Ora che le giornate si fanno più calde e torride, riguardo per l’ennesima volta Call Me by Your Name di Luca Guadagnino. Ad anni di distanza dalla prima volta in cui lo vidi, il film mi colpisce in maniera diversa. Al tempo, anch’io ristretta ad un paesino della pianura padana, il film mi si era presentato davanti come specchio di una realtà che non vedevo rappresentata altrove, fra giri in bicicletta e campi di mais alto, nei mesi d’estate. L’unica cosa a cui penso oggi, invece, è la scena in cui un giovanissimo Timothée Chalamet porta di nascosto la ragazza, Marzia, in una soffitta bollente ed appartata, per poi sdraiarsi insieme su un vecchio materasso, fra polvere e vecchi mobili abbandonati. Se al tempo la scena mi era sembrata di un romanticismo unico, oggi penso che nessuno di noi da giovane, se non qualche raro caso, poteva disporre di una villa in campagna a più piani in cui nascondersi dai genitori.

Anch’io, tutto sommato, ero stata fortunata: ho passato i primi quattordici anni della mia vita in una casa abbastanza grande da potermi rifugiare negli angoli lontani del giardino, in compagnia di qualche cotta del momento. Ma dal liceo in poi ci siamo trasferiti in un appartamento al centro del paese, tutto su un piano, con porte comunicanti e mura sottilissime. Terrorizzata dalla mancanza di privacy, a me così cara, non ho mai osato presentare nessuno in famiglia, tantomeno portare un ragazzo a casa di nascosto con finta nonchalance.

Le prime volte lontana da casa

Preferivo infatti, complici le vacanze studio a cui potevo partecipare l’estate, vivere la mia intimità lontano da casa, dove avrei potuto essere me stessa senza vincoli o giudizi, nel rispetto di sicurezza e attenzioni dovute. Fu proprio durante una vacanza studio a Miami, in Florida, che iniziammo, con gli amici del tempo, a parlare di storie d’amore. Avevamo diciassette anni, e niente se non sesso in testa. Ammassati su un’amaca, madidi di sudore per il clima tropicale, ascoltammo la storia di Paolo, che aveva ordinato un sex toy su Amazon facendoselo recapitare a casa. Ovviamente, il pacco con il suo nome fu ritirato da sua madre, che si vide piombare addosso il figlio, deciso a strapparglielo di mano e correre di sopra a cercare un nascondiglio idoneo. Una storia divertente, certo, ma che confermò la mia più grande paura: che la mia famiglia potesse sapere che facevo sesso, con chi, e quando. Conoscevo ragazze che si confrontavano con le madri sull’argomento, chiedendo consigli su come fare buon sesso orale o raccontando la loro posizione preferita. Non giudico affatto, ma personalmente avrei preferito farmi lapidare viva.

Mamma non chiedere perché tanto non ti dico

Pensavo di poter esplorare la mia sessualità solo a migliaia di chilometri da casa. Vivevo male le mura di casa, e allontanavo con fastidio ogni domanda sull’argomento sesso o fidanzati. Mia madre non è mai stata il tipo invadente, anzi, si era distinta come mamma permissiva e flessibile. Questo però non bastava. Mi sentivo costretta ed osservata, pensando che la mia cameretta non mi appartenesse, ma che vivessi in simbiosi con le restrizioni e le responsabilità familiari. Desiderosa di autonomia, pensavo che il paradiso sarebbe arrivato quando, a diciannove anni, mi sono trasferita nei dormitori universitari. Sapevo di avere voglia di crescere, e non vedevo l’ora che succedesse. La prima cosa che feci fu scaricare Tinder, per poi eliminarlo mezz’ora dopo, in preda a un improvviso panico da prestazione. Non sarebbe stata la mia prima volta, ma avevo probabilmente sopravvalutato la mia indole da single and ready to mingle. Quindi, disfai le valigie e andai a comprarmi una vaschetta di hummus e una baguette intera da mangiare insieme. Era ancora tempo di Covid: niente festini, niente uscite di gruppo, e nessun ospite in casa, sotto l’occhio vigile dei prefetti del dormitorio. Ma in quella semi-prigionia, ironicamente, mi sentivo più libera che mai. Da lì in poi sapevo che l’unica persona a cui avrei dovuto rendere conto sarei stata io. E questo riguardava, tra le tante cose, anche la mia sessualità.

La libertà che fa per me

Quando l’anno dopo andai a vivere con dei coinquilini, la situazione non cambiò molto. Senza alcun rimpianto, posso dire di non aver avuto una vita amorosa particolarmente movimentata. Però, ricordo nitidamente la prima volta che il mio attuale ragazzo sgusciò fuori da casa mia alle otto del mattino: nessun rimprovero, nessuna spiegazione da dare. Se la notte si era fatto troppo rumore, si poteva provare a chiedere perdono al proprio coinquilino, porgendo un post-it di scuse e una vaschetta di gelato. Questa realtà era ben lontana dal divano-letto cigolante su cui avevo dormito anni prima insieme al mio ragazzo dell’epoca, costretti a sentire i commenti dei genitori, il giorno dopo, a colazione.


Ad ognuno il proprio, ma nel rispetto dei nostri spazi

Le mie amiche storiche, fidanzate da tempo, mi raccontano che da adolescenti non provavano tutto questo imbarazzo quando i loro ragazzi restavano a dormire. Che erano dinamiche condivise, normali, e che forse io mi stavo facendo troppi problemi. Ma per me si trattava di mondi incongiungibili. Vivere con i genitori è una realtà che ci riguarda in tanti, spesso anche ben oltre l’età media di uscita da casa, soprattutto se confrontata con quella di altri Paesi, come quelli del Nord Europa. Non sempre è una nostra scelta, anzi. Per chi, come me, desidera una vita fatta di autonomia, libertà e autodeterminazione, andare a vivere da sola fu un miracolo di cui sentivo bisogno: non è stato solo un cambiamento, ma un atto necessario. Nel mentre, avrei voluto che i genitori delle storie raccontate dai miei amici fossero diversi, capaci di non aprire pacchi non destinati a loro, di non entrare in camera senza bussare, di rispettare quel bisogno di privacy che ogni adolescente richiede con urgenza, a volte proprio tramite il silenzio.