La prima volta che mi sono posta la domanda da cui è nato questo pezzo è stata la primavera scorsa. Ero al bar con un amico e l’occhio continuava a cadermi sul foulard di seta che portava al collo. Forse erano i colori che mi colpivano - era verde bordato di blu con dei minuscoli puntini bianchi, elegante, discreto - o forse era il fatto di non avergli mai visto indossare qualcosa di simile. Quando gli ho chiesto da dove venisse ero sicura mi avrebbe nominato qualche negozio vintage di Milano, invece mi ha risposto «Era di mia nonna». Quel foulard sarebbe tranquillamente potuto passare per un accessorio “da uomo”, qualsiasi cosa ancora voglia dire oggi questa espressione, ma l’aveva preso da sua madre per avere con sé un ricordo della nonna. Nel mio armadio i capi d’abbigliamento con storie simili, portatori di legami affettivi, hanno un cassetto dedicato: presi in prestito, regalati o ereditati dalle donne della mia famiglia. Non mi era mai capitato, però, che fosse un uomo a riportarmi questo tipo di esperienza, per me così familiare, parte della ricerca e dell’espressione della mia identità e in grado di pormi in comunicazione con altre donne: sorelle, nonne, zie, amiche. Mi sono chiesta se potesse diventare accessibile aldilà delle norme di genere e aprire così a nuovi modi di intendere e mettere in relazione maschile e femminile.
L'abitudine di frugare e “rubare” dagli armadi femminili della famiglia è stato a lungo un rituale collettivo riservato alle donne e, al massimo, agli uomini queer. Fa parte della girlhood culture come se litigare con la sorella maggiore per la gonna sottratta di nascosto equivalesse a un rito di passaggio. Le scene di film e i telefilm (da Mean Girls a Una Mamma Per Amica, a Gossip Girl) dove gruppi di ragazze si preparano per uscire, provandosi i vestiti l’una dell’altra, dandosi consigli e scrutandosi a vicenda, si mescolano e plasmano ricordi di camere da letto reali con cumuli di vestiti a coprire il pavimento. Online si leggono titoli come «Anche la figlia di Gwyneth Paltrow ruba i vestiti di sua mamma» oppure, «Kim Kardashian con l’abito di sua sorella Kylie» mentre su TikTok ci sono video di ragazze che organizzano gli “swapping party” per scambiarsi indumenti che non usano più (e giurano che non ci sia modo migliore per rafforzare il legame con le amiche).
Circoscrivendo la moda come espressione di sé al mondo femminile, agli uomini non rimaneva altra scelta che negarla (sminuirla, spesso) e abbracciare il maschile, o usarla per una rivendicazione politica dell’identità sessuale. Oggi, forse, tutto è finalmente più sfumato, la moda è più fluida e gender bender e l’approccio sostenibile ai capi di abbigliamento ha cambiato il modo con cui ne ripensiamo l’uso. «Non creo abiti per donne o uomini, ma per esseri umani», ha dichiarato Alessandro Michele la cui prima collezione Pre-Spring 2025 di Valentino è completamente genderless, eppure quando si pensa a un uomo che indossa un capo che apparteneva o appartiene a una donna, vengono ancora in mente i titoli enfatici sulle gonne maschili o Harry Styles in tutù. Guardando le cose da più vicino, non è necessariamente così.
Sostenibilità
A Filippo, 27 anni, capita di prendere in prestito un cardigan di sua madre, un pezzo unisex che indossa pur tenendo conto della distinzione tra abiti maschili femminili. «Semplicemente glielo rubo perché è bello e incontra il mio gusto», mi spiega. Non è un modo per sovvertire le norme di genere, quanto piuttosto una scelta legata a una «sostenibilità ambientale ed economica» e alla predilezione per capi di buona qualità che possano durare nel tempo. «Non trovo il senso di spendere tot euro per una cosa che so già che userò magari un paio di volte, se proprio mi serve cerco un’alternativa o la chiedo in prestito», aggiunge, «Di riflesso questo vale anche per la sostenibilità ambientale perché evito di comprare per il gusto di farlo».
Anche per Alex, 27 anni, condividere i vestiti può essere un modo per risparmiare ed essere più sostenibili e in quest’ottica lui e la sua ragazza hanno messo in comune parte del loro guardaroba. «Capitava che andando a fare shopping decidessimo di comprare insieme alcuni indumenti per usarli entrambi. Così, quando siamo andati a convivere, abbiamo deciso di avere un armadio condiviso in cui ognuno è libero di attingere anche dai vestiti dell'altra». Per lui questo un modo per esprimere la sua «parte femminile». «Mi sono sempre sentito lontano dallo stereotipo del maschio alpha e quando ero più piccolo mi vergognavo della mia sensibilità perché veniva vista dagli altri come "una cosa da femmine"», mi racconta, «Vengo dalla periferia e il fatto di non rappresentare caratterialmente e fisicamente lo stereotipo del maschio forte e sicuro di sé, mi ha fatto sentire spesso distante dai miei coetanei quando ero un adolescente. Anche da piccolo ho sempre apprezzato colori, giochi, tessuti che venivano considerati femminili e solo dopo tanto lavoro su me stesso sono riuscito a non vergognarmene».
