Come sta la moda oggi? Ha senso chiederselo ora forse più che in altri momenti: il 2025, anno che per molti aspetti ha rappresentato una svolta per la storia di questo sistema, sta per finire e, come all’alba di ogni nuovo inizio, sorge spontaneo tentare l’azzardo di nuove previsioni.
Ciò che mai come prima ha segnato le ultime due stagioni è stato il cambio delle direzioni creative ai brand più importanti. Solo durante l’ultimo fashion month, si è assistito al debutto di Matthieu Blazy da Chanel, di Jonathan Anderson da Dior, di Glenn Martens da Maison Margiela, di Demna Gvasalia da Gucci, di Dario Vitale da Versace, di Pierpaolo Piccioli da Balenciaga, di Louise Trotter da Bottega Veneta, di Simone Bellotti da Jil Sander, di Duran Lantink da Jean Paul Gaultier, di Jack McCollough e Lazaro Hernandez da Loewe.
E se purtroppo il primo dato che salta all’occhio è la quasi totale assenza di designer donne alla guida delle maison, a un secondo sguardo ci si rende conto di quanto i nomi dei marchi coinvolti siano in effetti i pilastri della storia della moda. Non è solo un cambio estetico: è un cambio di narrativa, di sguardo generazionale, di strategia commerciale.
Questo fenomeno è alimentato da tre spinte convergenti. Da un lato, il rallentamento del mercato del lusso: le vendite sotto pressione, soprattutto in mercati chiave come la Cina, costringono i brand a cercare novità per riaccendere l’interesse dei consumatori. A questo si aggiunge una pressione creativa senza precedenti: nell’era dei social e delle immagini istantanee non basta più proporre bei vestiti, serve raccontare storie sempre diverse; così, la nomina di un nuovo direttore creativo diventa di per sé un evento mediatico, un segnale chiaro che qualcosa cambierà. Infine, la moda non solo vende abiti, ma mette in scena identità, codici e valori. In un contesto in cui quei codici evolvono più velocemente che in passato – fra fluidità di genere, diversità di corpi e sostenibilità – cambiare guida creativa diventa un modo per aggiornare il proprio percorso, provare a tracciare nuove rotte per il futuro del settore.
A Parigi, il debutto di Matthieu Blazy da Chanel ha rappresentato un momento di svolta per la maison. Secondo la critica, Blazy ha intrapreso un percorso audace portando con la sua visione a una collezione che ha saputo coniugare innovazione e tradizione, suscitando grande entusiasmo nel pubblico presente alla sfilata. Bruno Pavlovsky, presidente di Chanel fashion, ha descritto l’arrivo di Blazy come l’inizio di una «nuova era» per la maison, con l’opportunità di «spingere oltre i confini di ciò che Chanel è».
Anche Jonathan Anderson ha lasciato il segno con il suo debutto da Dior. BoF ha addirittura definito Anderson il “salvatore” di LVMH, il primo designer a ricevere il controllo completo su ogni aspetto del business di Dior, inclusi donna, uomo e alta moda. La sua collezione ha portato in scena un sodalizio di arte e moda, con un approccio che unisce eleganza e modernità, suscitando grande successo, soprattutto grazie al menswear.
Il confronto tra Parigi e Milano durante l’ultimo fashion month ha evidenziato una superiorità della capitale francese in termini di innovazione e interesse internazionale. Basti pensare alle top model come Bella Hadid, Kendall Jenner e Vittoria Ceretti che dal capoluogo lombardo, a questo giro, neanche sono passate.
A rendere la manifestazione italiana più scarica è stata senz’altro la scelta di Gucci – forse necessaria viste le tempistiche – di presentare la prima collezione disegnata da Gvasalia attraverso un corto, anziché una canonica sfilata. Accanto allo show di Prada che si conferma l’evento di punta della Milano Fashion Week, hanno riscosso grande successo anche due altri debutti: su tutti, quello di Dario Vitale per Versace, che ha sorpreso la critica con un approccio agli archivi rispettoso e al contempo sensuale, reinterpretando i codici della maison con una profondità inaspettata. Allo stesso modo, la collezione di Louise Trotter per Bottega Veneta è piaciuta molto al pubblico, dimostrando che il testimone passato da Blazy è custodito da ottime mani.
Proprio mentre scrivo questo articolo, Grace Wales Bonner è appena stata nominata direttrice creativa del menswear di Hermès, qualche giorno dopo l’annuncio del ritorno, per molti prevedibile, di Maria Grazia Chiuri a Fendi. Bonner è una designer britannica di origini anglo-giamaicane, nata a Londra, diplomata alla prestigiosa Central Saint Martins e fondatrice del suo brand eponimo nel 2014. Fin dall’esordio ha unito un rigore sartoriale maschile con la consapevolezza culturale della diaspora afro-atlantica, intervenendo su temi di identità, razza, genere e memoria post-coloniale. Il fatto che sia una donna – e una donna nera – a guidare l’uomo di una maison come Hermès segna, per certi versi, un cambio di paradigma: rompe un binario che storicamente vedeva le cariche creative maggiori assegnate quasi esclusivamente a uomini bianchi, e introduce una prospettiva che è contemporanea e necessaria. In questo senso, la nomina diventa un messaggio positivo e importante per l’intera industria. Resta da augurarsi che venga ascoltato.






















