Nel 1956 il couturier francese Yves Saint Laurent creò un vestito, dalla silhouette strutturata e corta, decorato con elementi geometrici e blocchi di colore, a interpretazione di una celebre tela del pittore contemporaneo Mondrian. L’abito, destinato a passare alla storia sotto il nome dell’artista che l’aveva ispirato, creò un caso: divenne uno dei primi esempi di contaminazione esplicita fra fashion e arte tanto che oggi, anche i meno familiari con la storia della moda avranno in mente l’immagine di questo celebre capo ora conservato al museo Victoria and Albert di Londra. Le creazioni di Saint Laurent, che furono in effetti influenzate non solo dal pittore olandese ma anche da altri grandiosi artisti che lo stilista amava come Picasso e Matisse, offrono uno spunto di riflessione sul processo creativo che sottende la realizzazione di una collezione di moda. I critici della materia hanno notato che esistono due approcci essenziali nella creazione e nel design dell’abbigliamento: uno ispirato ai materiali o ai tessuti, e uno concettuale, legato a temi originati dall’universo delle arti e della natura, chiarendo che in entrambi i casi il processo creativo non avviene mai in a vacuum ma sempre all’interno di un sistema sociale, uno “zeitgeist”, da cui è inevitabilmente condizionato.

Questa dell’ispirazione e dell’ideazione, fase delicata e cruciale per i fashion designer, è indagata e analizzata nelle scuole di moda dove si formano i creativi di domani. Cosmopolitan ha intervistato alcuni di loro per scoprire come nascono le loro collezioni e come si immaginano la moda del futuro.

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Dalla collezione di Madhav Bahety, neo-diplomato in Fashion Design e Accessori Menswear all’Istituto Marangoni di Milano.
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Dalla collezione di Giulia Huang, neo-diplomata in Womenswear Fashion Design presso l’Istituto Marangoni di Milano.

Mona-Fee Kienle (IED Milano), che realizza accessori con fogli di sushi laminati biodegra- dabili attingendo ai ricordi del suo Paese d’origine, dove è cresciuta a stretto contatto con la natura, nel suo atto di creare considera modi per «fare la differenza nel mondo». Per Giulia Huang (Istituto Marangoni Milano) si tratta di una fase individuale, che invita «a mettersi a nudo». Questo si traduce nei tessuti a taglio vivo e nelle colorazioni nude, come dimostra la sua ultima collezione Conversazione. Per Madhav Bahety (sempre Istituto Marangoni Milano) invece, le storie di vita sono la principale fonte d’ispirazione. Racconta: «È un processo di conversione di idee astratte in oggetti di uso quotidiano facilmente comprensibili, che nel mio caso sono i vestiti».

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Dalla collezione di Marianna Guerini, del corso Undergraduate in Fashion Design del Polimoda Firenze.
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Dalla collezione di Mirko Cavaliere, del corso triennale in Fashion Design di Accademia IUAD.
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Daniele Venturelli
Dalla collezione di Francesca Affinito, del corso triennale in Fashion Design di Accademia IUAD.

Per Marianna Guerini (Polimoda) non si tratta nemmeno di una fase ma di uno stato spontaneo e perpetuo: «Non c’è un vero e proprio inizio o fine, è un flusso costante e quasi inconscio». Mirko Cavaliere (Accademia IUAD) racconta il suo processo creativo come «un viaggio introspettivo» in cui i materiali ricoprono un ruolo fondamentale, mentre per la compagna di studio Francesca Affinito si tratta di un allenamento al pensiero critico.La vincitrice del Woolmark Performance Challenge 2022 Giulia Ciola (NABA), conosce bene questa fase del proprio lavoro e la divide in step: esplorazione, espansione, concentra- zione, profondità, per finire con una sintesi che traduce in vestiti «ciò che si vuole raccontare».

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Dalla collezione di Sofia Andreassi, del corso di laurea Magistrale in Moda (MA Fashion) di Università IUAV Venezia.
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Dalla collezione di Mona-Fee Kienle, neo- diplomata del corso di Fashion Design in IED Milano.
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Dalla collezione di Giulia Ciola, neo-diplomata del Biennio in Fashion Design in NABA.

Per altri fashion designer il processo creativo richiede scambio e condivisione con la community. È il caso di Sofia Andreassi (Università IUAV Venezia), il cui progetto indaga la rappresentazione della female rage come ribaltamento di una femminilità passiva. Racconta: «Aprire il proprio lavoro agli altri, coinvolgerli e avere diversi punti di vista è fondamentale. Vorrei focalizzarmi su una sorta di verifica del processo creativo, in cui rendo partecipi persone esterne per farmi raccontare la loro esperienza a proposito della mia collezione; come si sentono quando indossano gli abiti, cosa ricordano, come si vedono, cosa provano».