Sperimentazione
Nel racconto di Alex ritrovo una componente di gioiosa condivisione che attinge alla frivolezza del giocare con gli abiti e con la propria immagine, alla moda come espressione di sé e al camp, elementi a lungo relegati al mondo femminile e rivendicati dalla comunità queer. «Quando ero all‘università», mi racconta, «ho avuto la fortuna di avere delle amiche molto strette con cui spesso organizzavamo feste a tema o che mi prestavano qualche indumento e mi aiutavano a truccarmi prima di andare a ballare». Mi torna in mente che qualche anno fa su TikTok andava di moda vestire i propri fidanzati con costumi da cameriera: l’autrice Jessica Valente allora aveva ipotizzato che fosse proprio l'idea di un uomo abbastanza sicuro di sé da non temere gli stereotipi di genere - l’idea del “soft boy” dalla mascolinità a tinte pastello e collana di perle, un po' Timothée Chalamet - a piacere alle ragazze femministe di oggi.
La moda può essere gioco e, allo stesso tempo, ribellione ed espressione - intima o politica - di un’identità, senza una coincidenza necessaria con un certo orientamento sessuale o un’etichetta precisa. «Alla mia festa dei 30 anni ho indossato un top di mia cugina. L'ho visto e le è stato istantaneamente sottratto! Alla fine me lo ha regalato», ricorda Stefano, 31 anni. «Quando lo indosso, il pensiero va a lei e sorrido del fatto che da uomo trentenne indossi un crop top brillantinato di una sedicenne!». Lui si dice poco legato alla distinzione tra abiti “femminili” e “maschili”, sceglie semplicemente quello che lo fa sentire a proprio agio, un pensiero per certi aspetti simile a quello di Alberto, 28 anni. «Il punto, a mio avviso, non è la suddivisione in sé, ma come noi la interpretiamo. Penso possa rivelarsi molto divertente provare ad avere meno preconcetti e lasciarsi trasportare al di là della suddivisione in base al genere», mi dice, «Molti capi e accessori da donna prendono una luce diversa e super interessante se indossati da uomini e viceversa». Alberto usa spesso un foulard che ha regalato a sua mamma per il compleanno: «Mi piace moltissimo, l’ho scelto per la misura particolare e i colori vivissimi della stampa. Quando lo indosso ha sempre un po’ del suo profumo».
Legami
Gli abiti portano tracce dei corpi che li hanno indossati e nel farlo raccontano storie: l'odore di cipria in un borsa, un colore che riprende gli occhi, una taglio della camicia. Spesso, per le ragazze, attingere agli armadi di mamme e nonne, diventa un modo per creare un legame con altre donne e fare propria e rielaborare la femminilità, ma anche per inserirsi in una genealogia di sangue o d’elezione, praticare la memoria e sperimentare modi diversi di essere donne. Mi incuriosiva, quindi capire se indumenti e accessori potessero diventare un mezzo per avvicinare maschile e femminile. «Mi ricorda il suo modo di vestire, in un certo senso è come se mi trasformassi un po’ in lei», mi racconta Alberto sul foulard di sua mamma, e questo senso di vicinanza e identificazione - anarchico rispetto ai codici di genere e profondamente umano - lo ritrovo nell'esperienza di altri ragazzi.
Giovanni, 35 anni, mi racconta di una camicia di seta di sua zia: «L’ho trovata nell’armadio di mia sorella, lei non la usava più e voleva venderla, così ho deciso di provare a vedere come mi stava e mi è piaciuta subito!». «Quando la indosso», spiega, «mi ricorda la mia famiglia e le persone a cui voglio molto bene». Nel suo armadio c’è anche una bandana in seta di sua nonna: «Mi ricorda molto lei», mi racconta, «i bei momenti che abbiamo passato insieme e il legame che avevamo. Indossarla è un modo per dire quanto la penso e quanto le voglio bene da quando non è più qui».
Anche Federico, 29 anni, porta spesso una camicia di seta rossa, che apparteneva alla cugina di sua mamma: «Mi ha colpito per il suo colore così intenso, la sua morbidezza e leggerezza, soprattutto quando la indossi. Quel rosso mi ricorda la persona a cui apparteneva, riesce proprio a identificarla: una donna forte, coraggiosa e dinamica». I confini si accorciano e non solo quelli fisici: «Sento che ci avvicina, pur essendo geograficamente lontani».


















