Entrare nell’atelier di Giulia Tamburini è come fare il proprio ingresso in una parentesi preziosa e sospesa nella confusione frenetica della città di Milano. Entrare nell’atelier di Giulia Tamburini è essere accolti dal calore, dalla professionalità e dalla gentilezza di due fratelli che hanno trasformato quella che era solo la passione di una nel lavoro di tutti e due, perché è così che si fa in famiglia, perché è solo su chi ti ha visto crescere che si può veramente contare, anche se a volte si litiga o, più spesso, bisogna imparare a conoscersi sotto una nuova luce. Incontro Giulia e Francesco un pomeriggio di gennaio, quando insieme mi aprono le porte del loro mondo, dove in un’atmosfera di casa risuona solo il rumore delle frese e delle lime che lavorano metalli e minerali per dare vita a gioielli che sono piccole opere d’arte. Qui si può diventare amici di una tormalina o di un opale e creare con loro una connessione profonda, lasciarsi trasportare dai messaggi che si nascondono in una pietra grezza o trovarsi a tu per tu con i segreti di un corallo raccolto dagli abissi del mare. È così che un ciondolo, un anello o una coppia di orecchini diventa il protagonista di una storia, non solo scritta su carta e raffigurata all'interno di cartoline da collezionare, ma vera e vissuta a contatto con la pelle di chi quel gioiello lo sceglie e poi lo indossa tutti i giorni. E se in un campo come quello dell'oreficeria la creatività è tutto, bisogna però imparare anche ad alzare la mano, chiedere aiuto quando serve e unire le forse per completarsi a vicenda, come la pietra e il suo minerale, per arrivare all'obiettivo comune. Sempre consapevoli che, con un fratello accanto, ogni difficoltà sembra già un po' più semplice da superare.
Come si diventa orafi oggi? Raccontaci il tuo percorso.
Sono laureata in lettere, perché mio padre dava molta importanza al cosiddetto "pezzo di carta", ma già all'epoca dell'università mi divertivo con l'artigianato. Poi ho deciso che volevo trasformare questo hobby in qualcosa di serio. Mi sono informata sui corsi migliori e così sono andata a Firenze alla scuola di arti orafe. Lì mi si è aperto un mondo e ho capito che questo era quello che volevo fare nella vita. Sono tornata a Milano e ho iniziato a lavorare per un negozio. Adesso sono quattordici anni che ho aperto il mio brand.
Com'è lavorare tra fratelli?
Gioia e dolori. È difficile perché un fratello è una persona che conosci benissimo ma allo stesso tempo, quando cominci a lavorarci insieme, devi imparare a conoscerla di nuovo. Dopo la scuola, ognuno ha preso i suoi percorsi e ritrovarsi non è sempre stato semplice. Il bello però è che essendo cresciuti insieme siamo molto allineati, la pensiamo allo stesso modo su tanti aspetti. Di certo c'è la rassicurazione sulle cose importanti, soprattutto ora che siamo soci. Spesso però sono proprio le più semplici quelle su cui è difficile confrontarsi e capita di discutere.
Dove trovi ispirazione per i tuoi design? Svelaci il tuo processo creativo.
Tutte le mie collezioni sono molto diverse l'una dall'altra. Negli anni ci è sempre piaciuto sperimentare vari stili. Per molti gioielli, essendo orafa, mi piace partire da una ricerca tecnica. Quindi tutto ha origine da un metodo di lavorazione. La collezione Flora, per esempio, nasce raccogliendo dei rami veri in natura, che vengono messi nel gesso. Qui si cola poi il metallo, che fonde la parte organica, e si ottiene uno stampo. Così rimangono tutte le venature e, non essendo scolpito, il gioiello risulta molto realistico. Mineralia invece è pensata con lo scopo di montare dei minerali grezzi su anelli e collane. Sono quindi tutti pezzi unici costruiti intorno alla pietra, che rimane nella forma in cui è stata trovata. Così si inverte il processo. Se per le altre collezioni partiamo da un modello, per il quale poi si cercano le pietre da inserire, in questo caso è l'esatto opposto.
