Il punto in cui la terra incontra il cielo è anche il ritrovo dei cacciatori di sole. L'energia, vibrante e magica, di questo luogo a metà fra il reale e l'immaginario ispira la nuova collezione di GIO, brand indipendente fondato da Giovanni Gerosa. In un intreccio poetico di sogni estivi prende vita "Capitolo V, Sun Seeker," una campagna che narra di viaggi interiori e reali, trasportandoci attraverso un’esplosione di colori e dettagli personali.
Sun Seeker, o "cercatore di sole," evoca un’anima in cerca di luce e calore, un pellegrino che attraversa orizzonti infiniti alla ricerca di nuovi sogni e ispirazioni. Questa collezione incarna perfettamente lo spirito di un viaggiatore che, guidato dalla luce del tramonto, trova la bellezza in ogni angolo di mondo e in ogni filo di tessuto.
Giovanni Gerosa non è solo un designer, ma un narratore di storie intrecciate con passione e artigianalità. Il suo brand, GIO, è un universo di idee e sogni che si realizzano al tramonto, un insieme di ideali trasmessi attraverso mani sapienti. Ogni capo della sua collezione è un pezzo unico, realizzato con metodi tradizionali e ispirato dalla natura, con l’obiettivo di riportare alla luce sentimenti profondi attraverso fili e tessuti.
GIO è nato in un momento delicato, durante la pandemia, con il Capitolo 1. Da allora, è diventato un libro che Giovanni continua a scrivere anno dopo anno. Oggi, con il Capitolo V, la collezione si arricchisce di una vastità d’amore al tramonto, un universo di forme che catturano l’essenza di un’anima in viaggio. La maestria artigianale è al cuore del progetto: tutto è realizzato a mano in Italia, con estrema cura e precisione. Dalle sfumature dei colori agli intricati ricami, fino all’applicazione di frange e perline, ogni dettaglio richiede ore di lavoro meticoloso. Anche la sostenibilità è un valore fondamentale per GIO: i pezzi sono realizzati "su richiesta," per evitare sprechi e ridurre l’impatto ambientale.
Scattata dove il cielo incontra la terra, l’estetica della campagna diventa una lettera aperta dedicata ai sognatori e ai viaggiatori. È un invito a esplorare, a scoprire e a vivere ogni momento con intensità, trasportati dal vento creativo di Giovanni Gerosa. Proprio come lui stesso ci ha raccontato.
Come è nato il brand?
«Diciamo che questo brand è un po' il racconto di me stesso attraverso la moda, non con parole scritte ma attraverso capi e collezioni. Fin dal primo capitolo, l'obiettivo è stato quello di raccontarmi in maniera sempre diversa ma allo stesso tempo coerente, con ogni capitolo che cambia in base al tema predominante. Le mie sensazioni sono ciò che voglio condividere attraverso questi capi e ricami, quasi come se togliessi una parte di me per affidarla a qualcun altro. Mi piace pensare che le persone che indossano questi capi possano fare proprie queste emozioni, sentendosi bene e vivendo le mie sensazioni in modo personale. È questo scambio continuo di emozioni che trovo fondamentale. Il mio scopo è far sì che chi indossa i miei capi si senta bene e condivida le mie emozioni, reinterpretandole secondo la propria visione. È bello pensare che ognuno possa provare emozioni diverse indossando lo stesso capo, e questa diversità mi ispira a continuare il mio lavoro».
Il tuo primo capitolo è stato presentato 3 anni fa, cos'è rimasto e che cos'è cambiato al quinto capitolo?
«L'obiettivo di condividere emozioni è rimasto invariato, ma queste emozioni cambiano in base a ciò che mi circonda. Non rimango mai chiuso nel mio pensiero, cerco sempre di avere una visione più ampia del mondo.
Nel quinto capitolo c'è stata una riflessione ancora più profonda sul tema del ciclo dall'alba al tramonto. Questa riflessione viene raccontata attraverso colori e tessuti, ma rappresenta anche un'esplorazione più profonda delle emozioni, dalla felicità alla tristezza più assoluta. È una riflessione sulla realtà del periodo in cui viviamo, e voglio che questo tema sia sempre presente per evitare di rimanere chiuso in me stesso. Parto da me, ma poi mi apro a tutto quello che c'è intorno».
Che cosa cambia a livello più pratico?
«Nel tempo la collezione è cresciuta, quindi sono entrati anche nuovi tessuti tipo la seta, il lino e la maglia è stata implementata sempre di più. I disegni jacquard sono diventati sempre di più, le lavorazioni sono diventate sempre di più, e poi anche a livello di team siamo cresciuti e abbiamo definito i nostri ruoli all'interno del marchio. Anche perché non l'ho mai visto come un brand».
Come lo vedevi prima?
«Per me è una cosa molto personale. Diciamo che è un'estensione di me stesso, anche perché per essere un brand devi aver tutta una gerarchia, dei dipartimenti e delle strutture che reggano un marchio. Io le ho ma è una realtà in divenire».
Mi avevi spiegato che questi capitoli sono sì una scelta di storytelling, ma anche di produzione poiché non producete secondo la stagionalità standard degli altri brand. Quali sono le sfide di questa scelta e i lati positivi e se, ad oggi che siete al quinto capitolo, vi sembra ancora una scelta sostenibile in termini di vendita.
