C’è chi ammette di aver preso in considerazione l’idea di comprare un paio di scarpe Tabi almeno una volta nella vita... e chi mente. Amate e odiate, le controverse calzature con l’alluce separato dal resto delle dita del piede hanno attraversato gli anni e i decenni, diventando un vero e proprio oggetto di culto per diverse generazioni. Proposte per la prima volta in passerella da Martin Margiela nel 1989, spiccano ancora oggi ai piedi di appassionati e trendsetter. Chloë Sevigny, Björk, Cardi B e Lil Nas X sono solo alcune delle icone del mondo dello spettacolo che hanno dimostrato di amarle, indossandole durante la routine, in un video musicale o sui red carpet. L'ultima è stata la modella Paloma Elsesser, che ha trascorso il terzo weekend del mese di giugno su un paio di altissimi stivali Tabi in vinile rosso brillante, riaccendendo la discussione riguardo le ormai iconiche calzature e il motivo per cui sembrano immuni allo scorrere del tempo.

Moda Anni '90: tutta la storia delle scarpe Tabi di Maison Margiela

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Premessa: Martin Margiela non ha inventato le Tabi. Originariamente chiamate Tambi, dal giapponese «strato di pelle», le Tabi nascono nel XV secolo nel Paese del Sol Levante come calze che tenevano l’alluce separato dalle altre dita del piede perché potessero essere indossate con le ciabatte tradizionali. A ogni classe sociale, in particolare, era associato un colore: l'oro e il viola erano riservati ai vertici della piramide, il blu a coloro che si collocavano alla base. Solo nel 1921 le Tabi si arricchiscono di una suola in gomma e altri dettagli come bottoni e chiusure metalliche che le rendono delle vere e proprie calzature: prendono il nome di jika-tabi, «stivali-tabi». Secondo la concezione comune del tempo, il design con l’alluce sperato aumentava la concentrazione, l’equilibrio e il movimento, contribuendo a mantenere la mente lucida e ad allontanare eventuali pensieri erotici suscitati dalla vista dei piedi. Di qui cominciano a essere predilette per lavori manuali e attività all’aperto a tal punto che ancora oggi sono molto usate della working class giapponese.

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Vari modelli di scarpe Tabi.

Il merito di Martin Margiela, quando al crepuscolo degli insuperabili 80s ha puntato tutto sulle Tabi per presentare al mondo la sua collezione di debutto, è stato quello di essere riuscito a reinterpretare un elemento tipico del costume orientale per rappresentare lo moda occidentale. Stando a quanto riportato da Harper's Bazaar, l’obiettivo del designer belga era realizzare delle scarpe «invisibili» per creare «l’illusione di un piede nudo che cammina appoggiato su un grosso tacco tondo». Accade al Café de la Gare di Parigi, nell'estate 1988: le modelle calcano la passerella dedicata alla stagione primavera estate 1989 con il volto coperto da un velo di tulle e le scarpe intinte di vernice rossa per evidenziare l'insolita silhouette. Pare che in un primo momento nessun calzolaio approvasse l'idea delle Tabi: tutti tranne un italiano di nome Zagato, presentato a Margiela dal rivenditore Geert Bruloot conosciuto lavorando da Jean Paul Gaultier, che accetta invece di collaborare con lui.

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Chloë Sevigny nel 2017 a New York.

Sebbene desiderasse sperimentare creando altre calzature, Margiela continua a rivisitare le Tabi per anni, arrivando anche a dipingere alcuni modelli con delle vernice per pareti, per mancanza di budget. È così che, come spiega Simone Guidarelli su TikTok, nel tempo le Tabi sono diventate un «simbolo»: di Margiela, ma soprattutto di «una specifica filosofia nella moda» per cui «una cosa non per forza deve essere bella» nel senso tradizionale del termine per essere desiderabile e «suscitare emozione». Da calzature tradizionali giapponesi a protagoniste indiscusse delle passerelle tanto quanto delle strade, quelle "brutte" scarpe con l'alluce separato hanno riscritto per sempre le regole dello stile.