Non so se esistano contesti giusti per parlare di donne, delle loro sfide e delle loro rinascite. Certo, alle volte, farlo sui social o in salotti trapuntati di velluto pare un po’ riduttivo, e a tratti, privilegiato. Così come parlare di moda, semplificandone le forme in un reel e in un mondo che ne accelera le tendenze e l’evoluzione, e vive simultaneamente di continue contraddizioni, tra la fame per la novità e la voglia di rallentare. Ha ancora senso, quindi, sprecare fiato quando l’algoritmo corre più veloce?
Incontrando Marina Acconci, fondatrice di Amelie, il brand che con tre parole (“no size, no age, no season”) cala il vestito nelle diverse esperienze di vita femminili – che sorpassano le linee corporee, e raggiungono il concetto di permanenza e dignità –, si ha un po' la sensazione di ritrovare la logica, il significato delle cose. Forse perché il brand è slegato dai preconcetti e le congetture del settore, o forse perché la sua storia evoca un senso di libertà, coraggio. Prima di Amelie, Acconci era infatti un avvocato penalista. «Quando conosci le donne nei loro momenti di maggiore verità, di maggiore sofferenza e di maggior riscatto, ti proietti verso il tema della rinascita», racconta. «Un po’ della mia piccola forza è figlia di quella forza altrui, e questo poi è quello che mi ha fatto venir voglia di pensare anche all'abbigliamento con un po’ di leggerezza, con un po’ di ironia».
E con un briciolo di incoscienza ma altrettanta consapevolezza verso la necessità di sentirsi a proprio agio nella propria unicità, è nato Amelie, che nella nuova collezione autunno inverno 2025/2026 continua a vestire la donna adattandosi a lei con cut morbidi ma decisi, e colori che evocano il mondo botanico e rappresentano la natura che c’è intorno e dentro noi, che ci ricorda quanto sia ancora importante parlare di donne e di moda nei contesti in cui siamo immersi, perché il punto non è tanto la forma, ma la storia che tesse le fibre di un capo, la sua essenza, per cui vale sempre la pena sprecare fiato.
So che indossi quasi sempre i jeans – anche oggi! – come mai?
«Sì, solo jeans. Non ho altro nell’armadio. Non lo so, è così da sempre, proprio da quando sono ragazzina. Sostanzialmente è una “divisa-non-divisa”: ho jeans, una t-shirt, una maglietta a collo alto, una giacca quando serve, così in tutte le occasioni. Per me l'abito non deve sovrastare la personalità. Il jeans racconta di me, è involontariamente un mio tratto distintivo».
Il tuo brand, Amelie, in un certo senso è nato proprio da lì: da un semplice jeans abbinato a una t-shirt. Ma anche da un quaderno, che chiamavi “il diario di Amelie”. Da ragazza annotavi lì i tuoi pensieri, ora invece, come li esprimi?
«Ci sono molti svantaggi nell’invecchiare, ma il vantaggio è riuscire a rielaborare ciò che si vive cercando di rimanere sempre in contatto con sé stessi. Amelie è l'insieme del mio passato: ho fatto per tanti anni l'avvocato penalista, ho lavorato tanto con le donne, in percorsi che non sono solo giudiziari, ma di conoscenza, di condivisione, di aspettativa, e anche di rinascita. Quando ho iniziato a pensare di trasformare la mia esperienza in moda, ho deciso di prendere la distanza da due temi: età e misure. L'abbigliamento, per me, doveva introdurre leggerezza, ironia e autoironia, ma anche la capacità di piacersi un pochino di più. Amelie in questo senso è un brand di ricerca che vuole poter riuscire a migliorare il rapporto fra le varie fisicità e i fit».
Cosa significa il vostro claim "no season"?
«Nel nostro piccolo mondo il no season ha due valenze diverse. La prima, il riuscire a creare una tipologia di abbigliamento che non ripudi ciò che è stato fatto la stagione precedente. Creiamo una continuità, soprattutto attraverso i colori, che sono ricettati da noi e studiati per essere "polverosi", meno squillanti. L’altro tema, ma è veramente un concetto personale, è che le ragazze sono più importanti del brand. Il no season vuol dire innovare con rispetto della persona, sapendo che una donna non si deve adattare all'abito ma, finché ci riusciamo, cerchiamo di fare adattare l'abito a lei».
