I tempi cambiano e una cosa è certa, oggi ci troviamo al centro di una rivoluzione che è prima di tutto affettiva. Cambiamo più partner nella vita, sempre più spesso, quindi la rottura fa paura perché è sempre dietro l'angolo, rimaniamo fermi ad aspettare che qualcuno ci lasci, sappiamo che accadrà. Abbiamo paura e quindi non ci leghiamo. In questo il sesso che ruolo ha?
Lo abbiamo chiesto a Livio Ricciardi, dottore in psicosessuologia e divulgatore, che ha fatto (anche) dei social un modo per parlare a tutte e tutti di un argomento che è sempre più sdoganato e libero. Lo abbiamo fatto in occasione di Swipe - Scorrendo tra le generazioni, di cui Livio sarà ospite: l'evento, voluto e pensato da Rudy Zerbi, con FondazioneCaritro e Sideout Music, è stato fortemente voluto per dare a genitori e figli, ma anche a studenti ed educatori, un’occasione d’incontro. A fare da mediatori tra di loro saranno alcuni personaggi che rappresentano un punto di riferimento per le nuove generazioni, con ruoli diversi tra di loro.
E se è vero che è difficile riconoscere i cambiamenti in atto se si è protagonisti degli stessi, è fondamentale parlare e iniziare a rendersi conto che qualcosa si sta trasformando, per dialogare e dare anche agli adulti nuove chiavi di lettura del mondo nuovo.
Partiamo proprio dall'evento di cui sarai ospite lunedì 20 gennaio, a Trento. Di cosa parlerai?
«Mi piacerebbe spiegare il fatto che siamo una generazione nata nella cosiddetta era post romantica, e tutto quello che ne consegue, e che ormai anche i cinquantenni vengono ghostati. Quindi forse c'è qualcosa che ci accomuna tutti e vale la pena parlarne».
Cosa intendi con il termine "post romantico"?
«Diciamo che attualmente siamo proprio in questa fase, finché i fenomeni sono in atto è difficile vederli bene, paradossalmente. Siamo in un momento in cui si sono de-strutturate una serie di cose e se ne sono inserite delle nuove. Divorzio, contraccezione a livello industriale, e contraccezione ormonale hanno aperto una breccia in un sistema che andava avanti in modo più o meno costante da millenni. Dall'altra parte, vediamo sdoganata, a parole, una libertà sessuale che non si era mai vista così teorizzata, con una base filosofica e teorica. In questa realtà, parole come "romantico" e "affettivo" assumono nuovi connotati. Prima l'iter era piuttosto scandito: c'era una fase di corteggiamento, una di selezione e poi un'eventuale unione. Oggi la scelta del partner e l'interazione è diversa: essendo che la sessualità è concessa subito, rispetto a un tempo, il sesso non è più il fine del corteggiamento, l'individuo non seleziona più il partner attraverso la sessualità e il sesso diventa performativo».
Qual è il ruolo della pornografia in questo sistema?
«La pornografia ci ha condizionato dandoci delle aspettative. Chiaramente non è il porno in per sé che ci dà un'idea sbagliata del sesso, ma è l'assenza di uno strumento di interpretazione. In un momento storico in cui il sesso è dimostrativo, mi chiedo dove vogliamo arrivare, visto che alla fine tendenzialmente sono abbastanza fan della teoria che si cerca comunque l'affetto quando si vive».
L'affetto, nei giovani di oggi, che ruolo ha?
«Sento una grande indisponibilità emotiva. Siamo una generazione che si difende dall'affetto perché ne riconosciamo la rarità, la preziosità, il mistero e quindi la vediamo come qualcosa di spaventoso. Cambiamo molti partner nell'arco della nostra vita e quindi una rottura è molto più contemplata, per questo abbiamo paura rispetto, invece, ai tempi dei nostri nonni dove per un certo verso era tutto più semplice. E poi oggi la società è molto più incentrata sull'individuo solo, quindi è un circolo vizioso. Non permettiamo a nessuno di avere un ascendente su di noi per paura di star male e di distruggerci, scheggiarci quindi restiamo guardinghi, analitici, attendisti. Vogliamo tutele quindi scappiamo. E poi è una misura del nostro valore, per noi stessi e per gli altri, un nostro modo per presentarci».
Il sesso è performance, tendiamo a non stare ma a scappare, è un modo più per presentarci e misurare il nostro valore. In questo anche i social hanno avuto un ruolo? Alla fine si tratta anche lì di performance.
«Sì, lo inserirei nel contenitore iniziale insieme al divorzio e al superamento delle tradizioni, è una nuova forma di comunicazione e si lega al tema della presentazione di poco fa. La presentazione di sé è un concetto molto importante in psicologia che negli ultimi 15-20 anni è cambiato radicalmente perché è molto meno verbale, ma più estetica. Tutto torna».
Nella de-costruzione dei sistemi di cui parlavamo prima, rientra anche quella del "maschio" come lo abbiamo sempre pensato?
«A me non piace aggredire determinati tipi di figure e di stereotipi, per questo penso che in questo caso il termine più adatto sia restaurare. La de-costruzione avviene quando un concetto è di per sé negativo, in questo caso la narrazione è negativa, quello che per tradizione siamo abituati a pensare dell'uomo. Ed è questa stessa narrazione dell'uomo e di come dev'essere, quindi virile, forte, lontano dal mondo della sensibilità, che crea forti strappi interni all'individuo. È fondamentale lavorare sulle storie con cui i bambini crescono, è importante abituare l'uomo al confronto, alla condivisione di sofferenze nascoste e mai espresse».














