Quando in un progetto artistico si cresce e ottiene successo, una delle sfide più complesse da affrontare è quella di restare fedeli a se stessi. Riccardo Scaburri e Alberto Petillo, fondatori insieme ad Alice Curti del brand Made in Italy Lessico Familiare, oggi sembrano esserci riusciti. Il team, cui più tardi si è unita anche Victoria Genzini e che preferiscono definire “collettivo”– o “circolino” è stato premiato alla quinta edizione del CNMI Fashion Trust Grant e ha messo inscena la prima vera e propria sfilata del brand durante l’ultima moda uomo milanese. In effetti, da quando nel 2020 due coinquilini – Alberto e Riccardo – si sono messi a tagliuzzare pezzi di stoffa per ricucirli in capi over, Lessico Familiare ne ha fatta di strada. È arrivato sulle pagine dei giornali di moda più influenti, è arrivato persino fino al Giappone. Eppure, i suoi creatori si attengono al piano iniziale: nessuna stagionalità, nessuna produzione in serie, tutto ciò che porta la loro firma passa anche attraverso i loro sguardi e le loro mani.

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Courtesy Ufficio Stampa
Un ritratto illustrato dei quattro componenti del team: Riccardo Scaburri, Alice Curti, Alberto Petillo e Victoria Genzini.

Cos’è Lessico Familiare oggi?

«Ci piace definirci un gruppo: non c’è mai un nome singolo che emerge, è un lavoro condiviso, sia creativo che pratico».

Quali sono le sfide più grandi che affrontate?

«Non nella creatività che è la più bella e anche la più naturale, più negli aspetti pragmatici. È su quelli che un progetto indipendente fa più fatica».

Ma la produzione “imperfetta” è anche una scelta estetica?

«Sì. Se avessimo una produzione perfetta, ultra pulita, probabilmente perderemmo qualcosa. Diventeremmo un brand più rifinito, più corretto, ma anche meno autentico. A noi interessa mantenere una certa sporcatura, anche nei tempi di uscita o nelle modalità di presentazione. È parte del messaggio».

Avete appena sfilato, ma in passato avete raccontato le vostre collezioni in molti modi.

«Abbiamo iniziato presentando in contesti molto informali, quasi improvvisati. Abbiamo fatto installazioni, eventi, cene, momenti ibridi. Ogni formato è nato dall’idea della collezione e dalle possibilità reali del momento. Non ci interessa replicare sempre lo stesso schema».

Sfilare a Milano è stato uno step importante.

«Sì, soprattutto perché dopo due anni di pausa tornare con una sfilata vera, in un unico momento condiviso, ha dato la sensazione che qualcosa stesse davvero “succedendo”. C’era la stampa, c’erano direttori internazionali, e non era scontato. È stato un momento forte».

Il lavoro sull’archivio è centrale nel vostro progetto.

«Ci interessava da tempo fare una collezione composta anche da capi d’archivio. D’altra parte, oggi tutti i brand ripartono dai propri pezzi iconici e li rimettono in circolo».

Come avete scelto il casting per la sfilata?

«Lavoriamo sempre con amici. È un gruppo che ci accompagna dalla prima sfilata. Sono corpi che conosciamo, che nel tempo sono cambiati, cresciuti, invecchiati. Abbiamo un rapporto di fiducia e ciò fa sì che in passerella non sembrino “scelti a caso”. Certo è stata una bella sfida logistica lavorare con modelli non professionisti».

E quindi come gestite taglie e fit?

«Non lavoriamo con un sistema classico di taglie. Preferiamo adattare il capo alla persona che lo indosserà, prediligiamo l’oversize, anche se in questa collezione c’erano pezzi più fitted. L’idea è che l’abito funzioni su corpi reali, non su un modello astratto».

Avete mai avuto paura di perdere la vostra identità crescendo come progetto?

«L’importante è non scendere a compromessi».