Ha sfilato tra i fiori ai confini di Milano il prossimo autunno inverno di Marco Rambaldi, nel secondo giorno di settimana della moda meneghina. Un po' strizzato a metà di un calendario densissimo, fra le scenografie di Glenn Martens e i 100 anni di Fendi, rischia di smarrirsi nell'istante di uno scrolling uno show che è però in effetti molto importante per questa Fashion Week e per la moda italiana tutta.

Lo è perché Marco Rambaldi, per costruirlo, è tornato all'origine, cioè alla madre, nel senso più universale che «madre» può avere. Come quelli di tradizione, sociale e personali, e di ricordi: quelli di Marco sono legati al cibo, «i passatelli di mia mamma, il budino della nonna», e alla musica, «le canzoni della Vanoni che ascoltavo in spiaggia». Rambaldi e il suo team hanno messo insieme una eco di memorie che possa risuonare per chiunque, qualunque esperienza. Per farlo si sono ispirati alle madri raccontate in Morgana, l'ultimo capitolo scritto da Michela Murgia e Chiara Tagliaferri (che era presente nel casting dei modelli per questa stagione) dedicato al corpo della madre, e alle zie di Filippo, socio del brand, la cui foto che le ritrae lavorare all'uncinetto è diventata simbolo di questa collezione, il cui titolo è appunto Memoria Futura.

a collage featuring various photographs and illustrations arranged on a textured wallpinterest
Cosmopolitan
Il moodboard nel backstage di Rambaldi

In Memoria Futura le idee di tradizione s'intersecano in ricami e lacci e diventano maglieria, al cuore della collezione. «Abbiamo reinterpretato il concetto della maglia nordica, del concetto dell'argyle, attraverso le granny square, le mattonelle classiche che le nostre nonne lavorano all'uncinetto per decorare le coperte dei nipotini, e che noi abbiamo trasformato e lavorate in rombo e poi mixate con i nostri cavalli di battaglia, come l'uncinetto vintage», racconta Marco Rambaldi.

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LAUNCHMETRICS SPOTLIGHT
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Un'altra novità di questa stagione è l'etichetta "Out of the Closet": «Abbiamo deciso di tirar fuori dai nostri armadi di famiglia i pezzi d'archivio per dare nuova vita a questi capi, come anche spunto di riflessione sulla mass-produzione di oggi. Basta interpretare in maniera diversa un capo vecchio per renderlo contemporaneo e farlo comunicare perfettamente anche con i capi nuovi, come per esempio questo caban di mio padre al quale sono super legato».

leather jacket with a label reading rambaldi out of the closetpinterest
Cosmopolitan

A rendere l'ultimo progetto di Marco Rambaldi particolarmente rilevante sono anche i tempi che lo hanno visto nascere, nonostante tutto, e di cui la palette malinconica della collezione è riflesso. «Sono mesi complessi per tutti, ma l'aspetto economico è sicuramente più sfidante per un brand indipendente come il nostro. Anche se Camera Moda ci ha sempre sostenuto, non abbiamo veri sostegni economici dalle istituzioni, ogni stagione siamo sempre più in bilico. Il 2024 ci ha messo a dura prova perché chiaramente le vendite sono calate drasticamente anche con i negozi dove invece stavamo crescendo. Grazie alle collaborazioni e le consulenze possiamo avere un po' di benzina per andare avanti, ma non basta. Noi abbiamo grande volontà di andare avanti, abbiamo costruito un team fortissimo e siamo tutti molto innamorati di quello che facciamo. Negli anni siamo riusciti a ottenere un piccolo spazio con una nostra immagine, una nostra identità, sarebbe un peccato mollare. Però abbiamo davvero bisogno che in Italia si faccia sistema».

Model showcasing a unique outfit on a runwaypinterest
Daniele Oberrauch

La determinazione con cui il team di Marco Rambaldi ha chiuso anche questa collezione è la stessa con cui, stagione dopo stagione, porta sulla propria passerella i corpi dimenticati. Il brand bolognese è, a Milano, praticamente l'unico a mettere l'inclusione al centro della sua creatività, così gli chiediamo se abbia un segreto o un consiglio per i colleghi che non riescono invece a vestire altro che forme di campionario. «Non è un segreto, lo sanno benissimo anche tutti gli altri come funziona, il problema è che non gli interessa farlo. Richiede tempo a livello logistico e richiede un costo maggiore che va a incidere sulla spesa totale del campionario. Il campionario è tarato sulla taglia 38-40 e quindi ovviamente si fa prima quel prototipo e poi da lì si va a fare lo sviluppo taglia per arrivare alla 46-48, o a volte si lavora anche su misura».

Runway model showcasing a fashion ensemblepinterest
Daniele Oberrauch

«Noi lo facciamo perché ci abbiamo sempre creduto, è qualcosa che fa parte del nostro DNA e non vogliamo abbandonare. C'è stato un momento post lockdown dove sembrava che questa cosa fosse finalmente diventata la normalità e invece si è trattato semplicemente di una tendenza che è durata una o due stagioni. Io non ridurrei nemmeno il discorso dell'inclusione alle forme del corpo, ma noi facciamo un discorso anche più profondo, legato alle transizioni di genere e al mondo della queerness che spesso e volentieri viene ignorata e anche dal mondo della moda. In questa stagione, visto quello che sta succedendo nel mondo, in particolare in America, abbiamo tenuto il focus sulla nostra community: ci saranno molti corpi in transizione in passerella. Sono corpi che hanno già sofferto molto e oggi vanno protetti più che mai. Questo per me è molto importante».