Tutto è iniziato quando su Depop ho visto una gonna in stile tennis firmata American Apparel descritta come «vintage». Solo una decina di anni fa desideravo quel pezzo in trend su Tumblr e ora mi ritrovavo a fissare il suo plissé inconfondibile sullo schermo del mio telefono, mentre cercavo di capire quanto tempo fosse passato da allora. Poi mi è successa la stessa cosa con altri capi chiave della mia adolescenza, dai jeans Onyx alle scarpe Fornarina. E mi sono chiesta: ma cosa sta succedendo alla moda di seconda mano?
L’avvento della moda veloce
«In passato, gli abiti erano fatti per essere tramandati, modificati, aggiornati e condivisi con altri fruitori. Ma con l’arrivo del fast fashion è cambiato tutto e questo è uno dei motivi per cui quest’industria è diventata insostenibile dal punto di vista ambientale», spiega a Cosmopolitan Nicole Jenkins, storica della moda. Kirsta Hawkins, fondatrice di Mutual Muse, società nata per offrire nuova vita a capi usati, afferma che almeno il 50% degli abiti che le vengono proposti con la speranza di essere venduti sono fast fashion. «Il problema delle persone che comprano questo genere di vestiti e accessori è che di solito ne hanno molti, quindi non ci portano solo qualche capo, ma sei sacchi pieni di abiti di poco valore».
Qualità e durabilità
Se l’abbigliamento può essere considerato d’epoca solo a posteriori e ha senso rimetterlo sul mercato quando è ancora considerabile esteticamente valido, emerge una questione legata alla durabilità dei capi in questione. «La mia preoccupazione è che la qualità sia diminuita così tanto che il fast fashion potrebbe non durare abbastanza per diventare il vintage di domani», spiega Jeremy Valentine, co-fondatore del negozio vintage Shag. «La qualità si è ridotta e quindi anche l’aspettativa sulle condizioni di conservazione si è abbassata». Chi compra capi di seconda mano, lo fa principalmente per il rapporto qualità prezzo. Tuttavia, è innegabile che i capi prodotti in serie oggi siano di qualità infinitamente inferiore a 20 anni fa. Sul futuro della moda circolare Per rispondere partiamo da un presupposto: l’industria della moda non è messa bene. Ogni anno produce 92 milioni di tonnellate di rifiuti e i materiali sintetici costituiscono il 69% di tutti i tessuti utilizzati. Fatto non meno grave, solo il 2% dei lavoratori che operano nelle regioni più povere del mondo percepisce un salario superiore al livello di sussistenza. Questo comportamento denuncia un sistema che privilegia il presente e la velocità, invece di occuparsi del futuro. Se seguiamo il principio secondo cui ci vogliono 20 anni perché i vestiti diventino vintage, significa che la moda del 2010 non è poi così lontana dal rientrare in questa categoria. «Sta già accadendo», conferma Jeremy, basandosi sui suoi 28 anni di esperienza nel settore second-hand con Shag. «Penso che entro il 2030 arriveremo a un punto in cui il fast fashion d’epoca sarà la norma, anche se non sono ottimista sulla tenuta della qualità di questi capi», aggiunge Kirsta. «Gli abiti che sono stati progettati per essere indossati una sola stagione difficilmente dureranno 20 anni». È quasi impossibile prevedere quali saranno le tendenze e i capi più ambiti nei decenni a venire. «Con la velocità di oggi, non possiamo immaginare cosa sarà considerato vintage tra due decenni», conferma Olivia Mangan, co-fondatrice di Goodbyes, il più grande sito internet australiano di rivendita di capi di seconda mano. «La nostalgia avrà sempre un ruolo centrale nel nostro desiderio di pezzi d’epoca, ma oggi abbiamo così tanti stili prodotti in massa, che il loro fascino sarà molto diluito quando raggiungeranno il mercato dell’usato».
Inversione di tendenza
Se da un lato esiste un’offerta limitata di abiti del secolo scorso, dall’altro la velocità e i volumi attuali nella produzione di abbigliamento creano un problema quasi inverso. Sorge quindi spontanea la domanda: gli abiti del Novecento coesisteranno con quelli successivi al 2000, nello stesso mercato? Il valore intrinseco e il costo dei capi pre-2000 aumenteranno rispetto ai loro equivalenti fast fashion di qualità inferiore? «La qualità resta qualità», risponde Nicole. «Il mercato continua a produrre moda di ottima qualità, e il suo valore durerà nel tempo». Anne-Marie Cheney, responsabile moda di eBay, spiega: «man mano che i capi diventeranno più rari, acquisiranno hype. Auspicabilmente, questa tendenza segnerà una valorizzazione dell’artigianato, un aspetto che manca nel fast fashion», afferma. «Ci aspettiamo che l’apprezzamento per gli articoli vintage antecedenti al 2000 cresca, dato che sempre più persone cercano pezzi unici e durevoli che raccontino una storia».
Possibili soluzioni
Ma il fast fashion non è esattamente un problema nuovo, come studia la dottoressa Liz Tregenza, esperta di vintage e docente al London College of Fashion. «Ci sono stati diversi momenti nel XX secolo in cui si è potuta notare un’accelerazione nell’industria della moda. Alcune persone erano già impegnate in un consumo eccessivo. Se ci pensiamo bene, molto del vintage in circolazione, anche di fascia alta, è stato prodotto in serie», spiega Liz. Nonostante questo, si dice fiduciosa: «ci sono ancora marchi che producono bellissimi pezzi di qualità che potrebbero diventare il vintage del futuro». Per salvaguardare e garantire la longevità del mercato della moda vintage, spiega Nicole, «bisogna prendersene cura. Solo così i capi resisteranno e arriveranno fra vent’anni. Poi, comprare meno, comprare meglio e rallentare la produzione a livello globale. Riparare i capi al primo segno di danneggiamento, proteggerli dalle infestazioni di insetti e dai danni del sole, limitare la frequenza dei lavaggi, privilegiare i processi delicati, come arieggiare gli abiti all’aperto e all’ombra». «Poiché siamo così abituati ad acquistare online, molte persone non conoscono più le caratteristiche dei diversi materiali e non sanno come conservarli», aggiunge Liz. «È molto importante riavvicinarci a questa cultura, per onorare l’indumento e le persone che lo hanno realizzato». La moda diventa vintage quando siamo noi a volerlo; siamo noi a stabilire se i capi sono degni di resistere alle tendenze, all’usura e al gusto. «Tutti i nostri abiti, passati, presenti e futuri, hanno il potenziale per diventare vintage, ma è il modo in cui ce ne prendiamo cura che decide il loro destino», spiega Liz. Io amo gli abiti di seconda mano perché m’incanta il loro fascino romantico. Mi conquistano le silhouette perfette e l’accurata lavorazione artigianale, dai bottoni preziosi alle etichette dettagliate. Per tutto il tempo che ho trascorso indossando capi vintage, fantasticando perfino a occhi aperti sulla vita di chi li aveva indossati, sui luoghi in cui erano stati, le occasioni speciali per cui erano stati scelti, non mi sono mai fermata a riflettere sull’impegno che qualcuno prima di me aveva messo per conservarli. Come sono stati realizzati, quante volte sono stati appesi con delicatezza, come sono stati puliti, con quanta cura il loro proprietario precedente si è occupato di loro. Quando indosso abiti vintage, indosso il lavoro di un anonimo conservatore. Come sarà il futuro della moda? Se guardo nel mio guardaroba, ho già la risposta.