«L'idea resta sempre la stessa. Su questo sono molto convinto di non dover creare un calendario classico canonico ma di riuscire a stare più a quelle che sono le mie volontà di crescita del brand. Sia dal punto di vista proprio di produzione, perché anche non avendo un ecommerce la merce arriva ordinata, quindi non c'è mai stoccaggio e poi viene tutta personalizzata, preparate e spedita. Questo è sempre stato così dal primo capitolo e mi piacerebbe che restasse così per i prossimi capitoli».
Quindi avete dilatato i tempi e, invece di aumentare come fanno molti altri, avete rallentato. C'è una sfida o un compromesso su quello che può essere l'entrata?
«Sì, è una grande sfida. Diciamo che c'è una scelta di dire che i guadagni effettivi arriveranno dopo cinque anni da questa decisione. Quindi sotto il punto di vista economico non è al 100% la migliore. Nel senso, magari avrei potuto ma sarei andato contro la mia filosofia. Rimanere coerenti con quell'essenza e mantenere comunque l'esclusività, poiché cerchiamo di dare dei pezzi che sono davvero unici. Se ci fosse una produzione più ampia, non si riuscirebbe a dedicare la stessa attenzione a ogni singolo capo. Ogni pezzo è curato come se fosse regalato a una persona a lui cara, ogni cosa è curata nel minimo».
Quali sono le sfide che state affrontando anche come team?
«Tante sfide e quella forse più grande, una delle più grandi è sempre quella di riuscire ad avere uno spazio, una voce, a essere riconoscibile come marchio. Marchio che esiste, che ha un suo valore, una sua forza e questa è la sfida più grande. Poi esiste anche quella economica perché è un brand che si finanza da solo, quindi non ci sono fondi. Insomma se si sceglie di fare una cosa è perché non si può farne un'altra cosa. Quindi capire sempre dove indirizzare di più le energie, questa è la grande sfida. Poi sì, penso anche al fatto di avere una voce, dover sgomitare sempre per riuscire a emergere, ma non emergere io come persona ma far emergere un qualcosa che è molto studiata. Un processo creativo che per me è nato anni fa, poi si è consolidato nel tempo. E vedo magari la nascita anche di tanti altri progetti nuovi che in realtà non hanno questo interesse a livello sociale. Per me è molto importante questa cosa, riuscire a raccontare questo marchio come una cosa che non nasce da zero, non parte da zero, ma nasce con un studio, con un percorso mio personale e con una logica. Non con un obiettivo finale che possono essere i soldi, io volevo trasmettere i miei valori con dei messaggi».
Quali sono le tue maggiori ispirazioni nel tuo processo creativo?
«Un sacco di cose. Solitamente apro la mia galleria, i miei salvataggi su Instagram e da lì parto nel senso che raggruppo tutto in un album e poi inizio a stampare. E attraverso libri o attraverso anche foto, del passato o anche tessuti accumulati nel tempo, e poi tanto anche le persone che mi circondano. Quindi il guadare chi è intorno a me, quello che indossa. Poi facendo anche il consulente per altri brand, questa cosa mi aiuta tanto. Diciamo che è veramente un processo creativo che parte da immagini, arriva a oggetti, a sensazioni e a persone. Insomma, qualsiasi cosa che mi circonda per me è fonte d'ispirazione».
Visto che hai lavorato anche per altri brand, c'è un designer che ti ispira tantissimo?
«Mi ricordo che quando ho iniziato a studiare il primo anno di fashion design, era quando Alessandro Michele è diventato direttore creativo di Gucci. E quello è stato il momento di svolta nel mio cervello perché lui ha portato tutto un mondo all'interno di Gucci. Infatti mi ricordo che in facoltà ci avevano chiesto con quali oggetti ci rappresentavamo e io mi ricordo che era il periodo in cui lui faceva tutte queste giacche di pelle con queste patch a forma di farfalla, di fiore. Io mi ero identificato in quella giacca perché per me era un capo ma al tempo stesso aveva addosso tutti questi racconti che venivano messi su un pezzo d'abbigliamento».
Invece se potessi scegliere una celebrità che indossasse i tuoi capi?
«Harry Styles, poiché è un'icona genderless che mi rappresenta molto. Ma ci sono anche tanti altri. Ma anche il fatto di riuscire a farli indossare a persone che non indossano qualsiasi cosa».
A che target ti rivolgi?
«Secondo me chi capisce di più i miei capi e ha il potere d'acquisto – poiché sono capi che magari partono dai 500 e che arrivano fino ai 2000 – parte dai 25 fino ai 70 anni. Poi faccio sempre molto riferimento a mia mamma, colei che mi ha fatto scattare questa passione per la moda. E per me lei che indossa tutti questi capi è un po' quello il target di riferimento».
Ultima domanda sul futuro, hai un sogno per Gio?
«Il sogno è quello di riuscire a far sì che Gio diventi una qualcosa sempre più concreto, stabile e credibile agli occhi di chi lo guarda. E di crescere sempre di più a livello di team, a livello di espansione ma sempre in maniera sana e mai esponenziale. Crescita graduale e coerente con me stesso per come sono io e miei valori».














