Nel mondo della moda, storicamente, sono sempre esistite due correnti di pensiero. La prima, che comprendeva i sostenitori della taglia unica, è stata gradualmente sostituita dalla seconda fazione, composta da addetti del settore favorevoli all’adozione di un approccio confident, fluido e inclusivo, che orientasse la produzione verso una gamma di taglie più ampia. Nella scena contemporanea (2021) pensare alla diversity rappresenta ancora, forse come mai prima d’ora, una fase fondamentale nella creazione di una collezione; allora perché indovinare la taglia giusta senza poter provare sembra una missione impossibile?

Quella dello shopping online, a causa delle taglie non convenzionali, spesso non rispettate anche all’interno della stessa azienda e della stessa linea, è una disavventura che trascende l’età, il genere e qualsiasi altro confine, e riguarda sempre più persone. Come dimostra Sophie Benson in un articolo approfondito su Dazed Digital, la conferma arriva dai social, basta aprire Instagram per trovare persone vere e influencer senza peli sulla lingua che si lamentano di aver comprato una 42 e averla indossata con successo solo per scoprire nel giro di qualche giorno che il fitting di un altro capo dello stesso brand non seguiva lo stesso modello.

Le conseguenze del sizing non conforme sono evidenti, dalla riduzione dell’autostima nelle persone che, ritrovandosi a dover restituire o modificare puntualmente ogni capo acquistato, finiscono per credere di essere «sbagliate». Come spiegava a Sophie Benson il fashion psycologist Dion Terrelonge, quando un individuo si rende conto di non essere una 44 come pensava, ma una 46 e poi una 42, è portato a mettere in discussione il proprio corpo, a non riconoscersi e a non accettarsi.

Nella dinamica di restituzione, resa sempre più semplice, efficace e veloce da qualsiasi customer care, risiede un’altra chiave di lettura fondamentale per svelare tutti i problemi di un sistema di sizing sbagliato: se vi siete mai chiesti cosa accade a tutti i vestiti che mandate indietro, è probabile che abbiate scoperto che sono così tanti da essere diventati ingestibili (sono aumentati del +95% dal 2015 al 2019). Soprattutto, tutti quegli abiti nuovi, non vengono rispediti, riutilizzati, riciclati, perché ridurre i costi è ancora l’imperativo categorico all’interno di molti marchi. Considerando che i prodotti low fashion non sarebbero nemmeno smaltibili, il quadro è completo.

Tornando al discorso iniziale, non può esistere una taglia standard perché non esiste un corpo standard. È per questo che i marchi hanno cominciato a strutturare i modelli in base al proprio target di riferimento, ma se le taglie non risultano coerenti passando da una linea all’altra, nasce il paradosso. Questo può dipendere dalla mancanza di un controllo attento, dalla qualità della lavorazione e da un’eccessiva velocità di produzione. La soluzione, che andrebbe applicata su larga scala, arriva da piccole label come Revival London di Rosette Ale, che si dedica ai suoi clienti anima e corpo, cercando il confronto, modificando i capi su misura e offrendo modifiche gratuite anche molto tempo dopo l’acquisto.

In conclusione, per risolvere i problemi di autostima causati dalle taglie non conformi è fondamentale una sempre migliore narrazione in ambito curvy e body positivity in generale, mentre una buona notizia per la questione ambientale è rappresentata dalla nascita di realtà come Euveka. La start-up francese aiuta le aziende a ridurre notevolmente le richieste di reso sviluppando manichini robotici in grado di riprodurre qualsiasi fisicità che permettono di creare abiti della (diversa) taglia corretta.