Femminismo e moda possono davvero coesistere? E, soprattutto, la seconda è ancora al servizio della prima? Sono domande che mi pongo sempre più spesso, mentre ci allontaniamo rapidamente dall’onda del body positivity e l’industria continua ad affidare le sue posizioni più potenti agli uomini.
Nel mio ruolo di caporedattrice moda di Cosmopolitan UK, il mio compito è intercettare e raccontare le tendenze più rilevanti. Eppure, come ha scritto la critica Vanessa Friedman sul The New York Times nell’articolo "Perché la moda non riesce a vedere cosa sta facendo alle donne?", l’ultima stagione di sfilate ha proposto "design sgradevoli, a volte crudeli", capaci di lasciarci più perplesse che entusiaste.
Dalle bocche metalliche e spalancate di Maison Margiela ai tessuti che avvolgevano e quasi occultavano il volto da Courrèges, la visione della femminilità per la Primavera/Estate 2026 è apparsa sorprendentemente restrittiva, se non addirittura sottomessa. Un’estetica che sembra più imprigionare che liberare e che riaccende il dubbio. La moda sta ancora dialogando con l’emancipazione femminile o sta tornando a costruire immagini che controllano il corpo delle donne?
Con le donne come volto della moda, è facile dimenticare che il settore (come molti altri) resta guidato dal profitto e dominato dagli uomini. Nelle grandi maison controllate dai conglomerati del lusso, le donne ai vertici creativi sono ancora pochissime: Sarah Burton da Givenchy e Louise Trotter da Bottega Veneta, mentre le neo-nominate Maria Grazia Chiuri da Fendi e Meryll Rogge da Marni debuttano proprio questa stagione.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. Secondo la piattaforma educativa 1Granary, le donne rappresentano il 74% degli studenti di moda, ma solo il 12% dei direttori creativi. Viene spontaneo chiedersi quanto sarebbe diverso il panorama se queste percentuali fossero anche solo leggermente più equilibrate.
Mentre ci avviciniamo a una nuova stagione (con la Milano Fashion Week alle porte) è difficile non provare una certa apprensione. Oltre al divario nei ruoli di potere, anche il corpo femminile (da sempre al centro del discorso moda) sembra restringersi di nuovo. Dopo un breve flirt con l’inclusività, la crescente diffusione di farmaci per la perdita di peso ha riportato la magrezza al centro dell’estetica dominante. Sommando a questo la pressione dei social media e l’aumento di procedure estetiche rapide e non invasive, essere donna può sembrare estenuante quotidianamente (se non ogni ora).
La moda, come la bellezza, ha fatto leva sulle insicurezze. Viene in mente la celebre battuta di Fight Club: «Compriamo cose di cui non abbiamo bisogno con soldi che non abbiamo per impressionare persone che non ci piacciono». Eppure, nonostante tutto, continuo a credere che la moda, nella sua essenza più pura, sia creatività, espressione personale ed empowerment.
Gli abiti giusti possono cambiare il modo in cui affrontiamo la giornata: raccontano chi siamo prima ancora che parliamo. Guardare oltre l’algoritmo e fidarsi del proprio stile personale non è mai stato così importante. Oggi, forse, scegliere come vestirsi con consapevolezza può persino diventare un atto di resistenza.













