«Di Bali non conoscevo niente, se non quello che ogni tanto mi era capitato di vedere sui social: spiagge bianche che si estendevano a perdita d’occhio, cascate nella giungla, e templi a strapiombo sull’oceano. Che comunque mi sembravano una buona base di partenza», ci racconta Chiara Milani nell'intervista che abbiamo realizzato in occasione dell'uscita del suo primo libro.

La raggiungiamo al telefono mentre si trova a Roma, sul set di una serie dove opera come segretaria di edizione, e le regaliamo un'ora di tranquillità tra i ritmi frenetici della produzione cinematografica, riportandola con la mente ai luoghi di pace che l'han portata a scrivere un libro che è in tutto e per tutto una dedica all'isola indonesiana.

Questa non è una guida a Bali (ed. Solferino) è proprio questo: il racconto di un luogo che negli ultimi anni ha vissuto una veloce e radicale trasformazione, preso d'assalto dal turismo di massa, quello dei reel su Instagram con le altalene sulle risaie, delle foto con gli elefanti e dei resort con discoteca a Kuta. Ma Bali è molto altro, anzi, è proprio un'altra cosa: come si scopre leggendo tra le pagine della non-guida di Chiara Milani, l'isola tra Java e Lombok è luogo sacro, intriso di spiritualità lontano dalla folla, dove regna il silenzio e si vivono le tradizioni, dove la popolazione è pronta ad accoglierti nella propria casa e raccontarti il rapporto con la propria famiglia e con la propria comunità.

Illustra le tradizioni dell’isola, le sue parole, le vie per avvicinarsi alla sua anima con rispetto. E traccia preziosi itinerari per chi desidera scoprire l’isola non da turista, ma da viaggiatore: percorsi sensoriali e intimi, attraverso luoghi meno noti, in grado di restituirci al nostro presente più forti.

chiara milani bali guidapinterest
Courtesy Stefania Casellato
Chiara Milani

Quando hai iniziato a scrivere il libro e come hai fatto a conciliare la scrittura con il tuo lavoro sul set?

«È stato complicato, ma proprio per questo anche molto intenso. Ho approfittato del solo periodo dell’anno in cui so che tendenzialmente non si gira, ovvero durante le festività natalizie. Avevo già deciso l’anno prima che in quel lasso di tempo avrei provato a scrivere. Quando ho avuto l’ok dalla casa editrice, ho prenotato il volo e sono partita. Pensavo di restare 29 giorni, ma poi siamo stati male e sono diventati 22. Durante quel viaggio scrivevo ogni sera fino a notte fonda, cercando di raccontare le esperienze della giornata. È stato un diario in tempo reale, con tutte le difficoltà e le sorprese che questo comporta».

Qual è l’esperienza che ti ha colpito di più?

«Ce ne sono tante, ma una che mi ha lasciato un segno profondo è stata la possibilità di vedere l’isola attraverso gli occhi di Wilan, la nostra guida balinese. Con lei ho scoperto un lato dell’isola che raramente si vede su Instagram o nei racconti patinati. Ricordo in particolare una mattina di pioggia. Indossavo un sarong come fosse un pareo e un ragazzo balinese mi ha spiegato che invece va avvolto con un senso simbolico: serve a trattenere dentro di sé tutto ciò che è negativo, per non portarlo nel mondo. È stato un insegnamento semplice ma potentissimo. Mi ha colpito perché capovolge il nostro modo di vivere il simbolo: lì tutto ha una dimensione sacra, concreta, vissuta. Con Wilan ho capito che Bali è un ponte tra mondi diversi, tra quello che siamo e quello che potremmo essere».

person fishing in shallow water using a netpinterest
Courtesy of Ufficio Stampa
Pescatore nelle acque di Menjangan. In testa il tipico caping sawah, cappello intrecciato in bambù. Un oggetto umile ma ricco di significato culturale, legato al lavoro in armonia con la natura.

E che impatto ha avuto questa visione su di te?

«Mi ha profondamente cambiata. A Bali la spiritualità è ovunque, ma non in modo distante o mistico: è tangibile, quotidiana, concreta. Ogni famiglia ha il suo tempio, e anche quando piove o si è di fretta si trova sempre il tempo per fare un’offerta. Gli atti spirituali non sono eccezioni, sono la norma. E questo mi ha fatto riflettere su quanto spesso nella nostra società siamo scollegati dal senso profondo del ringraziare. Lì ho capito che pregare non è chiedere, è dire grazie. E questa, per me, è stata una lezione enorme».

E l’ultima settimana che racconti nel libro? Come hai vissuto il disagio?

«È stata la parte più difficile, ma anche quella più rivelatrice. Pioveva ininterrottamente, vivevamo in case piene di muffa, assaliti dagli insetti. Ma proprio lì ho capito che non amavo un’immagine da cartolina: stavo imparando ad amare un’isola vera, viva, imperfetta. Ho fatto pace con la mia idea di viaggio. Ho capito che il cambiamento non avviene nei resort con lo yoga detox, ma quando sei fuori dalla tua zona di comfort, quando hai paura, quando sei stanca. Solo lì inizi a trasformarti sul serio».

È questo che ti porti a casa da Bali?

«Sì, ma con una consapevolezza realistica. Quando torni, ti dici che cercherai di essere più presente, più grata, più lenta. Ma poi la vita ti travolge. Allora mi accontento dei piccoli gesti. Come non guardare il telefono a colazione. È una rivoluzione silenziosa, ma reale. E forse basta quello, per iniziare».

bali
Courtesy of Ufficio Stampa
bali
Courtesy of Ufficio Stampa

Cosa pensi dell’over tourism e del turismo da social?

«È un tema delicato. Volevo che il libro fosse anche un grido d’allarme. Ogni nostro passo lascia un’impronta. Anche quando pensiamo di viaggiare in modo responsabile, siamo parte del problema. Io stessa mi sono chiesta: e se quella cascata ora piena di turisti l’avessi consigliata io? Scrivere il libro è stato anche un modo per elaborare questo senso di colpa e offrire uno sguardo diverso: c’è molto altro oltre i luoghi che vanno di moda su Instagram».

C’è un luogo che ti ha colpito, fuori dai circuiti turistici?

«Sì, ho dedicato un capitolo a Munduk, nel nord di Bali. È una zona difficile da raggiungere, le strade sono impervie e i comfort scarsi. Ma è lì che ho sentito la differenza tra vacanza e viaggio. In vacanza cerchi conferme, nel viaggio accetti l’imprevisto. Lì ero l’unica occidentale. Lì mi sono sentita veramente altrove. E solo quando ti senti straniero riesci a cambiare prospettiva».

Hai fatto ricredere anche me, ti dirò. Pensavo di evitare Bali...

«Ed è esattamente questo che speravo succedesse. Non volevo scrivere una guida, ma un racconto umano. Se chi legge il libro ne esce con un desiderio più autentico di avvicinarsi a un luogo, allora ho fatto bene il mio lavoro. Voglio offrire strumenti per viaggiare in modo diverso».

E per dirla con le parole di Paolo Genovese nella prefazione del libro,

«Queste pagine parlano di Bali, ma di quella vera: quella che puzza di incenso alle sei del mattino, dove i cani randagi conoscono più strade di Google Maps e gli scooter trasportano intere famiglie e un frigorifero legato dietro. Quella del disguido, dell’imprevisto, dell’equivoco linguistico che vi farà ordinare un caffè e ricevere una noce di cocco calda. Fidatevi: più vi perderete, più sarete sulla strada giusta. E ricordate: se tutto va storto, fa parte del piano».