Come scegli con chi collaborare?
Nel caso di Ettore Tripodi, dividevo con lui lo studio e ho insistito io per fare questa collaborazione. È una persona con cui sono molto in sintonia. Ogni anno usciamo con delle cartoline. L'idea è di integrare il gioiello nella storia del disegno, completandolo. Spesso nascondono un messaggio, come lo Scaccialacrime, che è stato il gioiello più venduto durante il lockdown. Un'altra che ci è piaciuta molto è quella con Luisa Bertoldo. Aveva trovato nel museo di minerali di Bormio una collezione di conchiglie, tutte diverse l'una dall'altra. Le abbiamo montate e lavorato così insieme a lei. I motivi sono sempre diversi, in generale cerchiamo di testare più porte, specialmente quelle che fino a quel momento non abbiamo provato, il tutto però cercando sempre di non snaturare l'idea originale del nostro brand.
Come vedi invece la collaborazione tra artisti di gioielli?
Prima di lanciare il mio brand, sono stata due anni in società con un'altra orafa. È stata un'esperienza umana bellissima, con tanta creatività e divertimento. È stato molto stimolante, ma non ti nego che, ai fini del lavoro, avendo le stesse competenze, c'erano delle difficoltà. Invece il plus di unirsi con qualcuno che proviene da un altro ambito, è quello di completarsi a vicenda unendo le forze.
Qual è, secondo te , il valore aggiunto in un gioiello fatto a mano rispetto a uno prodotto industrialmente? Perché un ragazzo o una ragazza dovrebbero sceglierlo?
L'artigianalità di un pezzo ha un sapore diverso, autentico. Poi offre molte molte più possibilità di personalizzazione, che nel nostro caso è quasi totale. Va dal modificare un pezzo al creare qualcosa di completamente nuovo insieme. Nel prezioso, i gioielli si possono anche trasformare. Una spilla della nonna può diventare qualcosa di completamente diverso, un bracciale o un anello.
Che consiglio avresti voluto all’inizio della tua carriera?
Di imparare a farsi aiutare. Ho passato i primi anni a fare tutto da sola, ma tornando indietro avrei cercato più supporto. Questo lavoro racchiude tante mansioni in una, non solo devi creare i gioielli, ma anche venderli e promuoverli. Richiede tante competenze diverse, e una sola persona fa molta fatica ad arrivare dappertutto. Spesso si pensa solo all'aspetto creativo, ma insieme a quello bisogna occuparsi anche del resto.
Un traguardo di cui sei particolarmente fiera da quando hai aperto il tuo brand?
Sicuramente l'atelier. È stato un punto di arrivo. Per tanti anni ho fatto mercati e fiere, vendevo in casa mia fingendo che fosse uno studio. Riuscire a vedere materialmente il sogno concretizzato in questo posto è stata una grande soddisfazione.
Quali sono i tuoi prossimi obiettivi?
Il suo mantenimento. Dopo l'apertura l'obiettivo è strutturarci sempre di più su questa realtà, ed è una percorso che stiamo intraprendendo passo per passo. Portando contemporaneamente novità, che giustamente è quello che i clienti si aspettano.
Una tua musa, che indossa uno dei tuoi gioielli: chi, quale e dove?
Mi piace pensare che i nostri gioielli possano essere indossati da tutti, anche da chi non è abituato a portarli, magari perché si appassiona a una storia, una forma o a un racconto dietro, quindi non c'è una musa. Spero che possano diventare dei talismani, o dei simboli, per ognuno.
Un gioiello che non togli mai?
Ne ho tanti a cui sono legata ma, in realtà, io li tolgo sempre tutti.
Una canzone che cattura l’animo del tuo brand?
Abbiamo collezioni molto diverse, legate a periodi molto diversi. È una playlist variegata.




















