monogamia. Tutte diverse. Tutte accomunate dal potere della scelta. Mi sembra piaccia ridurci a “i giovani”. Ma nessuno di noi, giovane, pensa alle relazioni personali con cattiveria o arroganza.
Forse pecchiamo di individualismo, sì. Ma stiamo semplicemente cercando di scoprire l’amore e le relazioni, liberi dalle costrizioni generazionali che dettano cos’è una coppia. Noi vogliamo solo essere liberi. E allora, che ci lascino.