In che modo non avere “un’etichetta” libera la donna da eventuali pressioni sociali che la confinano, come quella del peso, della forma fisica?
«L’abbigliamento è il modo in cui ci si racconta al mondo, volontariamente o involontariamente. È frutto di una scelta basata sulla conoscenza del sé. Penso, quindi, che sia necessario aiutare a rendere le persone risolte, a non essere "vittime" del fashion».
Che cosa ti ha lasciato la tua esperienza da avvocato penalista e come l’hai trasposta nel mondo moda?
«Mi ha lasciato tantissimo. La parte più significativa è stata il partecipare a percorsi molto umani. Quando si fa questo lavoro si ha la fortuna di indagare sia gli aspetti dolorosi che gli strumenti per tirare fuori la forza, anche in situazioni in cui sembra impossibile. Questo mi ha fatto venir voglia di pensare all'abbigliamento anche con un po’ di leggerezza, perché possa essere un elemento in cui la lievità trova spazio. Lo si nota anche nelle cose che facciamo, nelle frasi che usiamo, come “vietato non innamorarsi ancora”».
Rispetto a quando hai iniziato, quali difficoltà hai dovuto affrontare affacciandoti a un settore totalmente diverso?
«Forse sono un'incosciente, ma non credo di aver trovato grandi difficoltà. La voglia di continuare era talmente tanta e i piccoli successi iniziali così gratificanti, che allora siamo andati avanti. Quando il lavoro si trasforma in relazione umana dà qualcosa in più. Naturalmente non è tutto rose e fiori, però quello che mi resta dentro, come sintesi generale, è qualcosa di molto positivo».
A volte si tende a pensare che la moda sia quella della passerella.
«No, la moda è quella che si vede per strada. Farà ridere ma, prima di decidere se aprire un negozio in una città, vado nei supermercati, nella piazza del mercato, nella via del lusso. Voglio capire qual è la popolazione, come si veste, come si presenta, le differenze culturali. Come il cambiamento di percezione dell'abito da cerimonia tra nord e sud. Ci sono tradizioni diverse, forme di rispetto. E questa modalità di ricerca, di conoscenza dell'altro, fa parte del mondo che voglio raccontare. Non di quello che deve essere, ma di quello che voglio raccontare».
Cosa rende un capo eterno? Cosa lo fa sopravvivere?
«Questa domanda me la faccio circa sei volte al mese. È difficile, perché inevitabilmente, oggi, le influenze sono fortissime. Prima erano soltanto sulla carta stampata, in quello che si mettevano le persone in televisione. Ora ci sono i social, dove un giorno la punta quadrata di una scarpa sembra meravigliosa, mentre l'anno prima, si era convinti fosse orrenda, e ci si chiede: “Come ho cambiato idea?”. Tralasciando il jeans che si può interpretare come meglio si crede, penso ci siano forme caratteristiche che sono ancora fuori da uno schema, che hanno un po’ di brio in più, una durata più lunga. Nel mio armadio ci sono cose che hanno vent'anni e vanno benissimo, perché poi tutto torna. Tanti capi destrutturati o un bel tailleur tagliato bene, per esempio, si indossano sempre».
Quali sono le ispirazioni della collezione autunno inverno 2025/2026?
«Le donne che ci hanno ispirato. Scarlett, per esempio, era un gioco, perché ascoltavamo la canzone “The Best Is Yet to Come” di Frank Sinatra, interpretata da Johanson. Dana Spiotta, invece, era la scrittrice cui versi sulla curiosità e la ricerca erano straordinariamente coerenti con quello che stavamo facendo. E poi la natura, consultando diversi libri, abbiamo trovato la botanica, e piante come il lampone artico, che sono diventate uno studio di colori».
Come ti immagini il futuro di Amelie?
«Immagino il futuro di Amelie in una strada sempre più chiara e specializzata: senza misurare le donne, esprimendoci in modelli che possano valorizzare la fisicità di ciascuno. C'è tutta una parte tecnica in questo che assorbe molto del nostro impegno, ma che va di pari passo con quella creativa. Per ora, ragioniamo in un futuro breve, che ovviamente immagino anche in termini più commerciali, con una crescita più internazionale sulla quale stiamo lavorando molto intensamente».














